Artemisia Gentileschi, la pittrice che fu violentata e divenne un’icona femminista

Così Artemisia Gentileschi avrebbe descritto la violenza subita da Agostino Tassi:

Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi...”

Il racconto dello stupro fatto dalla pittrice barocca risale all’anno 1611.

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della Pittura
Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della Pittura

Artemisia Gentileschi era un’artista di eccezionale talento, come dimostra il fatto che fu la prima donna ad entrare nell’Accademia delle arti del disegno di Firenze, la più antica accademia del mondo, fondata nel 1563, la stessa istituzione attraverso la quale passò Michelangelo.

Artemisia agli inizi della sua carriera artistica, non solo fu violentata, ma dovette sopportare di vedere il suo aggressore, pur condannato in giudizio, non scontare neppure un giorno di prigione mentre la sua testimonianza sull’aggressione era costantemente oggetto di illazioni.

Artemisia Gentileschi e lo stupro di Agostino Tassi

Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, 1653) nacque nel 1593 a Roma, figlia del famoso pittore Orazio Gentileschi e sorella maggiore di tre fratelli.

Fin da giovane iniziò ad aiutare il padre nel laboratorio e ad apprendere i rudimenti della pittura, dimostrando un talento sempre al di sopra di quello dei fratelli.

Quando aveva dodici anni rimase orfana della madre, cosa che la rese l’unica donna della sua famiglia.

Suo padre era disposto a fare qualsiasi cosa affinché sua figlia potesse sviluppare il suo enorme talento come pure, seguendo la mentalità dell’epoca, conservasse il suo onore e la sua virtù.

Per questo motivo, Artemisia viveva rinchiusa nella sua casa, lasciandola solo per partecipare alla messa e avendo contatti solo con gli assistenti del laboratorio del padre. Purtroppo fra questi ci sarebbe stato Agostino Tassi.

Roma era, in quei tempi, un luogo vivace al centro di un intenso processo di cambiamento, dove si svolgevano lavori, ristrutturazioni e progetti di miglioramento ovunque.

Tutto ciò attirò numerosi artisti nella città in cerca di lavoro.

E questo fu anche il caso del già citato Agostino Tassi, un pittore nato alla periferia di Roma, specializzato in paesaggi e prospettive e con una pessima reputazione.

Insieme a Orazio, il padre di Artemisia, fu assunto per realizzare gli affreschi della loggetta della sala del Casino delle Muse, a palazzo Rospigliosi.

Divennero amici, al punto che Orazio gli aprì le porte di casa sua.

Il Tassi approfittò poi di quella fiducia per cogliere i momento opportuno per stuprare Artemisia che al momento della violenza aveva 18 anni.

Artemisia Gentileschi, quadro 1610: Susanna e i vecchioni
Artemisia Gentileschi, quadro 1610: Susanna e i vecchioni

Artemisia Gentileschi (che poco poteva fare) né il padre denunciarono subito il fatto, ma fecero, invece, passare un anno, questo fece nascere fra la gente il sospetto, fomentato dal Tassi, che in realtà fosse stata una relazione acconsentita dalla stessa giovane donna.

In effetti qualcosa di simile accadde. Dopo la violenza della prima volta, Artemisia acconsentì in altre circostanze perché si aspettava che il Tassi mantenesse la promessa fatta che l’avrebbe sposata.

Ma Agostino Tassi non aveva intenzione né poteva mantenere quella promessa perché era già sposato e quando Orazio Gentileschi lo seppe si decise a denunciarlo per lo stupro.

La mentalità dell’epoca non considerava lo stupro di una donna come una violenza, ma più come un’offesa morale alla famiglia, qualcosa cui si poteva porre rimedio, ad esempio, con un matrimonio riparatore.

Il processo fu piuttosto lungo e non poche furono le frasi di disprezzo che Artemisia Gentileschi dovette sopportare, ma il 27 novembre 1612, Agostino Tassi fu dichiarato colpevole.

Il giudice gli diede una scelta al condannato tra il compimento di cinque anni di lavori forzati o l’esilio da Roma: questi scelse l’esilio.

Agostino Tassi riuscì a rimandare anche il suo esilio e, in fine, neppure a scontarlo restando in Roma mentre la reputazione di Artemisia era ormai compromessa.

Artemisia Gentileschi il matrimonio e la vita a Firenze

Artemisia Gentileschi contrasse matrimonio con Pierantonio Stiattesi, un pittore piuttosto mediocre che arrivava da Firenze e che nemmeno conosceva.

Artemisia Gentileschi, Cleopatra
Artemisia Gentileschi, Cleopatra

Poco dopo il matrimonio, Artemisia andò con il marito a Firenze, in fuga da una città dove il recente processo aveva macchiato il suo nome.

La pittrice a Firenze si rivelò essere non solo un’artista di grande talento, ma anche una donna forte e intelligente, capace di gestire i propri rapporti di lavoro, di farsi rispettare per le proprie capacità, di intrattenere corrispondenze con intellettuali e scienziati come Galileo Galilei.

Nella città di Cosimo II de’ Medici (Firenze, 12 maggio 1590 – Firenze, 28 febbraio 1621
e Granduca di Toscana dal 1609 al 1621) marcò le distanze anche da un padre che prima l’aveva tenuta in “clausura” e poi l’aveva fatta passare attraverso le pene del processo.

Nonostante il trauma di tutta quell’esperienza, il matrimonio le permise di diventare indipendente da suo padre e di sviluppare la sua pittura personale.

Artemisia iniziò a muoversi attraverso i circoli intellettuali di Firenze ad entrare in contatto con nomi di spicco della cultura e la sua grande padronanza della pittura la portò anche ad essere accettata all’Accademia delle arti del disegno di Firenze: fu la prima donna a farne parte.

Da allora in poi, Artemisia si specializzò nelle grandi immagini di temi biblici e storici, una cosa che andava contro ciò che era considerato appropriato per una donna in un’epoca in cui, oltretutto, la pittura era comunque considerata un “mestiere” da uomini.

Artemisia Gentileschi, (1612-1613) Giuditta che decapita Oloferne
Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613)

Fra le scelte della pittrice compaiono molte donne forti: Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613), Cleopatra che si suicida prima di cadere nelle mani dei romani, Giaele e Sisara,(1620) in cui la donna conficca un chiodo nella testa del suo nemico.

Tutte queste immagini in uno stile puramente barocco influenzato da Caravaggio, sono piene di drammaticità con colori intensi e un meticoloso realismo.

Le donne compiono gesti clamorosi, forti e determinati quasi una ribellione alla dominazione maschile.

Artemisia Gentileschi Giaele e Sisara 1620
Artemisia Gentileschi Giaele e Sisara 1620

Sarà per queste sue opere che si rafforzerà l’idea di Artemisia Gentileschi come un simbolo del femminismo.

Artemisia Gentileschi il ritorno a Roma

Nel 1620 Artemisia Gentileschi tornò a Roma.

Apparentemente si doveva trattare solo di un soggiorno temporaneo la verità è che alla fine non tornò mai a Firenze.

Forse la morte di Cosimo II fu decisiva per la sua scelta di restare nella città pontificia. A Roma, inoltre, l’artista stava guadagnando fama e prestigio e cominciava a muoversi attraverso i circoli artistici e intellettuali come “un altro uomo“, le dicerie o avevano perso peso o venivano superate dalle sue capacità.

Il suo lavoro era richiesto dai migliori collezionisti e, addirittura, dai papi (Gregorio XV e Urbano VIII).

A Roma Artemisia recuperò il contatto col padre, anche se questo fu di breve durata poiché il pittore presto lasciò Roma per non tornarvi.

A Roma Artemisia si liberò anche della presenza di un marito che era sempre di più un bevitore, dopo una rissa non si seppe più nulla di lui.

Liberata da tutte le tutele maschili, la pittrice divenne in grado di farsi carico della sua attività, della sua vita e di prendere autonomamente le sue decisioni apparendo ufficialmente come capofamiglia.

Artemisia Gentileschi, Napoli e la fama internazionale 

Nel 1630 Artemisia si trasferì a Napoli dove, nonostante la concorrenza a volte sleale di alcuni artisti locali, riuscì a creare uno dei laboratori più attivi della città e a ricevere commesse da tutta Europa.

L’enorme fama raggiunta fece sì che le sue opere fossero ricercate da tutti i collezionisti del continente.

Per alcuni critici questo causò la perdita dell’originalità della sua pittura e il suo cercare di compiacere i gusti richiesti dal mercato la portò verso il declino artistico: finì per “morire di successo”.

La maggior parte della fortuna che riunì con il lavoro lo investì nelle sue due figlie.
Permise loro una raffinata istruzione e una dote che permisero matrimoni con membri dell’alta nobiltà.

Il fatto è che questi matrimoni sarebbero stati impossibili per i discendenti di una famiglia di “mestieranti dell’arte” e di una madre disonorata se non fosse stato per le ingenti somme di denaro.

Artemisia Gentileschi aveva condotto un tipo di vita libera e indipendente, ma volle per le sue figlie qualcosa di più sicuro e convenzionali, forse per risparmiare loro le lotte continue per la sopravvivenza che aveva dovuto combattere.

Nel 1638 Artemisia si trasferì a Londra, forse per aiutare un padre anziano cui mancavano le forze per completare la decorazione di un soffitto della Casa delle Delizie della regina Enrichetta Maria.

Forse cercava di aumentare anche le sue entrate per le figlie comunque Artemisia rimase a Londra fino al 1641, anno in cui tornò a Napoli e riprese il lavoro al suo laboratorio.

Anche se continuava a ricevere commissioni, la sua un’arte forse troppo ripetitiva fece diminuire notevolmente i suoi ingressi economici.

Artemisia Gentileschi, però, continuò a lavorare fino alla sua morte nel 1653.

L’enorme fama raggiunta in vita fu presto dimenticata. Il suo nome smise di essere ricordato e le sue opere furono attribuite a suo padre, a Caravaggio o a qualche altro pittore del tempo.

Cosa che accadde anche ad altri pittori di ispirazione caravaggesca come Georges de La Tour, Trophime Bigot

Solo nella seconda metà del XX secolo la sua arte tornò ad essere nuovamente apprezzata da alcuni critici e il suo nome riportato alla luce.

Un spinta importante a questo fu perché negli anni ’70 il movimento femminista trasformò quest’artista in un simbolo della lotta di genere, cosa che aiutò di certo a resuscitare il nome di Artemisia Gentileschi e riscoprirne il talento.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.