Inquinamento da plastica: dal sale marino agli incendi dei rifiuti
Inquinamento da plastica: dal sale marino agli incendi dei rifiuti

Una femmina di capodoglio è morta sulle spiagge sarde di Porto Cervo il 31 marzo, a Cala Romantica: nel suo stomaco sono stati rinvenuti ventidue chili di plastica tra cui piatti monouso, un tubo per impianti elettrici, buste per la spesa, grovigli di lenze e, nel ventre, un feto di due metri in decomposizione.

Stessa sorte sarebbe toccata anche a due tartarughe Caretta caretta salvate dalla Guardia Costiera, lo stesso giorno, vicino a Villasmius, nel sud della Sardegna: galleggiavano con difficoltà e non riuscivano a reimmergersi a causa della consistente quantità di plastica ingerita.

Mare e Inquinamento da plastica 2
Mare e Inquinamento da plastica

Questa sofferenza sembra svolgersi nell’indifferenza delle persone. Sono molte quelle che, di fronte agli oneri derivanti dalla separazione dei rifiuti per la raccolta differenziata, reagiscono manifestando fastidio e menefreghismo:

il sacchetto della spazzatura non lo suddividono per tipologia del contenuto ma lo gettano ovunque capiti, anche nei cassonetti per la raccolta differenziata.

Di fronte alle reazioni dei cittadini che, vedendoli, li criticano, sostengono decisi che il problema non li tocchi.

Inquinamento da plastica nel mare e non solo

Foto Inquinamento da plastica nel mare
Inquinamento da plastica nel mare

É ancora possibile proclamarsi estranei alle conseguenze della gestione dei rifiuti?

I messaggi con cui si cerca di sensibilizzare le persone si osservano anche durante trasmissioni divertenti come Italia’s got talent, dove un ragazzo proveniente dal Mozambico, Amos Massingue, si è esibito in una performance che voleva essere un invito a riflettere sugli effetti dei rifiuti in plastica. Amos raccontava che nella capitale del Mozambico esistono molte discariche a cielo aperto, con rifiuti che bruciano producendo sostanze tossiche: il fumo è così denso da non far vedere ciò che sta intorno.

L’Africa è considerata la discarica dei rifiuti che il mondo occidentale non riesce a smaltire e l’80% dei residui delle apparecchiature elettriche ed elettroniche presenti in quel continente provengono dall’Europa, che approfitta della povertà di molte nazioni per sbarazzarsene in maniera economica. Non dimentichiamo che la giornalista italiana Ilaria Alpi è stata uccisa in Somalia nel 1994, mentre indagava su un traffico di armi e rifiuti tossici con l’Italia.

Amos Massingue racconta che in una discarica di Maputo, a febbraio del 2018, è crollata una parete di rifiuti alta 30 metri che ha seppellito molte persone, uccidendone diciassette. Da quel giorno, il suo modo di vedere le cose è cambiato.
Mara Maionchi, uno dei giudici della trasmissione, alla fine dell’esibizione non ha nascosto lacrime di commozione.

Ma, al di fuori del palcoscenico, sembra mancare la consapevolezza dei problemi causati dai rifiuti.

Inquinamento da plastica, rifiuti e gli incendi

Le discariche e Inquinamento da plastica
Inquinamento da plastica, discariche

Anche nel nostro paese, oltre a provocare la morte di pesci, uccelli e mammiferi marini, i rifiuti bruciano sempre più spesso.
A Roma, l’11 dicembre 2018 è andato a fuoco l’impianto TMB di via Salaria, che tratta a freddo i rifiuti indifferenziati, e l’incendio era doloso.

Il 24 marzo di quest’anno, invece, il fuoco è stato appiccato a una porzione dell’impianto di trattamento rifiuti di Rocca Cencia, mandando in tilt la struttura romana a cui resta il compito di raccogliere gran parte dei rifiuti della capitale. Un altro episodio doloso che ha spinto la sindaca, Virginia Raggi, a chiedere al prefetto l’impiego dell’esercito per presidiare i siti rimasti di trattamento e smaltimento rifiuti.

Qual è il motivo di tali atti?

Gli incendi si sono verificati non solo a Roma ma in tutta Italia, dal Trentino alla Sicilia, colpendo anche discariche, isole ecologiche, compattatori, piattaforme di selezione, impianti di compostaggio e inceneritori.

Il motivo è sempre lo stesso:

il guadagno facile e l’indifferenza nei confronti di ambiente e salute degli altri.

Le statistiche rivelano, a sorpresa, che l’Italia è un paese virtuoso nel recupero dei rifiuti, che vengono riciclati in percentuale pari al 50% circa;

l’aspetto negativo è che le imprese in grado di trasformare gli scarti differenziati sono poche.

Fino al 2017, la carta straccia, come la plastica, veniva esportata in Cina e poi importata sotto forma di carta da imballaggio. Negli ultimi anni il governo cinese si è reso conto che l’attività non era più redditizia, dato che molti rifiuti non potevano essere riciclati in quanto contaminati o perché mancava la tecnologia per farlo, e il risultato era l’aumento di inquinamento nel paese.

Rifiuti, inquinamento da plastica e l’alternativa

rifiuti e inquinamento da plastica
Foto per rifiuti e inquinamento da plastica

Dal 1° gennaio 2018 la Cina ha perciò deciso di bloccare l’importazione dei rifiuti, mettendo in crisi i paesi europei che vedono i loro impianti di raccolta ai limiti della capienza, non sapendo più dove farli confluire.
Ecco che, allora, la malavita affitta a poco prezzo i capannoni di ditte fallite. Alcune volte si presenta nella forma di un’impresa, all’apparenza in regola, che raccoglie plastica e carta presso le aziende, ben felici di pagare profumatamente il servizio;

altre volte, invece, l’accordo con l’azienda è consapevole e motivato dalla volontà di ridurre gli alti costi di smaltimento.

Quando il capannone è pieno dei rifiuti raccolti viene incendiato, liberandosi a costo zero di un materiale che, bruciando, produce sostanze dannose per ambiente e persone, anche quelle che ritengono che la gestione dei rifiuti non li tocchi.

Nella Terra dei Fuochi gli incendi avvengono a cielo aperto, nelle campagne dove si coltivano frutta e verdura o si allevano animali che finiscono tutti sulle nostre tavole.

Le soluzioni non sono semplici:

alcuni sostengono la necessità di creare più impianti per la trasformazione dei rifiuti, ma nessuno li vuole vicino a casa propria.

L’alternativa è modificare le abitudini esistenti e produrne meno.

Otto milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari:

una bottiglietta può galleggiare anche 400 anni prima di decomporsi e, comunque,

rilascia nell’acqua microparticelle che vengono ingerite dai microorganismi marini e da tutta la catena alimentare.

Hanno trovato la plastica anche nel sale da cucina.

Una recente ricerca scientifica, pubblicata sulla rivista internazionale Environmental Science & Technology, nata dalla collaborazione tra Greenpeace e l’Università di Incheon in Corea del Sud, ha scoperto che il 90% dei campioni analizzati era contaminato da microplastica costituita da Polietilene, Polipropilene e Polietilene Tereftalato (PET), ovvero le tipologie di plastica più comunemente utilizzate per produrre imballaggi usa e getta. Un risultato sconvolgente.

L’era dell’usa e getta deve finire, ma come?

Un imprenditore americano del New Jersey ha ideato il progetto LOOP, che sta partendo in via sperimentale con cinquemila utenti selezionati a New York e Parigi, i quali ordinano beni come detersivi, shampoo e cibarie su Internet:

a casa gli viene recapitato un pacco di contenitori riutilizzabili che, dopo il consumo, si restituiscono senza bisogno di doverli lavare. Un ritorno al passato, come succedeva con le bottiglie del latte.

Invece, in Europa, si cerca di correre ai ripari con provvedimenti legislativi:

a partire dal 2021 saranno messi al bando i prodotti in plastica monouso come cotton fioc, piatti, posate e cannucce mentre, dal 2025, si limiterà l’uso di quelli per i quali non esistono valide alternative, obbligando i produttori a rispettare determinati requisiti di progettazione ed etichettatura, contribuendo alle spese di gestione e bonifica dei rifiuti.

Mancano, però, ancora molte stagioni prima che il divieto entri in vigore: Greta Thunberg invita i politici di tutte le nazioni a preoccuparsi subito per la salute del pianeta e a non perdere un solo istante. Non sono i divieti a cambiare le leggi del mercato ma il comportamento dei singoli.

Le stagioni passano e i rifiuti continuano a bruciare e a disperdersi per mare, aria e terra.

“Una nuova stagione” è il titolo di un interessante progetto ideato dal violinista Daniele Orlando e realizzato con i Solisti Aquilani:

reinterpretare in chiave ambientale le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi.

Prima del loro concerto, i musicisti mostrano al pubblico un filmato che fornisce la chiave di lettura alla musica che verrà eseguita. L’estate è rappresentata dall’oceano pieno di rifiuti che galleggiano, a indicare il deterioramento prodotto dall’inquinamento e dall’intervento invasivo dell’uomo. Uno stridente contrasto con la natura incontaminata che ha ispirato Vivaldi nella creazione del suo capolavoro.
Una natura che, ogni giorno che passa, sembra essere sempre più in pericolo.

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