Della felce, che presso gli antichi greci era pianta sacra a Zeus, nel XV secolo si occupò persino un Concilio ecumenico, quello di Basilea, Ferrara e Firenze, che fu indetto per appianare le divergenze con le Chiese ortodosse.

Eppure, fra tante questioni molto più importanti, si parlò anche di quest’erba. Sì, perché fu vietato, pena la scomunica, di raccoglierla di notte!

Quale tremendo crimine era legato, dunque, alla felce maschio?

D’accordo, non si tratta di una specie innocua, anzi, i suoi principi attivi la rendono decisamente tossica, tanto da causare, se bevuta in decotto, disturbi visivi se non addirittura la cecità o la morte per paralisi cardiaca.

Ma qui non si mirava a preservare la salute del corpo bensì quella dell’anima dei fedeli.

C’era, infatti, la credenza assai ben radicata che raccogliere le spore di felce a mezzanotte del giorno di san Giovanni (24 giugno) o, comunque, a fine giugno, quando assumono il caratteristico colore dorato, donasse a chi si spargeva sulla pelle tale polvere il potere di essere invisibile.

Il divieto ecclesiastico, tuttavia, non sortì grandi effetti se persino Shakespeare – ma in Inghilterra c’era già stata la Riforma anglicana e non si seguivano più le indicazioni della Chiesa cattolica – cita quest’usanza in un suo verso.

Nella tragedia Enrico IV (Parte I, Atto II, Scena I), mette in bocca al personaggio di Gadshill queste parole:

We have the receipt of Fern-seede – we walke invisible!”, che suonano come Noi abbiamo la ricetta dei semi di Felce;

noi camminiamo invisibili.

Non solo: occorre andare in Irlanda – e dove, se no? – per scoprire un fatto che ha dell’incredibile.

Nel 1887 una famiglia delle Isole Aran spergiurò di non aver più visto per diversi giorni un congiunto perché inavvertitamente, mentre inseguiva un puledro fuggito dalla stalla, aveva urtato contro un cespuglio di felce maschio.

È difficile che questa storia abbia un fondo di verità, tuttavia potrebbe senz’altro diventare il soggetto per un romanzo giallo…

Presso le antiche tribù irlandesi, la felce maschio – chiamata raithneach – era assai apprezzata perché si riteneva che avesse la virtù di scegliere il taoiseach, ovvero il futuro capotribù.

Quando, infatti, ne attecchiva una pianticella accanto alla porta di casa di un valoroso guerriero significava che solo lui avrebbe potuto ricoprire questo ruolo.

Sempre nell’Isola di Smeraldo – ma anche nei Paesi germanici – era poi comune, in occasione del solstizio d’estate, cercare la cosiddetta hand of St John, ovvero la “mano di San Giovanni”, costituita da un ceppo di felce maschio con cinque fusti, paragonabili alle cinque dita.

Pare che fosse uno straordinario talismano contro la cattiva sorte.

La Felce Maschio, aspetto botanico

Dal punto di vista botanico, appartiene alla famiglia delle Aspidiacee e alla classe delle Filicine.

Il suo nome latino è Polysticum Filix-mas Roth.

Foto La Felce Maschio
La Felce Maschio

Come habitat, predilige i luoghi freschi e ombrosi e, dato che è una Pteridofita, la felce maschio non produce fiori né frutti né semi.

La droga medicinale è rappresentata dal rizoma orizzontale, che è ingrossato dalla fitta presenza delle basi fogliari che sono intercalate da squame.

Le foglie, di un bel verde brillante, sono numerose e unite alla radice mediante rosetta.

Possono superare il metro di lunghezza e hanno forma palmata e pennata in numerosi segmenti dai denti arrotondati.

I sori, sulla pagina inferiore della foglia stessa, contengono le spore che giungono a completa maturazione tra luglio e settembre.

Felce Maschio, principi attivi

Quanto ai principi attivi, la felce maschio contiene composti fluoroglucinici (filicina, albaspidina, aspidiniolo, etc.), tannini (altre piante con tannini: alchemillabiancospino), sostanze amare e olio essenziale.

Come già accennato, è un’erba tossica, che deve essere prescritta per uso orale, nella giusta dose, soltanto da un medico.

Si utilizza contro i parassiti intestinali e, in particolare, riesce a paralizzare con i suoi composti fluoroglucinici la tenia, che poi viene espulsa con l’assunzione di un farmaco lassativo.

Interessante è il suo impiego in omeopatica per lenire l’emicrania.

Per uso esterno, invece, il decotto di felce è un valido pediluvio per combattere la gotta.

Versato nell’acqua del bagno, giova a chi soffre di dolori reumatici e cefalee.

Le fronde fresche pestate forniscono un utile cataplasma a chi soffre di infiammazione del nervo sciatico.

Ci sono poi rimedi popolari che, anche a titolo di curiosità, ci piace indicarvi:

le foglie di felce appese alle finestre allontanano gli insetti sgraditi, come mosche o cimici.

Messe nella cuccia del cane, fanno invece fuggire le pulci.

A chi camminava molto, un tempo si consigliava di mettere nelle scarpe una foglia di felce ripiegata, per ristorare i piedi affaticati e per tenerli caldi.

Si preparavano materassi di foglie di felce per i bambini gracili, che magari soffrivano di enuresi notturna, e cuscini da porre sotto la guancia di chi non riusciva a dormire per il mal di denti.

In Irlanda si dice che addormentarsi su un guanciale di foglie di felce concili il sonno.

E magari, almeno in sogno, ci dona i superpoteri dell’Uomo Invisibile.

Leggi anche: La borragine, la pianta della fierezza

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.