Rose d’Irlanda

Non sono solo quelle che si confezionano all’uncinetto e che, anche qui in Italia, le nostre nonne cucivano su centrini e cuscini.

Le rose sono il simbolo di primavera, tanto in Irlanda quanto nel resto d’Europa.

Rose d’Irlanda: la rosa canina L.
rosa canina

Quelle coltivate, i cui petali sono sempre in numero multiplo di cinque (caratteristico delle specie botaniche che appartengono alla famiglia delle Rosacee) derivano tutte dalle spontanee Rosa canina L. e Rosa gallica L.

Quest’ultima conserva nel nome stesso il legame con l’Irlanda e con il mondo celtico in genere.

Rose d’Irlanda: la rosa gallica L.
rosa gallica

Si tratta di arbusti dai rami spinosi (più alta la pianta di rosa canina, più bassa quella di rosa gallica) e dalle foglie penta-eptapennate, di un bel colore verde brillante.

Fioriscono a maggio, con tinte che vanno dal rosa chiaro al rosso intenso (per la rosa gallica).

I falsi frutti della rosa canina o cinorrodi (perché i veri frutti sono i nocciolini duri e angolosi in essi contenuti), che spiccano per la lucida sfumatura rosso vermiglia, sono ricchi di acidi organici, zuccheri, tannini, carotenoidi, rutina e soprattutto vitamine.

Si consumano freschi perché contengono un’alta percentuale di vitamina C.

Rose d’Irlanda: curiosità e ricette

Rose d’Irlanda: rosa canina L erboristeriaMa in queste poche righe desideriamo svelarvi alcune curiosità e ricette che sulle rose, di cui molto si conosce dato che ci offrono fiori meravigliosi, forse il lettore ignora.

Cominciamo dalla tradizione del St. Patrick’s Day che, anche se cade il 17 marzo, a Cork è il giorno delle rose.

Da secoli e secoli, infatti, viene scelta questa data per interrare nuove piante e per potare quelle che già popolano il giardino.

I rametti, tagliati e lasciati sul terreno, hanno dato origine a un’usanza singolare, quella di rubare amichevolmente gli innesti del vicino di casa per avere un roseto sempre più vario…

A maggio, quando le rose sbocceranno, riempiranno con il loro profumo intenso l’aria primaverile.

E i loro petali saranno raccolti per preparare il rosolio tipico della contea, da sorseggiare in occasione del St. Patrick’s Day dell’anno venturo.

Rose d’Irlanda: La ricetta del rosolio

Ingredienti

  • 200 grammi di petali di rosa rossa profumatissima;
  • 50 grammi d’uvetta sultanina;
  • un litro d’alcool a 90°;
  • mezzo chilogrammo di zucchero di canna;
  • 400 grammi di acqua.

Rose d’Irlanda: Preparazione del rosolio

Adagiate i petali di rosa appena colti in un recipiente di vetro scuro, piuttosto largo. Alternate uno strato di petali con uno di zucchero che avrete pestato con il mortaio per renderlo più fine.

Esponete il vaso al sole e all’aria, coprendolo soltanto con un telo di lino fissato all’imboccatura mediante uno spago.

Controllate quotidianamente e, quando lo zucchero si sarà sciolto, potrete passare alla seconda fase della ricetta.

Fate bollire l’acqua e versatela nel recipiente. Aggiungete anche l’alcool e l’uvetta sultanina, prima rinvenuta in poca acqua tiepida per un paio d’ore e poi strizzata.

Chiudete ermeticamente e agitate bene il vaso. Esponetelo al sole e lasciatelo riposare per una ventina di giorni.

Filtrate il rosolio con una garza, spremendo anche il residuo, e imbottigliatelo. Aspettate almeno un paio di mesi prima d’assaggiarlo.

Sarà ottimo per festeggiare san Patrizio nell’anno che verrà.

Rose d’Irlanda, il vino di rosa canina

Rose d’Irlanda: i falsi frutti della rosa caninaNegli antichi monasteri d’Irlanda, al contrario, il vino si preparava non con i fiori ma con le bacche della rosa canina, quella selvatica che gravida di tralci rosati occhieggia tra le siepi campestri.

Si raccolgono quando sono ben maturi e si presentano d’un colore rosso cupo, morbidi al tatto.

Essi, come già anticipato, hanno il nome scientifico di cinorrodi ma chi non li conosce con il termine più volgare che, modificato nei vari idiomi o dialetti, è dovuto ai peli un po’ irritanti che essi contengono?

Ebbene, occorrono 3-3,5 chilogrammi di cinorrodi per preparare un buon vino. Essi vanno mondati, privati delle parti legnose e finemente sminuzzati.

Si debbono poi distendere sopra un tagliere di legno, per schiacciarli con un batticarne o con un grosso pestello da mortaio.

Disponendo di una cantina, si mette la poltiglia di cinorrodi in un barilotto di legno o in un recipiente di terracotta e si copre con 7-7,5 litri d’acqua bollente.

Per conferire una nota aromatica, nelle Isole Britanniche si usa aggiungere la buccia di un’arancia tagliata a spirale.

Si versa lo zucchero grezzo di canna, nella quantità di 950 grammi, e si attende che la temperatura sia scesa a 24° C, ideale per la fermentazione.

Si mesce al liquido, sciogliendo accuratamente, un cucchiaino da dessert colmo di lievito fresco, che si acquista nei negozi per vinificazione, un altro di acido citrico e mezzo di tannino.

Si ripara il recipiente con una fine tela di lino, fermandola all’imboccatura con uno spago, per proteggere il mosto dalla polvere e dagli insetti e si lascia fermentare per una giornata intera, trascorsa la quale si filtra con un sacchetto di garza a trama fitta tenuto sospeso sopra un secchio (c’è chi lo appende tra due sgabelli di quelli che arredano i pub), senza spremerlo, altrimenti perderebbe limpidezza.

Si filtra una seconda volta attraverso un imbuto rivestito con l’apposito disco di carta, passando il vino in un recipiente di fermentazione che permetta di mantenere la temperatura costante di 24° C e che sia munito della valvola che consente la fuoriuscita del gas impedendo l’ingresso all’aria.

La fermentazione si protrae anche per un trimestre. Quando è pronto, il vino di rosa canina si mette nelle bottiglie che vanno rigorosamente chiuse con turacciolo di sughero.

Si stappa allo scadere dell’anno d’invecchiamento.

Concludiamo infine con la ricetta di un profumo che si può preparare proprio in questi giorni, quando le rose sono opulente di boccioli.

Quale fu il rapporto tra i celti e i profumi?

Anche se abbiamo notizia di un nardo “celtico” di probabile provenienza ligure, che i romani importavano quale essenza tra le più ricercate e odorose, possiamo affermare che i celti non si curavano molto d’emanare particolari effluvi. Non quanto altri popoli.

Non avevano trascritto su papiro minuziose ricette aulenti, come avevano fatto gli egizi, non bramavano estratti orientali insoliti, come Alessandro Magno, non distillavano con gli alambicchi, come gli arabi.

Avevano un contatto più diretto con i fiori e con il loro profumo. Più genuino, forse. Si circondavano di boccioli odorosi, li spargevano sull’impiantito delle loro dimore ma non cercavano di ricreare artificialmente ciò che esisteva già in natura e che era affidato alla ciclicità delle stagioni.

Le fanciulle si profumavano indossando corolle fragranti, intrecciandole fra i capelli, mutandole quando sfiorivano.

Questa semplicità nei costumi e nelle abitudini si ritrova anche nel medioevo europeo.

L’abbandono dell’uso di unguenti olezzanti, così caro agli antichi, viene visto come un segno d’oscurantismo e se da un lato viene imputato alla severità della morale cristiana, – dimenticando che la Bibbia trabocca di profumi, – dall’altro viene ascritto ai celti, che influenzarono la cultura e la mentalità medioevale.

Ciò corrisponde in parte a verità, dato che i celti consideravano la pianta nella sua sacralità, nella sua profonda interazione con l’uomo. Non a caso è proprio santa Hildegarda di Bingen la più “celtica” fra tutti gli erboristi…

Ma non generalizziamo. Nella Scozia rinascimentale faceva furore un profumo tratto da una ricetta assai più remota. Era un olio di rose che, volendo, si può preparare anche oggi.

Rose d’Irlanda: olio di rose

Occorre riempire per metà una bottiglia da conserva di vetro con petali di rose rosse, dopo averli pestati nel mortaio.

Si colma con olio d’oliva (Olivo), – in origine si adoperava quello di noci (Noce), – e si tappa ermeticamente.

Si espone al sole estivo per otto giorni e poi si riscalda a bagnomaria per tre ore.

Si filtra, spremendo i petali di rosa esausti, e si mescola con petali freschi. Si espone nuovamente al sole per un’altra settimana e si cuoce ancora a bagnomaria.

Si ripete l’operazione per una terza volta, rinnovando i fiori e diluendo con un po’ d’acqua distillata di rose. Si lascia sotto i raggi del sole per un mese e mezzo.

Infine si separa, eliminando gli ultimi petali dopo averli ben compressi, e si rimette al sole sino al levarsi delle prime brume d’autunno.

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