Michel Foucault e la morte delle scienze umane
Michel Foucault e la morte delle scienze umane

In questo articolo vorrei fare principalmente due cose: indagare sulla vera natura delle scienze umane e vedere se davvero la filosofia fa parte delle scienze umane.

Prenderò in considerazione due tipi di nozione di scienza umana: la scienza umana come scienza non matematica o scienza debole; la scienza umana come scienza che ha per oggetto l’uomo.

Michel Foucault è un filosofo poststrutturalista francese, una delle figure più interessanti del panorama continentale del 900’.

È un personaggio interessante perché ha scritto una delle maggiori opere contro le scienze umane: Le parole e le cose, opera nella quale egli dichiara le scienze umane morte e l’uomo un’invenzione dei moderni. Quindi secondo il secondo concetto di scienze umane Foucault è un antiumanista per eccellenza.

Foto di Michel Foucault
Foto di Michel Foucault

La cosa buffa, però, è che oggi, chiunque, direbbe che Foucault ai suoi tempi faceva scienze umane e in particolare si interessava molto di storia. Questo effetto buffo è uno degli elementi cardini di questo articolo.

Cosa si intende per scienze umane?

La maggior parte della gente ci dirà che si intende un insieme di materie come lettere, storia, geografia, filosofia, antropologia, semiotica, psicologia, ecc. Queste materie costituiscono un insieme di scienze deboli, non tecniche e non matematiche. Esse hanno degli strumenti per fare scienza, ma non possono essere esatte come la fisica.

La storia, ad esempio, si basa sull’analisi dei documenti e dei reperti archeologici. Tuttavia, ancora oggi, sulla maggior parte degli eventi storici abbiamo molte interpretazioni e poche certezze.

Esiste una storia ufficiale, ma esistono anche storie revisioniste di cui si parla poco nelle scuole.

Di queste “scienze deboli” la società non sa assolutamente cosa farsene, perché l’intera società investe sulla tecnologia e dà più valore alla macchina che all’uomo.

L’uomo è diventato un problema secondario, come secondarie sono diventate le scienze che se ne occupano. Questo perché il concetto stesso di uomo e un certo antropocentrismo sono venuti da molto tempo a mancare.

Rosi Braidotti, filosofa italiana del postumano, sostiene che le scienze umane, a livello di università sono diventate semplicemente un hobby, non uno studio serio per un giorno trovare un’occupazione lavorativa nella società.

Rosi Braidotti
Rosi Braidotti

Le scienze umane, dunque, nei prossimi anni saranno certamente destinate a scomparire.

Non solo le scienze umane, ma anche il concetto di uomo che abbiamo salterà. La genetica e la robotica stanno completamente cambiando l’idea che abbiamo dell’uomo.

Come dicono nella serie sui robot, la serie Humans, l’uomo è solo una qualità che si possiede, una qualità che potrebbe un giorno avere anche il robot. L’uomo non è una specie.

Essere umani vuol dire avere quelle capacità di coscienza, sensibilità per gli altri ed essere portatori di una legge morale universale (come direbbe Kant).

Abbiamo detto che l’uomo è l’animale ragionevole. Da tempo stiamo scoprendo una razionalità delle macchine, a partire da quella che Luciano Floridi, filosofo dell’informatica, chiama “quarta rivoluzione”.

Ma la domanda che mi faccio io è questa: ha mai tenuto questo concetto di scienze umane?

La prima cosa che non si comprende è come si possa considerare “lettere” una scienza, anche solo scienza debole al pari della storia. “Lettere” non può essere una scienza perché non rientra nemmeno nel discorso della verità, essendo la letteratura finzione.

Con questo non intendo dire che “lettere” non serve a niente, ma sicuramente, se esistono le scienze umane, lettere non fa parte di queste, in quanto non è proprio una scienza. Nei romanzi le cose sono inventate, ma lo storico non inventa niente. Lo storico indaga sui fatti e ha un metodo rigoroso per farlo. È vergognoso sentire certi filosofi analitici come Michael Dummett dire che la storia è letteratura, perché sarebbe come dire che gli storici scrivono romanzi.

Lettere, in ogni caso, non è completamente inutile.

Noi viviamo in un mondo dove la narrazione è usata un po’ ovunque, soprattutto nelle pubblicità, per intrattenere il pubblico.

Il problema della facoltà di lettere è che non fornisce gli strumenti ai suoi studenti per apprendere conoscenze tecniche nell’ambito digitale che gli possano permettere di lavorare sullo story telling e sull’animazione (video editing, grafica, ecc.), di modo da creare uno sbocco professionale ai suoi studenti che potrebbero in quel modo spendere saggiamente le loro competenze narrative. Oggi un laureato in lettere è richiesto, ad esempio, nel mondo del copywriting e del seo. Peccato che l’università sia del tutto indifferente rispetto a questi temi.

Veniamo ora alla storia.

Storia è chiaramente una scienza, ma una scienza in senso debole, non una scienza esatta come la matematica. È interessante vedere come nella storia ci sia un po’ di matematica: la matematica del tempo, le date. Guarda caso, il dover ricordare tutte quelle date è considerata l’impresa più difficile quando si studia storia.

Esistono, dal quel che ho visto, due concetti principali di storia.

Secondo il primo concetto la storia è il tentativo di ricostruire gli eventi del passato, restituendoli per quello che sono stati. Spesso la storia ci viene presentata come insieme di guerre, crisi economiche, svolte politiche, trattati di pace, ecc. Questo concetto di storia è sicuramente il concetto dominante laddove si studia veramente storia.

Tuttavia, a ben pensarci, la storia vera e propria non è solo questo.

In realtà, come esiste una storia delle guerre, dei trattati di pace, esiste anche una storia dei concetti, delle scienze, dell’economia, ecc.

Nella storia si ha sempre la sensazione che si ha a che fare con due concetti di storia:

uno molto ristretto che prende in considerazione gli eventi storici come sono, dandogli un ordine temporale;

un altro concetto molto largo secondo il quale ogni cosa è avvenuta nella storia, dunque la storia non è solo quello che troviamo di solito nei libri di storia, ma è anche storia della fisica, storia delle scienze in generale, storia della tecnologia, storia della filosofia.

Storia della filosofia, ad esempio, in realtà, non è filosofia, è storia.

Se volete capire cosa significa davvero fare storia della filosofia e perché non è filosofia, leggetevi Steven Nadler. Potreste leggere, per esempio, la sua biografia su Cartesio. La stessa cosa dovrebbe valere per tutto il resto.

La differenza tra questi due concetti di storia è la stessa che intercorre tra la storia come è raccontata dai professori in televisione su Rai Storia e la storia come ce la restituisce Fernand Braudel.

Per Braudel sono importanti gli eventi storici tanto quanto l’economia, la società, lo sviluppo della scienza, della tecnologia e tutto il resto. Con una visione molto più ampia della storia questa materia potrebbe puntare molto più in alto.

È un peccato però che, invece, la storia venga sempre ridotta a quella che noi tutti conosciamo.

Ma la cosa non finisce qua: esistono fisici come Arthur Iberall che interpretano l’intera storia umana come insieme di flussi.

Lo stesso Braudel descrive le avanzate dei nomadi come popoli spinti da uragani. È possibile che un giorno potremo interpretare la storia umana usando modelli che vengono dalla matematica e dalla fisica? Se ciò fosse possibile, la storia sarebbe ancora una scienza umana?

La geografia è una materia scientifica e viene considerata una scienza umana, ma lo è davvero?

Cosa intendiamo per scienze umane? Se intendiamo delle scienze non matematiche, allora credo che la gente ignori semplicemente quanta matematica si usa realmente nella geografia.

Il problema della geografia è che la maggior parte della gente la collega a battute stupide come “qual’è la capitale della Birmania?”, la famosa battuta del film La leggenda di Al John e Jack di Aldo, Giovanni e Giacomo.

Per fortuna la geografia non centra nulla con tutto questo.

La geografia è una scienza seria e molto utile in questa società.

Mettiamo che volete aprire un’attività e vi state chiedendo qual’è il posto migliore per farlo, questo è un problema di geografia. La Tav, di cui discutono tanto i politici, in realtà è anche quello un problema di geografia.

Quella costruzione ha degli effetti sull’ambiente, serve per permettere a delle persone di spostarsi fisicamente dall’Italia alla Francia, ecc. Il geografo Alfred Weber, ad esempio, aveva inventato un sistema triangolare per capire quale fosse il punto migliore in cui collocare la propria impresa, di modo tale che fosse equidistante dal luogo da cui provengono le materie prime, il luogo da cui provengono le fonti energetiche e il luogo in cui le merci arrivano nel mercato per essere vendute.

Alfred Weber
Alfred Weber

Il geografo Walter Christaller, altro esempio, ha costruito un sistema con i grafi per poter studiare la relazione tra i centri abitativi più grandi e quelli più piccoli all’interno del mondo occidentale.

Il geografo Torsten Hägerstrand ha creato un modello per lo studio della diffusione geografica di una innovazione tecnologica. Dove c’è lo spazio necessariamente c’è la matematica, la geometria, ecc.

Esistono geografi che studiano la distribuzione delle malattie (es. Aids) in un paese. La geografia, come molte altre scienze, oramai fa un uso di un apparato matematico sempre più importante, che è davvero difficile dire che la geografia è una scienza umana o scienza debole. Ovviamente la branca più forte oggi della geografia è la geografia economica.

I problemi della geografia sono problemi grossi, basti pensare ai casi che ho citato prima. La geografia è una scienza seria che meriterebbe molto di più del valore che in questo mondo gli viene assegnato. Uno studente di geografia, laureato, non ha grandi opportunità in questa società capitalista, sebbene il sistema sfrutti spesso la geografia a fini di lucro.

La psicologia è sempre stata una materia dalla difficile classificazione, ma oggi tutti la considerano una scienza umana.

L’oggetto della psicologia è la psiche. Tuttavia questo oggetto lo ha in comune con molte altre discipline. Quello che fa la differenza nella psicologia sta nel fatto che la psicologia si propone di curare la psiche, non solo di capire come funziona.

Lo psicologo è un tipo di medico, il medico della mente.

Il problema è che la mente ha sempre avuto una natura ambigua. La mente è un’entità non materiale, oppure è semplicemente il cervello? Fin da quando la psicologia è nata con personaggi come Gustav Fechner si è proposta di studiare la psiche attraverso il calcolo matematico e l’indagine empirica del corpo umano, dunque della biologia del cervello.

Fechner, ad esempio, era convinto di aver trovato una formula per calcolare la variazione dell’intensità di sensazione. Per esempio quando premiamo il dito su un ago, più premiamo il dito, più sentiamo dolore.

La psicologia ha avuto molte correnti come il behaviourismo, il gestaltismo, sino ad arrivare alla contemporanea neuropsicologia. Oggi lo studio della psicologia si focalizza su quelle malattie e lesioni del cervello che hanno effetti sulla psiche umana e cerca di comprendere come curarle.

Un esempio sono quelle persone che hanno particolari lesioni al lobo frontale del cervello e cambiano completamente di personalità.

Vi sembra una scienza umana questa?

Se lo fosse, dovrebbero essere scienze umane anche la biologia e la medicina, cosa che non sono. Già, ma quando la gente pensa alla psicologia non pensa a Steven Pinker, pensa piuttosto a Sigmund Freud.

La psicoanalisi, tuttavia, non è psicologia, è una cosa ben diversa e pure molto interessante.

La psicologia fin da subito si era proposta di studiare la psiche in termini matematici. La psicoanalisi, invece, aveva sempre perseguito la strada narrativa: quella del vissuto.

Essenziale per lo psicoanalista è la parola dell’inconscio, la parola mancante, quella che il paziente non dice. Solamente Lacan ha provato a portare la psicoanalisi sul piano della matematica. Tuttavia, salvo Lacan, la psicoanalisi fa ben poco uso della matematica.

La psicologia è in primo luogo studio del cervello.

In questo senso si rivela una scienza empirica come la biologia, solamente che si interessa del cervello in quanto la psiche dipende dal cervello, dal momento che una lesione in una parte specifica del cervello può avere conseguenze gravi sulle facoltà psichiche dell’uomo.

Solo all’inizio Freud credeva che l’inconscio fosse nel cervello. Successivamente la psicoanalisi ha sempre detto che l’inconscio non centra nulla con la biologia poiché il linguaggio non centra nulla con la biologia.

L’idea della psicoanalisi era sganciare il piano del significante e del simbolico dalla biologia. Questa mossa è altamente discutibile. In realtà il linguaggio dipende molto dal cervello, ma fatto sta che la psicoanalisi ha preso questa strada.

Inoltre, a differenza della psicologia, la psicoanalisi, pur essendo una materia di grande valore che ci ha insegnato moltissimo sulla psiche dell’uomo, non è comunque una scienza. Non è una scienza semplicemente perché non è possibile dimostrare l’esistenza dell’inconscio come causa non materiale di fenomeni come il sogno, il desiderio, il lapsus o le malattie mentali.

Veniamo ora alla filosofia.

La maggior parte delle persone associa la filosofia alle materie umanistiche come lettere o storia. È veramente comico questo fatto, a meno che non faccia piangere qualcuno che conosce veramente questa materia e si sente umiliato.

Lo trovo comico perché molte materie vengono dalla filosofia, la maggior parte. Tutte tranne le materie umanistiche.

La matematica, ad esempio, viene dalla filosofia.

I primi matematici erano tutti filosofi: Pitagora, Euclide, Cartesio, Leibniz, ecc.

La fisica viene dalla filosofia.

Aristotele ha scritto un noto libro di fisica, ma Newton ai suoi tempi si considerava ancora un filosofo della natura. La biologia viene dalla filosofia. Tutti i discorsi fondamentali sul genere, la specie, sono tutti già impostati nelle opere di Aristotele, così come in Aristotele, nella Politica, troviamo il primo trattato di economia.

Esistono, tuttavia, delle materie che non sono nate affatto dalla filosofia, perché sono sempre state distinte dalla filosofia, pur essendo nate in Grecia come la filosofia.

Queste materie sono proprio quelle che noi definiamo come materie umanistiche.

La storia, ad esempio, viene da Erodoto. Erodoto non era un filosofo e non si ispirava certamente ai filosofi. Il suo riferimento era un altro grande studioso come Ecateo.

Ecateo è il padre della geografia, il primo cartografo. La letteratura, invece, viene da Omero e dai rapsodi che raccontavano le vicende dell’Iliade e dell’Odissea per le strade della Grecia.

La filosofia è sempre stata contro la letteratura, perché la letteratura è il mito.

La letteratura è la dimensione del racconto. A questa dimensione del racconto come spiegazione della realtà la filosofia opponeva la spiegazione scientifica seria.

I grandi filosofi dell’antichità come Platone consigliavano ai filosofi e a chi voleva apprendere questa disciplina di imparare bene la matematica, di diventare dotti di matematica. Il percorso di studi matematici del filosofo Platone ce lo restituisce nella Repubblica. La maggior parte dei dialoghi di Platone sono opere sulla matematica. Il Timeo ci parla della matematica del cosmo, il Menone tratta del teorema di Pitagora, il Teeteto dei numeri irrazionali come la radice di diciassette, il Parmenide tratta dei temi della logica e della contraddizione, ecc.

Oggi, tuttavia, la filosofia è una materia considerata scienza umana e associata ad una materia non scientifica come lettere, infatti sentite spesso l’espressione “lettere e filosofia”.

In generale penso che la maggior parte delle persone credano che la filosofia non sia affatto una scienza.

Nonostante la filosofia sia più da un secolo fondata su un importante impianto matematico costituito principalmente dalla logica e la teoria degli insiemi, nonostante il fatto che molti filosofi oggi fanno studi sperimentali in laboratorio come gli scienziati hanno sempre fatto, ancora oggi la filosofia non è considerata affatto una scienza.

Tutte le ricerche neuroscientifiche della filosofia attuale non sono servite a nulla per cambiare l’opinione delle persone.

Purtroppo la filosofia è considerata letteratura, una letteratura spesso molto noiosa e inutile. La storia, almeno, è considerata una scienza, seppure debole, ma la filosofia è posta sullo stesso piano della letteratura. Purtroppo della filosofia molte cose non sono state capite.

La filosofia vera e propria nasce con Kant, prima un filosofo non era distinguibile da uno scienziato di altro genere. Credo sia difficile dire che persone come Cartesio, Leibniz o Pascal non fossero degli scienziati.

Da Kant in poi la filosofia comincia a distinguersi come una disciplina separata dagli altri campi del sapere.

Tuttavia, solo a partire da Frege la filosofia ha incominciato ad essere una scienza matematica.

Il problema è che la maggior parte delle persone, ammesso che conoscano la filosofia, molto probabilmente conoscono i filosofi fino alla fine dell’800’ e poi non hanno studiato filosofia, ma storia della filosofia, che è un’altra cosa.

Il problema è che si giudica la filosofia attuale a partire dal pensiero di filosofi dell’800’ come Nietzsche, filosofi che non sono nemmeno tali in senso stretto. Il filosofo, per eccellenza, per dire, è Kant, non Nietzsche. Nietzsche, che pure è un grandissimo filosofo, comunque non è il filosofo canonico ed è sicuramente molto fuori dalle righe.

Il problema è che spesso si giudica la filosofia a partire da testi come L’arte di insultare di Schopenhauer. Sono testi molto semplici che conquistano facilmente il grande pubblico, ma la filosofia scientifica che si studia all’università non è quella.

Vi do io sei titoli di libri di filosofia e poi mi dite cosa ne pensate:

  • I principi della matematica di Bertrand Russell,
  • L’io come cervello di Patricia Curchland,
  • La quarta rivoluzione di Luciano Floridi,
  • L’individuazione di Gilbert Simondon,
  • L’essere e l’evento di Alain Badiou,
  • La guerra nell’era delle macchine intelligenti di Manuel De Landa.

Sono testi che trattano temi scientifici di ogni genere: matematica, neuroscienze, informatica, intelligenza artificiale, fisica quantistica, ecc. I primi tre libri sono di filosofi analitici, mentre gli ultimi tre sono di filosofi continentali.

Così nessuno può dire che scientifica è solo la filosofia analitica, perché non è vero.

Sarei curioso di sapere che idea di filosofia ci si potrebbe potrebbe formare dopo che si ha letto anche solo uno di quei libri.

Si dirà ancora che la filosofia non è scienza?

Si dirà ancora che è una scienza umana? Si penserà ancora che facciamo lettere? Ma se si continua a farlo, è per che lo si fa apposta e il problema sarebbe capire come mai si odia tanto la filosofia da dire che è una scienza umana, escludendola dalle scienze serie.

Purtroppo la filosofia è trattata molto male, qualche volta anche da chi la insegna. I professori prospettano come unico futuro ai loro studenti quello del call center.

Ci sono professori che arrivano a dire agli studenti di non venire in classe perché tanto non c’è futuro con la filosofia, che non si andrà a fare niente. Bene, io sono qui per dirvi che non è vero, perché la verità è che vi prendono in giro. Tutto quello che interessa ai datori di lavoro sono competenze tecniche.

Il problema dell’università è che nella maggior parte dei casi non ti insegna alcuna competenza tecnica spendibile sul mercato del lavoro. Basta insegnare storia agli studenti di filosofia! A cosa serve?

Il problema è che in questo settore si pensa che, sebbene il mondo è orientato alla tecnologia, noi dobbiamo continuare a difendere l’idea che esiste una prospettiva non tecnologica da proteggere e che la tecnologia è solamente uno strumento nelle mani dell’uomo per smettere di pensare.

Io credo piuttosto che bisognerebbe cominciare ad interrogarsi su cosa ha la filosofia da offrire nel settore tecnologico.

Guardate che chi si occupa di tecnologia potrebbe essere anche interessato ai filosofi. Per esempio Brad Smith della Microsoft sostiene che con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, a causa del affacciarsi di problematiche come la sicurezza della trasparenza o la privacy, si presenterà la forte necessità di esperti di etica e che i laureati in filosofia, in quanto studiosi di etica, sono i candidati ideali.

Da secoli in filosofia si studia logica matematica, questo perché i grandi logici della storia sono tutti filosofi e la logica l’hanno inventata i filosofi.

Non avete idea di quanta logica c’è nell’informatica o nell’elettronica.

Se volete cominciare a capirne di più dovreste iniziare a leggere questo libro:

  • L’intelligenza artificiale. Una guida per il programmatore di Piero Scaruffi.

Notate tutte quelle pagine in cui si parla della logica predicativa di Frege, della logica di Wittgenstein o della logica modale di Kripke. Con la logica predicativa di Frege ci hanno costruito un linguaggio di programmazione come Prolog i giapponesi.

Già, ma chi insegna Prolog agli studenti di filosofia?

Non sarebbe sensato che loro fossero i primi a conoscere un linguaggio di programmazione basato sulla logica del padre della filosofia analitica?

Guardate che esiste un ampio terreno fertile per uno scambio proficuo tra la filosofia e l’informatica. Sicuramente esiste già una letteratura sull’argomento.

Ad esempio, recentemente, mi è capitato di sentir parlare di questo libro:

  • Macchine per pensare. L’informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi di Francesco Varanini.

Ma esiste molto altro materiale se lo cercate. Potete per esempio andarvi a leggere Luigi Catalani sul tema della profonda connessione tra la filosofia e l’informatica, oppure mettervi seriamente a studiare la filosofia dell’informatica di Luciano Floridi.

Oggi ci sono lauree in informatica umanistica dove si studiano i legami tra la filosofia e l’informatica.

Tutte quelle belle cose come la logica, i tipi della programmazione, l’ontologia, cose che studiano gli informatici, in realtà vengono dalla filosofia. In realtà il problema della laurea in filosofia può essere facilmente risolto, il problema è che non vuole farlo nessuno.

Basterebbe togliere tutti quegli esami inutili in storia o lettere e insegnare agli studenti la matematica, l’informatica e l’elettronica. Se date competenze tecniche agli studenti, competenze spendibili, la situazione cambierebbe completamente. Altro che il call center!

Gli studenti di filosofia, se si facesse questo, potrebbero anche un giorno andare a lavorare nel settore della robotica. Ma non è fantascienza! Un professore di filosofia del linguaggio mi ha spiegato che in America un laureato in filosofia può anche fare l’ingegnere dei software. Però in America la filosofia è molto più scientifica di qua e in America nessuno si permetterebbe di dire che la filosofia è una scienza umana.

Qui in Italia ci si sente dire che lo studente di filosofia ha buone doti di ragionamento e basta. È una presa in giro! Lo hanno sempre detto i filosofi che tutte le persone sono perfettamente in grado di ragionare e possono farlo benissimo. Da questo punto di vista chi studia filosofia non ha nessuna capacità in più degli altri.

La filosofia non è questo, la filosofia è matematica.

Quello che loro chiamano “ragionamento” in realtà è il calcolo logico-matematico: il calcolo degli enunciati, il calcolo predicativo, il calcolo modale, ecc. La logica non è una cosa che si possiede naturalmente come il ragionamento.

La logica è una materia scientifico-tecnica che si impara studiandola sui libri. Per sapere la logica bisogna imparare formule, metodi di calcolo e tanti teoremi.

Negli esami di logica si imparano teoremi importanti come il teorema di Skolem, il teorema della completezza di Kurt Gödel o il teorema dell’indecidibilità della logica predicativa di Alan Turing e Alonzo Curch.

Questo è studiare filosofia, questo è il metodo dei filosofi: matematica.

Non si tratta di banale ragionamento. Anche per questo la filosofia non è una scienza umana.

Fino a questo momento ho considerato, in realtà, un solo concetto di scienza umana. Secondo questo concetto la scienza umana è una scienza debole e non matematica.

Esiste, tuttavia, un altro concetto di scienza umana, quello secondo il quale le scienze umane sono scienze che differiscono dalle altre, quelle naturali, perché hanno come oggetto l’uomo.

Se assumiamo questo concetto di scienza umana allora dovremmo riscrivere cosa è scienza umana e cosa non lo è.

Riprendendo le materie che ho preso in considerazione sino ad ora possiamo trarre le seguenti conclusioni:

  • la storia è una scienza umana, in quanto esiste solo storia dell’uomo, l’animale non conosce la storia;
  • la geografia potrebbe essere scienza umana solo in parte, perché la geografia tratta dello spazio in quanto questo spazio è stato plasmato dall’uomo, ma la geografia tratta anche del paesaggio naturale fatto di mari, monti e fiumi;
  • lettere chiaramente prende in considerazione le opere letterarie dell’uomo, dal momento che non si è mai vista una scimmia scrivere un romanzo; psicologia, anche questa, certamente si interessa dell’uomo, in quanto il problema della psiche che affronta riguarda la psiche umana;
  • filosofia studia l’uomo tanto quanto le particelle, il problema è che una certa parte della filosofia si è convinta che per comprendere il mondo, particelle comprese, bisogna capire come è fatto l’uomo, in quanto la realtà è sempre filtrata e costruita dalla nostra mente.

Credere che le scienze umane sono tutte quelle scienze che hanno per oggetto l’uomo ha un effetto curioso:

molte delle scienze che oggi nessuno si sognerebbe di dire che sono scienze umane diventerebbero tali.

Dovremmo dire che medicina ed economia sono delle scienze umane, in quanto entrambe hanno per oggetto l’uomo e le sue attività. Il problema è che il concetto di uomo è un concetto molto problematico, il quale è stato più volte messo in discussione.

Basti pensare alle quattro rivoluzioni di cui parla Floridi:

  • la prima rivoluzione è di Copernico e Copernico dimostra che l’uomo non è al centro dell’universo;
  • la seconda rivoluzione è di Darwin e Darwin dimostra che l’uomo è un animale che si è evoluto a partire dalla scimmia;
  • la terza rivoluzione è di Freud e Freud dimostra che l’io dell’uomo non è sovrano, perché è soggetto alle potenze dell’inconscio;
  • la quarta rivoluzione è di Alan Turing e Alan Turing dimostra che l’uomo non è l’unico essere intelligente, esistono anche i computer e i robot.

Michel Foucault e la Meninas di Velasquez

Michel Foucault e la Meninas di Velasquez
Michel Foucault e la Meninas di Velasquez

Veniamo ora, dunque, alla famosa opera di Foucault, nella quale il filosofo sostiene che l’uomo è un invenzione dei moderni.

Foucault incomincia il suo Le parole e le cose dall’arte, commentando il quadro la Meninas di Velasquez. Questo fantastico quadro rappresenta il pittore stesso mentre è intento a dipingere la famiglia reale.

In quel momento si discosta dal quadro per guardare il suo modello. È un momento di pausa dove vediamo tutti i personaggi con lo sguardo verso il modello che nel quadro è del tutto assente perché non si vede.

Foucault sostiene che in questo quadro Velasquez gioca con il concetto di visibile e di invisibile.

Vediamo il quadro che sta dipingendo il pittore, per esempio, ma essendo il quadro voltato, non vediamo come sia il dipinto. Non possiamo vedere i membri della famiglia reale dipinti nel punto in cui sono, tuttavia uno specchio in fondo ci restituisce la loro immagine.

L’essenziale del quadro, nonostante ciò, secondo Foucault, è la totale assenza dello spettatore, la totale assenza dell’uomo come soggetto rappresentate. L’assenza dell’uomo, in quanto spettatore, è una caratteristica del mondo classico.

Come vedremo, secondo Foucault, è nel mondo moderno che nasce la nostra idea di uomo.

Il mondo classico è caratterizzato da quattro similitudini: la convenientia, l’emulatio, l’analogia e la simpatia.

Foucault definisce la convenientia come “somiglianza legata allo spazio nella forma dell’a mano a mano”.

L’emulazione è un gioco di specchi, nel quale l’intelletto umano, ad esempio, può essere visto come riflesso dell’intelletto divino o il volto umano come un riflesso del cielo.

Secondo l’analogia è possibile confrontare le cose nello spazio e dire che le stelle nel cielo sono come l’erba nel prato. Esistono analogie di ogni genere, per esempio tra l’animale e la pianta, quando si dice che la pianta è un animale con la testa in giù.

La simpatia, invece, ha il potere di assimilare una cosa all’altra trasformando tutto nel Medesimo. Ma affinché queste similitudini possano essere colte bisogna che esistano segni esterni.

I segni esterni ci permettono di leggere la natura e cogliere le sue similitudini.

L’esempio più efficace di Foucault è quello della noce.

Vista da fuori ci sembra un po’ come la testa umana. Se la apriamo troviamo il suo frutto. Due pezzi separati che assomigliano tanto ai due lobi del nostro cervello.

Un caso? Esistono persone che credono, proprio per queste similitudini, che mangiare le noci faccia bene al cervello. Non è molto scientifico, ma sicuramente rispecchia molto bene il pensiero classico che ha in mente Foucault in queste pagine.

La somiglianza è il vincolo tra il segno e ciò che esso indica. Una somiglianza rinvia ad un’altra, così che il mondo classico è condannato a conoscere solo l’Identico e non il differente.

I segni indicano il non visibile in quanto si assomigliano. La natura è un libro scritto e questi segni compongono il suo linguaggio.

Nel mondo classico troviamo opere come quella Aldrovandi: Historia serpentum et draconum. In questo testo, ci spiega Foucault, troviamo davvero di tutto, non solo una descrizione dei serpenti, ma anche: modi di cattura, rimedi, prodigi, leggende, motti, sogni, simulacri, ecc.

Questo è un esempio di un testo classico che precede la storia naturale e la storia naturale è ciò che precede ciò che noi conosciamo meglio con il nome di biologia.

In questo libro Foucault intende rintracciare il cammino storico che le scienze umane hanno percorso per divenire tali.

Egli prende in considerazione principalmente tre tipi di scienze: la filologia, la biologia e l’economia.

Al giorno d’oggi suona strano sentirsi dire che la biologia o l’economia sono scienze umane. L’economia, ad esempio, con l’econometria, pretende di essere fisica e di trattare le crisi economiche quasi come fossero dei terremoti.

Michel Foucault e le scienze umane

Foto per Michel Foucault e la morte delle scienze umane 2
Foto per Michel Foucault e la morte delle scienze umane

Tuttavia, se si tiene contro del concetto di scienze umane adottato da Foucault, almeno la filologia e l’economia, in quanto trattano di attività umane, sono necessariamente delle scienze umane.

Sulla biologia, invece, nutro ancora molti dubbi, perché la biologia tratta dell’uomo tanto quanto di qualsiasi altro ente biologico in questo mondo (animali, piante, ecc.).

Le tre scienze umane sono assimilate da Foucault a tre operazioni:

parlare (filologia), classificare (biologia) e scambiare (economia).

Ma prima ancora di queste tre operazioni, Foucault tratta di un’altra operazione: il rappresentare. La scienza umana partecipa di una visione sdoppiata della realtà, che è la medesima rappresentata da Kant nel suo dualismo trascendentale/empirico.

Don Chisciotte è l’ultimo folle che crede di vedere ancora similitudini ovunque: vede dei giganti nei mulini a vento, vede dei draghi nei treni, ecc. Don Chisciotte, sostiene Foucault, è il negativo del Rinascimento. Egli è il differente che non conosce la differenza, poiché vede somiglianze ovunque.

L’età moderna condanna la somiglianza più volte: Francesco Bacone la condanna come idolo; Cartesio la condanna come origine di ogni confusione.

Il metodo di Cartesio, avendo come obbiettivo il raggiungimento di una conoscenza chiara e distinta, condanna ogni forma di similitudine o di analogia, la quale porterebbe a confondere le cose, le une con le altre.

Nel mondo moderno cambia la nozione di segno.

Il segno, osserva Foucault, non si basa più sulla similitudine, ma su tre variabili:

  • l’origine del nesso (se il segno è naturale o di convenzione);
  • il tipo di nesso (se il segno è parte della totalità che indica o ne è separato);
  • la certezza del nesso (se il segno è costante o è probabile).

Il segno nell’età moderna comincia a vedere una separazione delle parole dalle cose e ha possedere una natura sdoppiata. L’analisi del segno diventa l’analisi del suo significato.

Un’idea singolare diventa segno delle altre. Come accade in Berkeley dove una rappresentazione di un gatto viene elevata ad esemplare del gatto.

In questo modo il particolare fa le veci dell’universale rispetto alle altre rappresentazioni dello stesso, in questo caso dei gatti. Il segno è dunque catturato in quello che diventerà il sistema binario del segno in Saussure: significato/significante. Il significante è la mera parola, mentre il significato è l’immagine mentale a cui parola rinvia.

L’analisi di Foucault delle scienze umane comincia dal parlare.

Nell’età classica l’uomo pensa l’esistenza di un linguaggio sotteso nella natura. Il linguaggio che noi parliamo serve per far parlare questo linguaggio sotteso e dunque ha valore di pura rappresentazione.

Il linguaggio, sostiene Foucault, è puro commento. In età moderna il linguaggio diventa un sistema autonomo di segni in cui le parole sono sganciate dalle cose, in quanto il linguaggio è concepito come insieme di segni convenzioni che mettono assieme rappresentazioni.

Le parole sono segni delle idee della persona parlante. Dunque possiamo dedurre che il segno come significante è un insieme di note del tutto convenzionale che viene associato a delle rappresentazioni mentali del tutto private, come sono le nostre idee.

L’età moderna, nota Foucault, mira alla costruzione di una grammatica universale come studio dell’ordine del linguaggio.

In un linguaggio troviamo una semantica e una sintassi.

La semantica concerne il significato delle parole. Quando cerchiamo il significato delle parole usiamo il vocabolario, oppure cerchiamo i significati nell’enciclopedia.

L’enciclopedia è un invenzione degli illuministi. Essa è il tentativo di racchiudere tutto il sapere umano in una serie di volumi. La parola, dunque, in quando ha un significato ha una definizione e ha degli esempi che sono associati al suo significato. Da questa caratteristica della parola possiamo dedurre la reale funzione del linguaggio come qualcosa che ha la capacità di poter rappresentare tutte le rappresentazioni.

L’altro elemento del linguaggio è la sintassi, ovvero la struttura della frase. Della struttura della frase se ne occupa la grammatica, che è la scienza che studia le regole su cui si basa un discorso ben formato.

In età moderna, come ho detto, esisteva questo progetto di una costruzione di una grammatica generale. Ma la grammatica generale non è una sola, bisogna piuttosto pensare una grammatica generale per ogni lingua: inglese, francese, tedesco, italiano, ecc.

La struttura della frase più semplice è la seguente: soggetto, copula e predicato. Si tratta della proposizione predicativa come “Socrate è un uomo” o “Quella rosa è rossa”.

In questi enunciati troviamo un soggetto (rosa), una copula (è) e un predicato (rosso).

Il verbo nel linguaggio gioca un ruolo quasi essenziale: connette le parole.

Il verbo viene definito da Foucault, che riprende delle immagini di quei tempi, come la tela del quadro.

In particolare è il verbo essere ad essere il più essenziale e il verbo essere dice il modo di un soggetto o nome sostantivo. Per esempio quando si afferma che le foglie degli alberi sono verdi.

Nel linguaggio poi troviamo i nomi propri e i nomi comuni. Mentre i nostri propri indicano gli individui, i nomi comuni stanno per la natura comune a più individui. L’intera nostra conoscenza si fa sullo studio dei nomi comuni.

Per esempio quando diciamo: “Tutti gli uomini sono mortali”. In pratica mentre nell’età classica, rappresentata dal Cratilo di Platone, si vedeva il linguaggio attraverso la similitudine e la parola doveva essere legata alla cosa, nell’età moderna il linguaggio diventa pura convenzione laddove vediamo delle somiglianze sappiamo che esse derivano sempre dall’accordo tra gli uomini.

Possiamo studiare la derivazione delle parole, ma i cambiamenti delle parole dipendono sempre da elementi esterni come il clima, il luogo, la semplicità di certe espressioni, ecc.

Dopo il “parlare” viene il “classificare”, ossia dopo la filologia viene la biologia.

Foucault ci spiega che prima di Darwin e Curvier non ha senso parlare di biologia, ma ci descrive l’emergere della biologia a partire da qualcosa d’altro: la storia naturale.

Non c’era la biologia perché non esisteva affatto il concetto di vita biologica, mentre si poteva parlare solo di esseri viventi (uomini, animali, piante, ecc.) Nell’età classica il problema sta nel fatto che non esiste alcuna distinzione tra l’osservazione, il documento e la favola.

Lo si percepisce bene dalle opere di Aldrovandi, in quel testo si legge di tutto sul serpente: leggende, formule per scacciare serpenti, magia, specie dei serpenti, cosa mangiano, come difendersi dai serpenti, ecc.

È tutto messo assieme, spiega Foucault, semplicemente perché per l’autore classico i segni fanno parte delle cose.

La storia naturale studia le forme del vivente seguendo quattro valori: numero, figura, proporzione e situazione. Ogni cosa viene descritta entro questi valori. La ricerca della storia naturale è dunque una ricerca della struttura.

Interessa sapere il numero di certi elementi, la loro forma, le dimensioni rispetto agli altri, ecc. Se si studiano gli organi sessuali della pianta, dice Foucault, si guarderà al numero di stami e di pistilli, forma assunta e la dimensione rispetto agli altri organi.

Foucault parla proprio di un ‘erbario delle strutture’.

Il visibile diventa insieme di variabili stabilite da una descrizione definita. Adanson, sottolinea Foucault, pensava che un giorno la stessa botanica sarebbe stata matematizzata, che l’avrebbero ricondotta all’algebra e alla geometria.

Ma la storia naturale ignora completamente l’organismo e conosce solo la visibilità esterna dell’animale. Nella storia naturale non troviamo quegli studi di anatomia che si svilupperanno successivamente con la biologia. Lo spessore del corpo, il suo interno, dice Foucault, rimane del tutto celato.

La storia naturale studia la struttura esterna dell’animale, compara gli animali per somiglianze e differenze, classificando uno ad uno gli animali. Per distinguere una specie da un’altra gli si assegna un nome. La conoscenza dello specialista, dunque, risulta dal sapere quei nomi che vengono attribuiti a quelle determinate piante o quei determinati animali.

Foucault sostiene che esistono due strategie per lo studio nella storia naturale: il sistema e il metodo.

Nel sistema si pensa una struttura individuata per studiare identità e differenze.

L’individuazione della struttura serve allo scopo della classificazione e la struttura è il luogo delle differenze e delle identità, per questo è il carattere. Tuttavia il metodo del sistema trascura differenze e identità che non sono affatto riferibili al carattere.

Per avere un carattere, ci spiega Foucault, è sufficiente prendere alcuni elementi specifici: gambo, foglia e radici.

Il metodo, invece, deduce gli elementi da prendere come caratteri e lo fa progressivamente. Lo fa, ad esempio, partendo da confronti tra casi concreti di piante.

Ogni specie ha sempre degli elementi che la contraddistinguono come tale, ci sono animali che cacciano di notte e non di giorno, altri che vivono nell’acqua, altri terrestri, ecc. Si ricava una identità solamente dal residuo delle differenze.

A partire dalle somiglianze nasce un termine comune per designare una specie comune. In natura, però, vi sono solo individui, non esistono delle specie o dei generi.

I generi e le specie li conosciamo solo sul piano del linguaggio a partire da questi nomi comuni. Prima ho detto che il sapere della botanica, ad esempio, consiste nella conoscenza dei nomi delle piante, perché sapere i nomi è la base per poter discernere una pianta dall’altra.

In questo senso, nota Foucault, la grammatica generale diventa al tempo stesso la tassonomia totale di ogni essere.

Michel Foucault pensa che nella storia naturale si presupponga una continuità segreta tra tutte le specie.

Non esiste, gli dice, nella storia naturale, un vero e proprio concetto di evoluzione delle specie, ma comunque si sente già parlare della trasformazione delle specie in altre specie, quello che cambia è il modo in cui questo mutamento è inteso.

Charles Bonnet, un naturalista, oggi definito come biologo, sosteneva che tutte le specie sono in una serie che tende verso Dio e che non lo raggiunge mai.

Ogni specie si perfeziona, ma quando raggiunge il grado della specie successiva, questa si è già spostata verso il suo gradino più alto.

Benoit de Millet, notando che i pesci hanno le pinne come gli uccelli hanno le ali, supponeva un’antica comunanza tra le due specie. Una figura molto interessante all’interno della storia naturale e della biologia è quella del mostro.

Il mostro l’animale di una specie che perde i caratteri della sua specie per cominciare ad acquisirne quelli di un’altra. Il mostro non è semplicemente una specie intermedia, ma è l’origine della specificazione, l’origine di specie nuove.

Il mostro spiega il passaggio dai rettili agli uccelli, ad esempio. Tuttavia la storia naturale non conosce l’evoluzione e soprattutto non conosce la vita. Il naturalista, sottolinea Foucault, è l’uomo del visibile strutturato e non della vita.

Veniamo ora allo scambiare, ossia all’economia.

Questa economia non è ancora l’economia politica di Adam Smith e David Ricardo, in quanto non si pone ancora il problema della produzione e del lavoro. Il problema principale che compare qui sullo sfondo, prima ancora dell’emergere dell’economia politica è quello del valore della moneta.

Rispetto a questo problema si distinguono due grandi correnti come quella dei metallisti (William Petty, John Locke e Galliani) e i non metallisti (Barbon, Law).

Il metallo è considerato in quel periodo il segno che misura la ricchezza, il problema è che esso stesso è una ricchezza. Se l’oro rappresenta il valore delle merci, anche l’oro ha comunque un suo valore. Occorre, quindi, che il valore della moneta sia regolato dalla massa metallica che in essa è contenuta.

La moneta è dunque una merce tra altre e non è ancora, come diventerà per Karl Marx, l’equivalente generale. Anche le monete hanno il loro prezzo e il loro prezzo dipende dalla loro rarità.

L’oro assomiglia agli astri come il Sole ed è il canto della felicità rovesciata.

Secondo Foucault, anche se i metalli sono poco utili, sono stati scelti perché in natura hanno un valore assoluto.

Il metallo è il contrassegno della ricchezza o il prezioso per eccellenza.

Con l’avvento del mercantilismo la logica si rovescia: l’oro è prezioso perché è moneta. La moneta rappresenta ogni ricchezza possibile e ogni ricchezza è convertibile in moneta.

L’oro, per i monetaristi, secondo Foucault, è scelto perché ha una capacità indefinita di rappresentazione. La moneta per rappresentare le ricchezze deve avere la proprietà di essere preziosa.

La moneta è ricchezza solo in quanto segno. I rapporti tra la ricchezza e la moneta si stabiliscono nello scambio, il quale genera quella circolazione della moneta che Hobbes paragona alla circolazione del sangue. Le ricchezze hanno il potere di scambiarsi.

Con l’introduzione della cara-moneta, la moneta diventa pegno. La moneta sta per tot. oro, perciò diventa un credito. I prezzi nel commercio e lo scambio non sono più prezzi giusti, ma sono dei prezzi adeguati.

Il problema sta nella quantità di moneta circolante che vede rappresentare proprio la ricchezza. Si deve dunque analizzare la quantità di merci che si scambiano per capire il denaro che circola.

Ma bisogna considerare che lo scambio avviene anche con i paesi esteri. Nel senso che con il commercio estero del denaro può entrare nella circolazione, oppure andare via. Esiste, chiaramente, anche una relazione tra la quantità di denaro circolante e i livello medio dei prezzi. Non solo, anche tra la quantità di denaro circolante e il valore della monete stessa.

Nell’ultima parte del capitolo sullo scambio Foucault sposta l’accento del valore della merce sul bisogno e l’utilità.

Si ha questo slittamento dal valore di scambio al valore d’uso quando Foucault incomincia a trattare dei fisiocratici. Quella corrente che sosteneva che la terra era all’origine di un surplus, che spiega la ricchezza nel capitalismo.

Filologia, economia e biologia usano il linguaggio come forma di classificazione esattamente come l’algebra con la matesis universale. In questo Foucault riconosce una volontà di matematizzazione anche nelle scienze umane ed è un fatto curioso.

Successivamente Foucault ritorna sui temi delle scienze umane per spiegare l’origine della filologia, dell’economia e della biologia, a partire dai concetti di linguaggio, lavoro e vita.

Secondo la teoria di Foucault i concetti di una scienza esistono in un determinato campo epistemico, ma questo campo epistemico, chiaramente, si forma a partire dalla generazione della scienza stessa. Questo, come è ovvio, ha dato adito a molti fraintendimenti.

C’è chi pensa che Foucault sostenga che la follia non esisteva prima della psichiatria, che la tubercolosi non esisteva prima della scienza che ha scoperto tale malattia, che la vita non esisteva prima della biologia e che l’uomo non esisteva prima delle scienze umane.

Non sta chiaramente dicendo questo. È chiaro che l’uomo esisteva prima delle scienze umane ed esisterà anche dopo. Ma un conto è l’uomo come essere fisico, un altro è l’uomo in quanto oggetto della scienza.

Un conto è la tubercolosi come malattia contratta da certe persone, ad esempio il faraone Ramses II, un altro è la tubercolosi come oggetto scientifico proprio alla medicina. Prima della sua scoperta, la tubercolosi era solo una pericolosa febbre e nulla di più. La scienza, infatti, non conosceva affatto tale malattia, sebbene esistessero persone di cui ne soffrivano.

Per prima cosa Foucault affronta la nascita dell’economia politica.

L’economia politica, rispetto all’economia che esiste ai giorni nostri, è già una forma molto vecchia di economia e tuttavia l’economia moderna nasce da lì.

Se l’economia politica può sembrare una scienza umana, l’econometria e la neuroeconomia lo sembreranno ancora meno.

Oggi l’economia pretende di essere fisica e ha abbandonato il campo sociale delle relazioni umane e dei rapporti di potere alla sociologia, la filosofia e le scienze politiche. L’economia politica è ancora fatta dai marxisti, ma i marxisti frequentano più la filosofia che l’economia in senso stretto.

Oggi ci troviamo di fronte ad un’economia che pensa i fenomeni economici come fossero terremoti, ossia li equipara a fenomeni naturali.

Ma l’economia moderna, ricordo, nasce da Adam Smith, insegnante di filosofia morale a Glasgow.

Secondo Foucault Adam Smith rappresenta una svolta perché sposta l’accento dell’analisi dell’economia dallo scambio e il commercio al lavoro e alla produzione.

Il lavoro è la misura constante del valore delle cose. Se le cose hanno un valore di scambio, questo dipende dal lavoro impiegato dai lavoratori per costruirle. E la quantità di lavoro con questa merce può comprare nello scambio.

Foucault, tuttavia, sottolinea il fatto che per Adam Smith il lavoro è una forma di rappresentazione del valore, mentre per David Ricardo, l’economista successivo, il lavoro è la fonte di ogni valore.

Secondo Ricardo, infatti, il valore di scambio di una merce non dipende dal salario di un dipendente, ma dal suo lavoro. Solo il lavoro produce valore, questa è la massima che ha preso Karl Marx da Ricardo.

Foucault sottolinea una svolta antropologica nell’economia.

L’economia mette qui al centro l’uomo come lavoratore, la sua fatica che si trasforma nel valore della merce e i suoi bisogni. Non solo: si vede benissimo anche un legame tra la finitudine dell’uomo e la storicità dell’economia.

Nella teoria economica di Marx la storia, chiaramente, gioca un ruolo centrale. Si parla di materialismo storico perché Marx vede la storia come conflitti di classe, rapporti di produzione, lotta per beni materiali, ecc. La storia, tuttavia, in Marx ha in sé una promessa di felicità, l’utopia dopo la fine capitalismo: una società senza classi, senza proprietà privata e non più alienata.

La seconda scienza umana per Foucault è la biologia.

Egli analizza la biologia mettendo al centro la figura del biologo Curvier. L’avvento della biologia, rispetto alla storia naturale, secondo Foucault, è segnato dallo spostamento dell’interesse dalle strutture esterne agli organi interni dell’animale.

L’organo viene studiato e spiegato in base alla sua funzione. In questo senso è riscontrabile un certo finalismo nella biologia e per questo Kant sosteneva che la biologia si serve del giudizio teleologico.

Partendo dalla funzione la biologia trova delle somiglianze tra gli esseri, laddove la struttura esterna non l’avrebbe mai fatte apparire. Questo è il caso delle branchie e dei polmoni, i quali sono organi che hanno la medesima funzione: il respirare. Esistono poi dei legami tra le varie parti dell’animale.

La conformazione dei denti e l’apparato digerente mutano uno in relazione degli altri, in quanto cambiano a seconda dell’alimentazione dell’animale. Un animale carnivoro avrà dei denti affilati per tagliare la carne e uno stomaco adatto per digerirla. In questo senso, sostiene Foucault, gli organi nella biologia obbediscono ad un piano ed esiste una specie di centro focale di funzioni che sostituisce quella che per la storia naturale doveva essere l’identità.

Tra queste funzioni centrali troviamo il respirare, il mangiare, la circolazione, ecc. Dunque, nota Foucault, se guardiamo le strutture esterne il polipo è molto diverso dagli altri pesci, ma se guardiamo le funzioni, allora troviamo notevoli somiglianze.

Seguendo metodi di questo genere possiamo formare una nuova classificazione, nella quale vedremo contrapposti, ad esempio, i vertebrati e gli invertebrati. L’idea di cercare nell’organismo, piuttosto che nelle strutture esterne, è solo una delle svolte che segnano la biologia.

L’altra è data dall’evoluzionismo di Darwin, ossia l’introduzione della contingenza storica nell’evoluzione delle specie. Le specie da questo momento in poi sono quello che sono, in quanto hanno subito un processo di evoluzione costante. Dalla nozione di evoluzionismo nasce una certa concezione della vita, nella misura in cui la vita è questa lotta per la sopravvivenza, per potersi affermare e conservare tra i viventi, in una natura spietata che si basa sulla selezione naturale.

La terza delle principali scienze umane per Foucault è la filologia.

La nascita della filologia vede come protagonisti personaggi come Grimm, Schlegel o Bopp. La filologia studia le origini di una lingua. Essa va a vedere quali sono le radici che accomunano le parole nella loro origine, dunque va a sviscerare la struttura della parola a partire dalle sillabe.

In questo momento interessano gli elementi interni della lingua stessa, per comprendere le origini delle lingue. Si parte da una radice e si studiano le flessioni.

Si studiano le lingue a livello comparato, arrivando a dimostrare, ad esempio, le comunanze di molte lingue europee con la lingua indiana. Il linguaggio ha un posto privilegiato perché è qualcosa di cui si servono tutte le scienze e non possono farne a meno perché si tratta di un mezzo.

In questo contesto Foucault cita anche la figura di Nietzsche: il filosofo-filologo.

Nietzsche, tuttavia, è una figura limite nella filologia come scienza umana perché è colui che ha preannunciato la fine dell’uomo, definendo l’uomo semplicemente come un corda tesa verso il superuomo. Nietzsche ha profetizzato l’ultimo uomo come uomo di massa e la successiva scomparsa dell’uomo.

Vediamo meglio questo schema delle scienze umane di Foucault.

Foucault parla di un triedro delle scienze umane: vita, lavoro e linguaggio. Questo triedro corrisponde a tre scienze umane: biologia, economia, filologia.

Queste sono le principali scienze umane per Foucault, ma ovviamente non sono le uniche. In primo luogo Foucault a ciascuna di queste associa un’altra scienza umana.

Alla biologia associa la psicologia. La psicologia parte dal biologico, il cervello, per poi studiare la psiche umana.

All’economia Foucault associa la sociologia, in quanto la sociologia studia l’individuo laddove lavora, produce e consuma. La sociologia, chiaramente, estende lo studio dell’uomo alle sue relazioni sociali, non solo dal punto di vista dell’individuo, ma anche del gruppo.

Per ultimo Foucault associa alla filologia le lettere. Lettere, infatti, va a studiare i testi, i miti e così via. A capo di tutte scienze umane Foucault ripone la storia come fondamento delle scienze umane, in quanto scienze che considerano l’uomo nella sua storicità.

Tuttavia, riconosce Foucault, rispetto a queste altre scienze, la storia ha origini molto più antiche. La storia nasce ai tempi dei greci con Erodoto. Foucault per questo definisce la storia come un “ambiente di accoglienza delle scienze umane”.

Ai limiti dello schema delle scienze umane di Foucault stanno la psicoanalisi e l’etnologia.

La psicoanalisi è, come avrete notato, nettamente separata dalla psicologia, come vi avevo detto. In genere la psicoanalisi per Foucault pone il problema dell’impensato, ossia dell’inconscio.

L’impensato si dà in contemporanea con il pensiero, nella misura in cui il pensiero si offre alla mente come fenomeno, mentre l’impensato è il limite del pensiero cosciente, ossia l’inconscio. Etnologia e psicoanalisi, tra l’altro, in un testo come Totem e tabù vanno persino a braccetto.

Notate quello che pensa Foucault a proposito della scientificità delle scienze umane:

«È quindi inutile dire che le “scienze umane” sono scienze false; non sono affatto scienze.» (Foucault, Michel, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano, 2016, p.391-392)

Le scienze umane hanno certamente una loro episteme, ossia hanno un campo epistemico che si è costituito con la loro generazione, ma che ha definito un oggetto che prima non era: l’uomo.

La scienza umana mette al centro l’uomo come soggetto rappresentante.

Così la biologia, ad esempio, lega la catena degli esseri alla catena delle rappresentazioni umane. Così nella catena degli esseri viene ritagliato l’uomo e si incomincia a parlare di evidenza del’Io penso, proprio in quanto il mondo è una mia rappresentazione e un Io penso deve poter accompagnare tutte queste rappresentazioni.

In questo modo Foucault arriva a riportare la svolta delle scienze umane alla svolta kantiana che mette al centro l’uomo, come entità problematica per la comprensione del mondo.

Il mondo così come lo vediamo, lo percepiamo, così come lo pensiamo, non possiamo conoscerlo se non attraverso la coscienza di quel soggetto che conosce il mondo.

Del resto non possiamo mai conoscere come è fatto il mondo in sé, l’impensato. Il mondo è sempre filtrato dalle nostre categorie concettuali.

ant ha definito le coordinate nello sdoppiamento empirico-trascendentale. Kant ha pensato il trascendentale ricalcandolo sull’empirico, dunque facendo del trascendentale il doppio dell’empirico.

Infatti la quantità, la qualità, la causalità e le altre categorie dell’intelletto sono tutte cose che ritroviamo in questo mondo empirico.

Così Kant ha pensato che quelle fossero le categorie concettuali e mentali che strutturano il mondo, ma queste categorie mentali non possono essere che pensate a partire dal mondo esterno, senza il quale non potremmo nemmeno dire che esistono.

Non potremmo parlare di causalità se non avessimo visto relazioni causali, ma lui ci dirà che le pensiamo come relazioni causali proprio perché in noi abbiamo nell’intelletto la categoria di causalità.

Su questo magnifico gioco di doppi si sarebbero sviluppate le scienze umane, che un tempo, forse con Kant, avrebbero persino sognato di comandare le altre scienze, definendo negli strumenti cognitivi dell’uomo le condizioni di possibilità e di essere di ogni scienza. Ma esiste l’uomo? A questa domanda si contrappone l’altra: può esistere il mondo senza l’uomo?

Non posso parlare del mondo se non ne fossi cosciente, ma di me posso dire di essere una creatura come le altre, nata in questo mondo, che sembra sia esistito prima di me. L’ideale antropologico (antropologia, altra scienza umana) è quello che guida Kant e che lo porta a formulare la quarta domanda. Was ist den Mensch?

Molto interessante è il fatto che Foucault riconosce una spinta matematica nelle scienze umane:

Condorcet applica il calcolo delle probabilità alla politica;

Fechner applica il logaritmo alla sensazione;

le scienze umane sembrano essere caratterizzate da una tassonomia e volontà di classificazione che sembrano caratterizzare la matematica umanistica, se di questo si può davvero parlare.

In particolare si nota una certa volontà di matematizzazione delle scienze umane da parte della linguistica, sopratutto per quanto riguarda lo strutturalismo.

Lo strutturalismo definiva il linguaggio come sistema dei segni e il segno come un algoritmo composto da due termini: significante e significato. Significante/significato è diventata per un certo periodo la formula delle scienze umane.

Laddove il significante sta per la parola presa come è pronunciata, mentre il significato è l’immagine mentale che colleghiamo alla parola. Questo tentativo è caduto sotto i duri colpi della critica filosofica, soprattutto del poststrutturalismo, movimento di cui Foucault faceva parte.

Il discorso della tassonomia, in ogni caso, è molto interessante.

Questa volontà di classificazione è l’elemento che contraddistingue l’ontologia filosofica. L’ontologia è una forma di matematica, in un certo senso, nella misura in cui spesso si serve di mezzi matematici come i grafi ad albero e si basa su nozioni che vengono spesso dalla teoria degli insiemi.

Dall’ontologia filosofica viene l’ontologia informatica e con questo veniamo all’ultima delle scienze umane: l’informatica umanistica.

L’informatica umanistica è forse uno degli ambiti del sapere più ambigui.

Esso rappresenta quasi un regno di mezzo tra le scienze tecniche e quelle umane. In questo contesto si intravede persino al speranza un giorno di vedere delle scienze umane nel settore tecnologico al fianco di quelle più tecniche.

Tuttavia, viene da chiedersi, che cosa ne sarà delle scienze umane in un mondo che si interessa poco di queste materie?

È probabile che le scienze come la sociologia, la storia, la geografia, la psicologia, la filosofia e le altre, mano a mano subiranno un’evoluzione particolare che le porterà a raggiungere il loro statuto matematico definitivo, tale per cui semplicemente non potranno più essere definite delle scienze umane.

Inoltre nei prossimi anni il nostro problema sarà la nostra stessa concezione dell’uomo. Quando l’ingegneria biomedica, la biotecnologia saranno abbastanza avanzate, di modo che la nostra specie sarà mutata geneticamente, magari avrà parti meccaniche o forse persino un computer impiantato nel cervello, a quel punto potremo parlare ancora di uomo come facevano le scienze umane.

In pratica tenderei a rispondere alle scienze umane nello stesso modo in cui ha fatto Foucault:

«A tutti coloro che vogliono ancora parlare dell’uomo, del suo regno, e della sua liberazione, a tutti coloro che pongono ancora domande su ciò che l’uomo è nella sua essenza,

a tutti coloro che vogliono muovere da lui per accedere alla verità, a tutti coloro che reciprocamente riconducono conoscenza alle verità dell’uomo stesso, a tutti coloro che non vogliono formalizzare senza antropologizzare,

che non vogliono pensare subito che è l’uomo che pensa, a tutte queste forme di riflessione maldestre e alterate, non possiamo che contrapporre un riso filosofico, cioè, in parte, silenzioso.» (Foucault, Michel, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano, 2016, p.366-3967)

Leggi anche: La teoria del desiderio.

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