Nel nostro immaginario, il rovo non ci appare come una pianta particolarmente nobile, sia perché è infestante (i semi sono diffusi ovunque dagli uccelli) e i contadini sudano nell’estirparla dai loro fondi, se vi ha attecchito, sia perché è molto comune – nelle campagne d’Europa se ne contano, infatti, più di 2000 fra varietà e microspecie – sia perché il suo habitat ideale è rappresentato da rovine, ruderi, terreni incolti, boscaglie in pianura o in collina, etc. e “finire tra i rovi”, quasi sinonimo dell’altra familiare espressione “gettare tutto alle ortiche”, non è mai indizio di grande fortuna…

Rubus fruticosus, il Rovo
Rubus fruticosus: il rovo

Eppure il rovo è una pianta davvero interessante.

 

Appartiene alla famiglia delle Rosacee e risponde al nome latino di Rubus fruticosus L.

Si tratta di un arbusto dal fusto legnoso, con rami spinosi, striscianti e più o meno rampicanti.

Le foglie, piuttosto grandi, sono alterne, picciolate, lobate con 3-5 digitazioni e dentate ai margini.

 

Il rovo fiore
Il rovo, fiore

Proprio in questi giorni si sta esaurendo la sua fioritura, che generalmente va da giugno a luglio, e che si esprime attraverso pannocchie o grappoli di corolle a cinque petali (numero caratteristico per le Rosacee), le cui sfumature vanno dal bianco, al rosato, al porporino.

A breve compariranno i primi frutti, la cui raccolta avviene tra metà agosto e ottobre.

 

Le more sono costituite da un ricettacolo che riunisce numerose carpelle polpose a seme unico, rosse da acerbe e bluastre o addirittura nere in piena maturazione.

In Europa esse sono ancora oggi i frutti selvatici più raccolti, con una spiccata predilezione nelle terre abitate da popolazioni di origine celtica.

Il rovo, le more
Il rovo, le more

Qui, più che altrove, i cespugli di rovo sono amati e temuti.

E la raccolta delle more mature che ne appesantiscono i rami spinosi si trasforma in un’avventura sacra, fatata o demoniaca. Secondo il caso.

Il rovo: credenze, favole e tradizioni

In Bretagna si teme di rubare i frutti alle fate e la raccolta avviene quasi di nascosto, in una sorta di rito per iniziati; in Inghilterra nessuno si azzarderebbe mai a riempirne un cestino dopo il 29 settembre, giorno di san Michele, perché a partire da tale data il cespuglio di rovo può essere “abitato” da un demonio; in Scozia chi viene punto dalle spine, mentre raccoglie more, si ritrova vittima di un qualche sortilegio; infine in Irlanda, il rovo può essere stato incantato, se nottetempo un “púca”, ossia un selvaggio spirito animale dalle fattezze di caprone o di destriero, vi ha cavalcato sopra.

Il rovo proprietà e principi attivi

Di là da tante credenze, che vanno prese alla stregua di curiosi aneddoti folcloristici, il rovo è ricco di principi attivi, peculiari sia della mora, sia delle foglie.

Contiene infatti zuccheri, pectina, tannini, vitamine A e C (come il ciliegio o, per la vitamina C le rose d’Irlanda), acidi organici quali l’acido isocitrico e l’acido malico, il monoglucide della cianidina, gomma e persino un olio essenziale dalle virtù battericide.

L’infuso è assai gradevole e Pierre Lieutaghi lo consigliava anche come succedaneo di una buona tazza di thè.

Occorre solo ricordare che, contenendo tannino, le foglie sono astringenti e non rappresentano il rimedio ideale per chi soffre di stipsi.

È ottimo, invece, per le diarree dei bambini o per le donne che soffrono di mestruazioni dal flusso troppo abbondante.

Il decotto concentrato, utilizzato per i gargarismi, giova alle infezioni del cavo orale e delle prime vie aeree, come angine comuni, tonsilliti, glossiti e stomatiti (afte).

Per preparare l’infuso basta versare due cucchiai rasi di foglie sminuzzate in mezzo litro d’acqua fredda.

Si porta a bollore, si spegne subito e si lascia riposare sotto coperchio per una decina di minuti.

Si filtra e si dolcifica a piacere. Il decotto, al contrario, richiede di protrarre il bollore dell’acqua per 10-15 minuti.

Le more, mangiate ben mature, quando le carpelle assumono il lucido colore nero, sono frutti preziosi, dal buon potere nutritivo, depurativo e, se consumati a digiuno, persino lassativo.

Il loro succo, sottoposto a fermentazione, si trasforma in un vino per intenditori e, nei mesi più caldi, diventano l’ingrediente principale di una ghiotta granita.

Possiamo suggerirvene la ricetta?

Ingredienti (dosi per 4-6 persone)

  • 8 etti di more morbide e nere;
  • 150 grammi di zucchero di canna;
  • mezzo litro d’acqua.

Preparazione

Passate le more sotto il getto dell’acqua, badando che nel lavarle non si ammacchino.

Asciugatele, ponendole sopra un foglio di carta assorbente, e frullatele.

Setacciate con un colino oppure ammassate la purea di frutta in una garza e spremete il succo.

Sciogliete lo zucchero nell’acqua e incorporatevi il succo di mora. Versate il composto in uno stampo di metallo e chiudetelo in freezer.

Due, a questo punto, sono i sistemi per ottenere la granita: o lasciate congelare il preparato in un unico blocco ghiacciato, che grattugerete prima di servire (c’è anche chi lo fa utilizzando il frullatore a velocità moderata), oppure potrete raggiungere la consistenza granulosa aprendo velocemente il freezer e mescolando di tanto in tanto.

È un’idea golosa, salutare e dissetante per una merenda d’estate.

Foto Wikipedia, Luc Viatour

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