Si è spesso affermato che il commercio ha il potenziale per contribuire positivamente alla riduzione della povertà e permettere lo sviluppo sociale.

Tuttavia l’esperienza ha dimostrato che se non viene attuato in modo equo e responsabile il commercio può aggravare la povertà e la disuguaglianza, minando lo sviluppo e la sicurezza alimentar sostenibile e generare impatti negativi sulle culture locali privandole delle risorse naturali vitali.

Il commercio non è un fine in se stesso, ma deve essere un mezzo per lo sviluppo sostenibile.

Da oltre quarant’anni, il movimento del Commercio Equo o Economia Solidale ha dimostrato che il commercio può dare un contributo significativo e sostenibile per migliorare la vita dei produttori e dei lavoratori e allo stesso tempo a proteggere le risorse naturali e l’ambiente.

Ha avuto un’origine modesta, ma è stato capace di diventare una rete globale che mette in contatto centinaia di migliaia di piccoli produttori e lavoratori di piantagioni e di fabbriche con migliaia di società commerciali e di vendite al dettaglio.

Oggi coinvolge molte ONG possiede organizzazioni di certificazione e un sistema organizzato di commercio che raggiunge diverse decine di milioni di consumatori.

Lo scopo del Commercio Equo e Solidale è:

realizzare la buona vita degli esseri umani in armonia con l’ambiente e quindi avviare un processo di sviluppo che migliori la qualità della vita.

I primi passi ufficiali furono nel quadro della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, l’UNCTAD. Nel 1964 nasceva ufficialmente l’impegno sul “Commercio, non Aiuti“, in risposta a una richiesta di un gruppo di produttori del Sud.

Tuttavia, già nel 1960 aveva raggiunto un livello internazionale l’iniziativa nata con il nome di “Commercio Equo e Solidale“.

Commercio Equo e Solidale

I Produttori del Sud chiedevano un prezzo equo per i loro prodotti che permettesse loro di coprire come minimo i costi di produzione permettendogli i questo modo di soddisfare le loro esigenze legate al bisogno primario di una casa oltre che alla salute, all’istruzione…

In risposta alla citata UNCTAD del 1964, delle Organizzazioni ONG (NGO), in Olanda e in Inghilterra, iniziarono la commercializzazione dei loro prodotti attraverso dei piccoli negozi con un rapporto commerciale più diretto con gli stessi produttori eliminando gli intermediari inutili.

In seguito apparvero altri movimenti di commercio equo e solidale in Europa e negli Stati Uniti, grazie al lavoro dell’Organizzazione del Commercio Alternativo (Alternative Trade Organization o ATO).

Nel 1973 il primo prodotto alimentare importante commercializzato fu caffè prodotto da alcune cooperative guatemalteche sotto il marchio comune “Indio Coffe Solidarietà“. 

Si trattò di un traguardo importante perché diede una grande spinta alla crescita del sistema di commercio solidale.

L’elenco dei prodotti è via via cresciuto con l’incorporazione di varie miscele di caffè e poi cacao, noci…

La strada per produrre degli alimenti con coscienza, tutelare le persone coinvolte e rispettare l’ambiente rimane molto lunga e irta di ostacoli.

Oggi c’è la spinta a rendere sempre più globale il commercio solidale inserendolo nella grande distribuzione, ma in questo vi è un forte il rischio sulla reale possibilità di gestire i principi che l’hanno generato.

La domanda dei prodotti frutto di questo impegno è cresciuta grazie ad un’aumentata coscienza sociale dei consumatori ed soprattutto in questo che si deve prestare attenzione.

Spesso la televisione ci porta a conoscenza di scandali alimentari e in tutti i casi la leva è l’avidità di guadagni. La necessità che spinge il commercio tradizionale è proprio questa: massimizzare gli utili.

Le multinazionali rispondono a questo solo principio di azione, lo stesso che ci ha portato a consumare ogni anno prima le nostre risorse mondiali, ad inquinare senza freno, a ridurre in povertà intere popolazioni a beneficio di pochi…

I principi che hanno generato il Commercio Equo e Solidale e che tutt’ora lo devono alimentare si basano

sulla libera iniziativa, il rifiuto di sussidi e prestazioni sociali, il rifiuto dello sfruttamento minorile, la parità tra uomini e donne, il lavoro nel rispetto dei diritti umani, il prezzo pagato ai produttori che ne consenta una vita con dignità e soddisfazione delle necessità…

A questo è corrisposto che gli acquirenti debbano:

pagare in anticipo per evitare che produttori cerchino (siano costretti a farlo) altri forme di finanziamento, dare valore alla qualità della produzione, al fatto che sia prodotta nel rispetto per l’ambiente, informare i consumatori
circa l’origine del prodotto.

Naturalmente tutto il processo deve essere volontario, compreso il rapporto tra produttori, distributori e consumatori.

Saranno inevitabili da parte delle organizzazioni coinvolte degli “errori”, è inevitabile che quando circolano soldi e merci che qualcuno cada nelle tentazioni.

Ma questo non deve né minare la fiducia generale del consumatore né renderlo cieco a quanto accade, sapendo che in ogni caso l’altra strada, quella del commercio tradizionale, ha già pienamente fatto mostra di cosa comporta.

La scelta, quando si pensa al nostro consumo, deve essere consapevole e non passiva e per consentire questo la strada da percorrere deve restare la trasparenza del comportamento in tutti gli interpreti in gioco e l’attenzione delle persone sul prodotto che stanno per acquistare.

Articolo Scandali Alimentari e Commercio Equo e Solidale inviato da Marcello Gracis artista e artigiano su CaffèBook (caffebook .it)

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