Direttore responsabile di CaffèBook. Giornalista iscritto all’albo (Odg. Toscana) Coautore del documentario sulla crisi economica Eterna.

Il fotografo ucraino Evgenij Chaldej scattò una delle fotografie più famose della storia: sul tetto del Reichstag il 2 maggio 1945.

Evgenij Anan’evič Chaldej (a volte scritto anche Yevgeny Khaldei) nacque in una famiglia ebrea il 23 marzo 1917 a Donec’k, in Ucraina, e fu fotografo per l’esercito rosso.

Chaldej fu ossessionato dalla fotografia fin dall’infanzia tanto da costruirsi personalmente la sua prima fotocamera con delle lenti prese dagli occhiali della nonna.

Iniziò a lavorare come fotografo per l’agenzia stampa Sovietica TASS già all’età di diciannove anni.

Chaldej è stato un magnifico fotografo, molti dei suoi scatti sono parte della memoria collettiva e della storia.

La gran parte sono poco conosciuti, ma quasi tutti sono unici.

Le sue fotografie furono utilizzate in URSS in libri, enciclopedie, documentari e in esse ci sono lavoratori e generali dell’Esercito Rosso, minatori e bambini, rifugiati, contadini…

Nelle sue foto sono entrati personaggi politici di primo piano come Stalin, Andropov, Chernenko, Gorbaciov…

Scattò immagini diventate delle vere icone per il socialismo come quella di Angelina Pasha diventata un simbolo anche del femminismo per essere stata “la donna che guidava un trattore” nel 1936.

Chaldej (Khaldei) foto della Guerra

Nel 1948, Chaldej fu licenziato dall’agenzia Tass a causa del crescente antisemitismo nell’URSS, lo stesso motivo per cui sarebbe stato licenziato, molti anni dopo in un altro rigurgito antisemita, dal quotidiano di Mosca, Pravda, nel 1972.

Nessuno dei suoi lavori durante il periodo sovietico gli ha dato molti soldi e mai gli diedero dei diritti sulle sue foto.

Dovette attendere fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, per vedere il suo lavoro riconosciuto a livello internazionale.

Il fotografo ucraino moriva nell’ottobre 1997, a Mosca, all’età di 80 anni.

È indubbio che Evgenij Chaldej fu soprattutto un fotografo di guerra, di quella parte della Seconda Guerra Mondiale che l’Occidente, per decadi, ha avuto poche possibilità di conoscere.

 

Le stesse fotografie dell’ucraino le avremmo potute vedere solo molti anni dopo e le storie intorno ad esse sarebbero poi sempre rimaste circondate da un velo di mistero.

Su tutte la foto di cui ho accennato all’inizio, quella che lo ha reso famoso nel mondo, quella che in pratica sanciva la fine della Seconda Guerra Mondiale… quella scattata sul tetto del Reichstag il 2 maggio 1945.

 

La storia della foto di Chaldej scattata sul tetto del Reichstag

In assenza di una qualsiasi bandiera sovietica sul fronte, Chaldej improvvisò con tre tovaglie rosse cucite (le cuciture sono visibili nella fotografia) utilizzate per le conferenze, in cui vi erano poste una falce e martello anch’essi improvvisati (si noti che la stella rossa non è un pentacolo perfetto).

Chaldej foto scattata sul tetto del Reichstag

Chaldej sostenne che i tedeschi stavano ancora combattendo nel Reichstag quando scattarono la foto, ma la tranquillità con cui le forze sovietiche sembrano muoversi sulla strada suggerisce che la lotta fosse già terminata.

In seguito ci furono diversi soldati sovietici a rivendicare l’onore d’aver tenuto quella bandiera di fortuna, tra cui Alexei Kovalyov. Quel posto così glorioso, fu occupato ufficialmente da due soldati russi e un georgiano… per volere di Stalin.

L’immagine fu modificata.

In un primo momento fu aggiunto il fumo all’orizzonte per caricarla drammaticamente e rafforzare la sua affermazione che stavano ancora combattendo a Berlino al momento dello scatto.

Un mese dopo lo scatto, le autorità sovietiche ritennero opportuna una nuova manipolazione nella quale scompariva l’orologio alla mano destra del soldato con il berretto):

la presenza di due orologi, pensarono,avrebbe trasmesso un’immagine di saccheggiatori all’Armata Rossa.

Anche il fumo sullo sfondo fu ulteriormente accentuato.

Possiamo tranquillamente affermare che per cambiare le foto… non gli servissero i programmi di ritocco fotografico.

È una povero renna spaventata durante un bombardamento dell’aviazione tedesca a Murmansk nel 1942 quella che appare in un’altra foto famosissima di Evgenij Chaldej.

L’animale innocuo e inerme era intrappolato nel bel mezzo di una guerra brutale… e anche questa immagine ha una storia di manipolazione o come avrebbe detto lo stesso fotografo russo: di miglioramento della verità.

Così lo stesso Chaldej raccontò la storia della renna e della foto:

“Durante i bombardamenti, una renna lasciò la tundra. Voleva stare fra le persone.

I soldati gli costruirono un capannone per ripararsi, e un nome: Yasha. Ogni volta che scatta l’allarme passeggiava fra i soldati perché non voleva restare da solo.

Fu durante una di quelle incursioni aeree che scattai questa foto.

Nel 1944, quando la battaglia di Murmansk si concluse, i soldati non sapevano cosa fare con lui e fu caricato su un camion e riportato nella tundra, pensando che si sarebbe riunito alle altre renne.

Ma l’animale non riuscì a capirlo e corse dietro al camion quanto più a lungo gli fu possibile”.

 Chaldej la foto della renna

Secondo Chaldej, la renna fu fotografata durante un raid aereo, e possiamo supporre sia vero, ma le mancava qualcosa in drammaticità e quindi… gli aggiunsero alcuni dettagli.

In primo luogo l’esplosione della bomba sulla collina fu un’aggiunta fatta all’originale da un’altra foto, ma il ritocco più fuorviante furono gli aerei.

Quelli che si vedono nell’immagine non sono nemmeno tedeschi ma una formazione di Hawker Hurricane inglesi e, naturalmente non bombardavano le renne.

Le icone hanno in comune questo: restano sempre indefinibili o lasciano qualcosa di incompiuto. Se sono dei personaggi resta irrisolto qualcosa nella loro morte o incompiuta qualche opera; se sono delle fotografie rimane incerto o sconosciuto qualche nome o qualche fatto…

Concludo con una sua dichiarazione fatta al The New York Times in un’intervista del 1995:

“Volevo sempre che la gente sapesse cosa era successo veramente. Più volte il mio cuore è stato distrutto, ma anche io ho assistito alla grandezza”.

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