Come William Fox Talbot conservò il momento perfetto per sempre

Questa è la storia di come William Fox Talbot riuscì a conservare un momento cui teneva del suo passato per sempre.

Ma partiamo dal ricordo.

Immaginate che la casa in cui vivete appartenga alla tua famiglia dal 1574, ereditata da padre in figlio, secolo dopo secolo. A questo punto immaginate di temere che la tua generazione sia l’ultima a seguire questa tradizione e che la casa sarà persa per sempre.

Come pensate che reagireste? Cosa fareste per preservare il momento perfetto che vi ricordi tutto per sempre: la casa, le finestre, la luce del tramonto…

Per William Henry Fox Talbot è una lunga storia di lavoro, sperimentazione e, soprattutto, del suo grande desiderio di poter tenere con sé qualcosa per sempre.

William Fox Talbot era nato nel 1800 in una famiglia straordinariamente aristocratica e privilegiata.

Negli aneddoti di famiglia si raccontava che quando il re Carlo II tornò in Inghilterra per la Restaurazione, il suo antenato John Talbot fosse stato il primo a riceverlo.

Tuttavia, non tutto era un letto di rose per Fox Talbot.

Prima che il nostro protagonista nascesse, suo padre, William Davenport Talbot, aveva accumulato un enorme debito, superiore ai 4 milioni di euro di oggi.

A solo cinque mesi rimase orfano di padre e sua madre, Lady Elisabeth Theresa, divenne una vedova di 27 anni con poche possibilità economiche.

Sotto la pressione dei creditori a Lady Elisabeth rimase una sola opzione: affittò la casa di famiglia, l’abbazia di Lacock, nel Wiltshire, e se ne andò.

Madre e figlio trascorsero il successivo quarto di secolo spostandosi di casa in casa, vivendo dove gli amici e i familiari li ricevevano.

La storia può sembrare molto cupa, ma si deve sapere che i loro spostamenti non erano in piccole stanze infestate dai topi: gli amici e i familiari possedevano dimore signorili.

Però, con molta probabilità, questa insicurezza portarono ad un profondo bisogno psicologico di certezze Henry Talbot (così si firmava, pare non amasse usare il nome Fox, anche se oggi per tutti è William Fox Talbot).

Forse è questa necessità psicologica quello che lo indusse a sperimentare così tanto nella fotografia.

L’importanza del duraturo per William Fox Talbot

Il giovane William Fox Talbot era certamente interessato alla permanenza.
Quando scriveva le sue lettere dal collegio a 8 anni chiedeva alla madre di conservarle.

William Henry Fox Talbot conservava tutto.
Da una serie di quaderni, lettere e appunti si è saputo, ad esempio, che all’età di 11 anni scriveva a sua madre in francese con citazioni di latino e greco.

Ere anche un ragazzo curioso.

Durante gli anni trascorsi ad Harrow, uno dei college più esclusivi del mondo (come dicevamo, per quanto indebitata fosse la famiglia, non vivevano in miseria) convinse un fabbro locale a permettergli di fare esperimenti chimici nel suo laboratorio.

Completò i suoi studi Trinity College di Cambridge dove riuscì a guadagnarsi una medaglia negli studi classici mentre studiava matematica e scienze.

Ma quando si laureò, la casa di famiglia di Lacock era ancora affittata.

La famiglia finalmente recuperò la sua casa nel 1828 e nel 1830, Henry Fox Talbot sposò Constance.

William Fox Talbot con la moglie foto di famiglia
William Fox Talbot con la moglie e famiglia

Nel 1834 ebbero la loro prima figlia, che chiamarono Ela, in memoria della Contessa che aveva fondato l’Abbazia di Lacock nel 1232: un altro simbolo di permanenza.

Acquistata l’agognata stabilità William Fox Talbot iniziò a studiare come trasformare la luce effimera in un’immagine permanente.

Naturalmente non era l’unica persona a perseguire quell’impresa.

In Europa come negli Stati Uniti, molti cercavano di trovare la miscela chimica giusta che reagendo con la luce riuscisse a catturare le immagini e le fissasse sulla carta o altre superfici.

Si sapeva che la luce aveva un effetto su certi coloranti e sostanze chimiche: i colori sulla carta perdevano la loro intensità a seconda dei luoghi in cui venivano esposti alla luce, un contrasto che si poteva vedere semplicemente spostando un mobile.

Ma era necessario un colorante che reagisse in modo molto preciso e smettesse di reagire quando necessario.

William Fox Talbot aveva provato una camera oscura, un dispositivo che focalizzava le immagini del mondo reale su carta bianca.

Ma quelle immagini cambiavano velocemente, così le avrebbe detto:

Immagini di fate, creazioni di un momento destinato a svanire con la stessa rapiditàWilliam Henry Fox Talbot.

Così Henry Fox Talbot dopo aver recuperato la casa di famiglia e la stabilità nella sua vita, ora voleva ottenere lo stesso, usando delle sostanze chimiche, con le immagini.

Per esperienza sapeva che il nitrato d’argento era “una sostanza particolarmente sensibile all’azione della luce”, quindi attorno a questa soluzione fece diversi esperimenti così come con il cloruro d’argento e con una soluzione salina.

Il suo problema era nel perdurare dell’immagine: poteva addirittura scomparire del tutto.

Notò che i bordi della carta si scurivano più velocemente.

Questo gli fece supporre che i bordi avessero assorbito una quantità minore di sale e che, per qualche motivo, questo li avesse resi più sensibili alla luce.

E aveva ragione:

Il sale impediva alla carta di oscurarsi, decise quindi di usarlo come fissante, immergendo la carta sensibile alla luce in acqua salata per evitare che l’immagine si oscurasse più del desiderato.

William Henry Fox Talbot e il problema di Chiaroscuro

Il problema con la carta che si scuriva quando riceveva la luce era che le parti più luminose del mondo reale risultavano nere sulla carta e viceversa.

William Fox Talbot chiamò quel tipo di immagine “negativa“.

E quindi trovò una soluzione geniale.

Si rese conto che se la prima carta su cui si fissava l’immagine fosse stata trasparente sarebbe bastato far passare una luce attraverso uno dei suoi “negativi” avrebbe potuto fissare per sempre l’immagine con le luci e le ombre nel posto giusto su una carta sensibile alla luce.

Inoltre, quei negativi si sarebbero potuti usare ancora e ancora, per creare, una dopo l’altra, tante copie dello stesso momento.

Più copie sarebbero esistite e più difficilmente quel momento nel passato sarebbe potuto essere distrutto e perduto.

Nel 1835, William Henry Fox Talbot realizzò quello che oggi è il più vecchio negativo fotografico al mondo:

una foto di una delle finestre dell’Abbazia di Lacock, in un luminoso pomeriggio estivo che riuscì a catturare per sempre.

William Fox Talbot la prima foto da negativo abazia di lacock 1835Nei suoi esperimenti sulla fotografia c’era un grande interesse per la luce, il colore.

Condivideva i suoi risultati solo con i suoi amici e i parenti più stretti, tentando di perfezionare il processo senza perdere di vista gli interessi economici che ne sarebbero potuti scaturire.

Ma nel gennaio del 1839 la stampa rese pubblica l’invenzione del francese Louis-Jacques-Mandé Daguerre: il dagherrotipo. Era considerato l’unico processo fotografico in grado di produrre un’immagine.

Però l’immagine ottenuta con il dagherrotipo non si poteva riprodurre e doveva essere conservata con particolari cure ed attenzioni.

Fox Talbot fu costretto dalle circostanze a rendere pubblica la sua scoperta che chiamò la calotipia o talbotipia.

Il processo William Henry Fox Talbot per le immagini era abbastanza costoso rispetto al dagherrotipo. Il risultato fu che la calotipia sembrava essere destinata a soccombere nei confronti dall’invenzione francese.

Tuttavia, c’era una differenza fondamentale che avrebbe messo Henry Fox Talbot nel posto che meritava nella storia della fotografia.

Il dagherrotipo produce una singola immagine, il metodo dell’inventore inglese, con il negativo e positivo, dava luogo alla possibilità di riprodurre un numero illimitato di copie: era quello che occorreva al mercato editoriale.

Nel 1860 il dagherrotipo era già considerata una tecnica superata dalla calotipia.

Tra il 1844 e il 1846, Henry Fox Talbot pubblicò il volume The Pencil of Nature.

Fu un’avventura editoriale messa in moto dallo stesso fotografo e inventore britannico con cui cercava di dimostrare il potere della fotografia nel mondo dell’editoria, oggi è considerato il primo libro illustrato con fotografie.

Combatté per oltre un decennio in tribunale per il brevetto della sua invenzione che gli fu riconosciuto nel 1854. Trascorse i suoi ultimi anni decifrando iscrizioni cuneiformi assire.

Morì nel 1877, mentre scriveva la storia delle sue invenzioni fotografiche.

Col tempo il desiderio di conservare il passato di William Fox Talbot risultò non essere tanto insolito.

La possibilità di riprodurre delle fotografie ebbe un successo immediato, anche nell’epoca vittoriana.

Le persone da allora cercarono di conservare i propri ricordi con la fotografia, così aumentarono i ritratti di famiglia. Per alcuni la fotografia divenne un lavoro e per altri un’arte.

E poi non dimentichiamo chi ha trasmesso i ricordi di eventi importanti o i fotografi di guerra che documentarono gli eventi bellici a volte rischiando la vita per inviare un negativo alla redazione del proprio giornale (fotografi come Robert Capa, Evgenij Chaldej…).

Di fatto poi il calotipo aveva anche radici artistiche.

La possibilità di realizzare copie leggermente diverse l’una dell’altra, così come il ritocco del negativo originale o la selezione del tipo di carta con diverse tinture colorate, ricordava più le tecniche di stampa e incisione che la fotografia intesa come riproduzione semplice e fedele.

La calotipia di William Fox Talbot ha fatto della fotografia, nelle giuste mani, qualcosa che per l’effetto artistico la rende molto vicina alla pittura.

Oggi quasi tutti hanno almeno una macchina fotografica a portata di mano, certo molto diverse da quelle di allora, ma dopo più di 180 anni dall’invenzione del processo negativo/positivo, rimaniamo ossessionati dalla capacità di scattare, riprodurre e diffondere fotografie.

Il cambiamento è una costante nella vita umana, ma nella nostra transitorietà William Fox Talbot ha aperto ad una possibilità diversa al far passare il tempo: fermarlo.

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