Quante volte abbiamo sentito l’affermazione: “la filosofia non serve a niente perché non produce nulla”?

È un’affermazione normale in un sistema capitalista, ossia un sistema dove l’obbiettivo è la produzione con lo scopo della vendita e del profitto.

“Voi non producete nulla e dunque siete inutili” significa:

voi non date origine a merci o a tecnologia e, soprattutto, tutto quello che fate non porta soldi.

Si potrebbe dire che i filosofi producono teorie, ma non è quello che normalmente si intende per produzione. Infatti dal quel punto di vista i filosofi producono solo libri, libri che diventano merci vendibili nelle librerie, ma chi li compra?

foto Tecnofilosofia: il rapporto difficile tra la filosofia e la tecnologia #4
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La domanda che mi faccio io: cosa impedisce davvero al filosofo di costruire e pensare tecnologie?

Si tratta solo di una scelta o è un fatto intrinseco alla disciplina?

In un vecchio articolo ho mostrato come due filosofi come Pascal e Leibniz hanno davvero costruito delle tecnologie: le prime calcolatrici. A questa osservazione chiaramente si può obbiettare che Leibniz e Pascal, sotto molti punti di vista, in realtà erano anche dei grandi matematici.

La vera filosofia, è facile convincersene, nasce con e dopo Kant.

Eppure molti sono rimasti ai greci, ma il filosofo per i greci era l’erudito, non uno studioso di un campo specialistico del sapere. Anche se i filosofi non hanno più costruito delle tecnologie come quei due che ho menzionato, resta comunque una domanda:

davvero la produzione filosofica non trova sbocchi nella tecnologia, a differenza di altre scienze come la fisica o la biologia?

Nei testi precedenti spero di aver dimostrato che non è del tutto vero, nel senso che la logica, disciplina filosofica, ha dato un importante contributo nella creazione del computer. Qual’è il problema?

Foto Tecnofilosofia: il rapporto difficile tra la filosofia e la tecnologia #5
Foto Tecnofilosofia: il rapporto difficile tra la filosofia e la tecnologia #5

In filosofia è diffusa una pessima immagine della tecnologia, la tecnologia è sotto accusa per tre motivi: toglie posti di lavoro; rende antiquato l’uomo; porta le persone a non pensare più con la propria ragione. È difficile comprendere come una cosa come la tecnologia possa essere messa sotto stato di accusa, visto che si tratta di una “cosa”. Tuttavia certamente questo fatto si complica quando la tecnologia diventa “intelligente”, in quel caso ci sembra di non relazionarci più semplicemente alla cosa estesa, ma a quella cogitans.

In una intervista Luciano Floridi ricordo che aveva detto che è davvero un peccato che gli studenti di filosofia trovino più semplice superare un esame di latino rispetto ad uno di matematica o di programmazione. Perché dico questo? Lo dico perché non credo che la filosofia abbia più a che fare con il latino piuttosto che con la matematica e la programmazione. Ma questa visione della filosofia come “scienza umana” è alimentata anche dall’avversione alla tecnologia.

L’idea di base è che deve esistere un pensiero critico da opporre a quello calcolante e tecnologico.

Io penso, invece, che la cosa vada posta in maniera diversa. È chiaro che se fossero stati più critici non avrebbero mai costruito una bomba atomica, ma questo non significa porsi contro la tecnologia, ma cercare di interessarsi del tema, introducendo l’etica, che spesso manca. Tuttavia la tecnologia è un semplice mezzo, il resto dipende da come la usiamo.

La tecnologia, in particolare, è chiaramente un artefatto, ossia una produzione dell’uomo con un certo scopo. La sedia, ad esempio, non è tanto una sedia per la sua forma o le sue proprietà materiali, essa è sedia perché ci permette di sederci.

L’etica nella tecnologia dovrebbe introdursi proprio in questo punto, laddove si tratta del fine della tecnologia e della direzione di essa.

Anche le intenzioni sono tutte umane e il fatto che la tecnologia tolga posti di lavoro dipende da una società capitalista dove un imprenditore sostituisce un lavoratore con una macchina perché gli costa meno.

Il problema, come diceva Marx, è un altro: si tratta della proprietà dei mezzi di produzione. Se la proprietà dei mezzi di produzione è in mano ad una classe di capitalisti borghesi, è chiaro l’uso che faranno della tecnologia. La useranno certamente per risparmiare sul costo dei lavoratori. Salvo poi il paradosso di una società fatta solo di ricchi industriali con fabbriche tutte automatizzate e una massa di uomini disoccupati. In quella società si continua a produrre, ma chi compra, se la gente non ha soldi per consumare? Se invece la proprietà dei mezzi di produzione fosse dei lavoratori o del popolo stesso, allora potremmo costruire, forse, un mondo automatizzato dove nessuno lavora, ma la produzione è distribuita a tutti in parti eque.

La tecnologia, e questo se non erro lo aveva riconosciuto anche Marcuse, di per sé è neutra.

Anche se un oggetto è pensato per un fine, comunque sappiamo che la tecnologia può essere usata in molti modi. Un martello lo si usa per piantare chiodi alla parete, ma può anche diventare un’arma. L’oggetto ha una funzione solamente perché viene interpretato da un soggetto in un certo modo come un utilizzabile. In Heidegger troviamo spesso questo tema. Il martello non esiste per il gatto, infatti il gatto si relaziona solo con l’oggetto materiale, ma non ne comprende la funzione.

Se la tecnologia è neutra, comunque l’uomo ha sempre questa paura interna di essere superato un giorno dalla tecnologia. Cioran da tempo aveva sostenuto che l’uomo è fuori moda. Quanto “fuori moda” saremo in un mondo completamente popolato da robot?

La tecnologia ci rende inferiori?

È strano che il creatore si senti inferiore rispetto alla creatura, dovrebbe essere piuttosto il contrario. Come può un uomo costruire qualcosa di più grande di lui senza lui stesso, allo stesso tempo, diventare più grande di ciò che ha creato? Perché l’uomo dovrebbe essere obsoleto? È obsoleto in un mondo capitalista dove l’imprenditore preferisce la macchina all’uomo, ma l’imprenditore è ancora un uomo.

Forse la paura dell’uomo è di scoprire di essere anche lui nient’altro che una tecnologia, una bio-tecnologia?

Egli ha paura, vorrebbe sapere se alla fine non siamo altro che automi senza alcuna libertà. Esistono filosofi che hanno sostenuto che l’uomo non è altro che un automa, per esempio

La Mettrie. Tuttavia, come direbbe James, il semplice fatto di poterlo pensare, ossia pensare di non essere liberi, significa che siamo liberi. Siamo liberi perché possiamo agire con spontaneità, nel senso che la nostra azione non dipende strettamente da qualche causa precedente.

È il meccanico che non è libero, infatti esso è semplicemente programmato per agire in un certo modo. La macchina semplicemente esegue i comandi del codice, non conosce un meccanismo complesso psichico come l’inconscio.

Uno degli scenari più interessanti consiste nel fatto che l’uomo possa diventare del tutto indiscernibile dalla macchina e che esista una fusione tra uomo e macchina. Di questo ne parlano da anni i filosofi che seguono il post-umanesimo, ossia da anni parlano dei cyborg.

Certamente quella del cyborg al momento è una fantasia, fantasia che potrebbe trovare realtà in un lontano futuro. Tuttavia, come si vede nella serie Humans, la fusione non è un sintomo di degrado, ma un’ulteriore evoluzione. Immagino che molti filosofi abbiano già pensato il cyborg come il superuomo mancato di Nietzsche.

Il terzo problema con la tecnologia è il seguente: la tecnologia ci rende stupidi.

Questo è quello che credono in molti, ma penso che il discorso sia del tutto differente.

È chiaro che se per usare uno strumento tecnologico non ho più bisogno di studiare, ma possono usarlo semplicemente cliccando con un mouse su due stupide icone, questo significa che la tecnologia è lì disponibile anche per gli ignoranti.

Il problema non è il fatto che la tecnologia ci rende stupidi, il problema è che la maggior parte della gente non sa nemmeno come si costruisce davvero una tecnologia e non lo ha mai fatto.

Noi ci relazioniamo con un sacco di apparecchi che non conosciamo e funzionano per noi come per magia. Quello che dovrebbe cambiare è questo: che le persone incomincino a conoscere meglio gli oggetti che usano.

Nell’ambito dell’informatica, ad esempio, questo comporterebbe la maggiore diffusione della conoscenza della programmazione, almeno per capire come si creano i programmi che usiamo e cosa ci sta dietro. La programmazione non è un sapere occulto o esoterico, per i pochi che si sono laureati in informatica.

I codici di programmazione di trovate gratuiti su internet perché chi ha creato quei linguaggi è interessato al fatto che si diffondano il più possibile. In questo modo, probabilmente, potremmo cominciare a combattere questo effetto di “stupidità”.

Leggi anche: L’interfaccia del computer e la fenomenologia

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