Pensando a lei alla grande “madre spirituale” – come da molti è stata definita -, la prima immagine che mi viene in mente è quella di un gomitolo… con le dita della mano afferri l’estremità del filo, e cominci a tirarlo verso di te; è un filo lungo, morbido, avvolgente, ma corposo, robusto allo stesso tempo, destinato a non spezzarsi mai, che ti permette di seguirlo e di addentrarti, lentamente, in quella grande matassa che è il “mondo” di Virginia Woolf.

 

(foto colorsontheroad.wordpress.com)

È un mondo poliedrico, evanescente, fluttuante, a volte inafferrabile, il suo, fatto di luci – “momenti dell’essere”, così amava definirli, quelle epifanie, quelle rivelazioni, tanto improvvise, inaspettate quanto fugaci, quei momenti illuminanti di autentica verità, di pura comprensione della realtà, in cui Virginia riusciva a rispecchiarsi e a ritrovarsi – e di ombre, quelle zone oscure, nebulose, complesse, remote, a volte incomprensibili, destinate a offuscare, a sporcare l’essenza dell’uomo e il senso della vita.

Una perenne tensione verso la ricerca della verità, del significato profondo celato dietro l’uomo, dietro le cose della vita, in lei presente da sempre, e trasposta inevitabilmente nella sua intera produzione letteraria, si riflette nella simultanea espressione del mutamento e della continuità dell’identità individuale: La signora Dalloway, Gita al faro e Le onde esemplificano al meglio il suo pensiero, secondo cui esiste un aspetto esteriore dell’io, quasi fosse un guscio plasmato dalle passioni famigliari e personali, la personalità, affacciato sull’esperienza e sul tempo che lo cangiano e lo modificano, il passato premendo sul presente e il presente sul passato, dove fluidi e cangianti sono in realtà i contorni dell’io.

« Il carattere umano è mutato », scriveva nel dicembre del 1910, « si è fatto frammentario ed elusivo. » E ancora, « Noi siamo zebrati, multicolori », affermazione secondo la quale molte presenze invisibili, a volte fantasmatiche, interferiscono con il nostro io più segreto, interiore (e sono anzi proprio loro a stabilizzare la continuità della nostra identità), lo striano, lo zebrano, lo rendono multicolore.

Questa personale visione della vita e dell’io Virginia Woolf la espresse nel famoso articolo saggistico del ‘19, Modern Fiction:

« Esaminiamo per un momento una mente comune in un giorno comune. Essa riceve una miriade di impressioni – banali, fantastiche, evanescenti o scolpite da una punta d’acciaio – che le provengono da tutte le parti. È come una pioggia incessante di atomi… Registriamo gli atomi così come essi cadono sulla mente e nell’ordine in cui cadono, tracciamo il disegno, per quanto sconnesso o incoerente sia all’apparenza, che ogni immagine o incidente incide sulla coscienza. »

Ecco allora che questo “sentire” la vita come « un alone luminoso semitrasparente che avvolge la nostra coscienza dall’inizio alla fine », e non come una serie di lampioni piantati in forma simmetrica, questo manifestarsi del « disegno nascosto dietro il non essere », cioè dietro l’ottuso spessore delle apparenze della realtà quotidiana, trovano la loro migliore espressione formale nel monologo interiore, nel flusso di coscienza, mezzi espressivi che le permettevano di esplorare l’interiorità (ricordi, impressioni, stati d’animo, desideri, sogni…) dei singoli personaggi: questi ultimi, che adesso potevano essere simultaneamente veduti sia nel loro aspetto esteriore che nella più difesa intimità del loro essere, raramente sono racchiusi in contorni precisi; aleggia sempre intorno a loro un senso d’inesplicabile e di mistero.

Con Virginia la forma diventa frammentaria ed elusiva – riflesso della condizione umana e della vita – atta a fratturare la trama, a fluidificare le rigide forme scandite del romanzo realistico e a umanizzarne i personaggi.

(foto pt.dreamstime.com)

 In Virginia si avverte il costante oscillare fra l’affermazione della vita, della creatività e la morte, la distruzione, e in questa continua tensione ciascuno di noi, unico ma inseparabile dal resto dell’umanità, viene visto come un’onda nello scorrere della vita e dell’eternità (Le onde).

 

Con Virginia si ha come l’impressione di entrare in un grande, fitto labirinto, di aggirarsi convulsamente, spasmodicamente fra i suoi tanti e frammentari sentieri, alla ricerca di quel centro vitale, illuminante, che una volta raggiunto e trovato, siamo destinati poi a perdere nel tornare indietro. Alla ricerca di una via d’uscita…