Paola Iotti è nata a Reggio Emilia il 29 aprile 1964. Ha conseguito la maturità scientifica e si è laureata in Giurisprudenza all’Università di Parma. La sua prima opera “Come l’arcobaleno tra una criniera”, è risultata vincitrice del concorso letterario “Il mio caro amico”, indetto da Giovanelli Edizioni nel 2014, seconda classificata nella 3^ edizione del Premio Letterario “Mangiaparole” 2014 a Roma e sempre seconda al concorso letterario 2015 Voci per i Cavalli organizzata dalla onlus Horse Angels. A gennaio 2016 un suo racconto intitolato “La fattoria del Gelso Bianco” è stato selezionato nella raccolta “Favole senza frontiere” edito da Alcyone Casa Editrice. Sono favole che spiegano ai bambini, in modo semplice e divertente, il problema dell'immigrazione. A maggio 2016 si è classificata al terzo posto con un racconto alla 7^ edizione del Concorso Letterario Nazionale Naviglio Martesana. A luglio 2016 è risultata vincitrice del Concorso letterario Voci per i cavalli 2016, sezione inediti, organizzato dalla onlus Horse Angels con l’opera “Il cavallo, un’amicizia che va oltre il possesso” che raccoglie una serie di articoli relativi all’approccio consapevole e rispettoso nei confronti dei cavalli. Pubblicazioni di Paola Iotti Come l’arcobaleno tra una criniera: Per me è stata una piacevole sorpresa scoprire che la mia casa editrice, Giovanelli Edizioni, sensibile al tema degli animali, condivide il sostegno all’associazione di Jill Robinson e degli Orsi della Luna. La casa editrice Giovanelli con parte dei proventi oltre che ad Animal Asia sostiene anche la Lega Anti-Caccia e la L.A.V.

Nel 1929 nasce Anna Frank. Tutti conoscono la sua storia grazie ai diari che il padre riuscì a salvare e che pubblicò, permettendo che il volto e le parole della figlia non sbiadissero e se ne conservasse la memoria.

Nello stesso anno Helga Weiss nasce a Praga.

Lo stesso destino la obbliga ad abbandonare la casa e a trasferirsi con i genitori nei campi di concentramento: prima a Terezin, poi ad Auschwitz-Birchenau, Freiberg e Mathausen.

Anche Helga scrive un diario:

nelle sue pagine riversa le sensazioni di una bimba costretta a vivere una terribile realtà in crescente evoluzione che narra e disegna con occhi innocenti ma penetranti.

Helga Weiss A Praga il padre perde il lavoro, viene allontanata da scuola, subisce l’obbligo di cucire sui vestiti una stella gialla, scopre i boati dei bombardamenti, i discorsi politici alla radio, i divieti, e si accorge che la gente sparisce.

Compone su fogli sparsi, senza numerare le pagine, senza controllare le date; non le interessa la cronologia ma sfogare le emozioni per non esserne travolta.

La prima destinazione è Terezin, un ghetto modello che serviva per la propaganda nazista.

La fanciulla dipinge le interminabili code per ottenere il pasto, il trasporto dei malati sulle barelle, le fantasie in cui sogna il ritorno a Praga.

Nelle immagini si assiste alla trasformazione della bambina, la cui innocenza non nasconde l’orrore quotidiano.

Helga Weiss lascia la struttura ma l’assegnazione è Auschwitz:

prima di partire consegna i diari allo zio che si occupa dell’archivio nella struttura di internamento e che li nasconde in un muro.

Nel lager ha la fortuna di ottenere un cappotto imbottito che la copre dal collo ai piedi e due scarpe alte anche se spaiate, trovando motivo di felicità in questi eventi che forse contribuiranno a mantenerla in vita.

Le donne devono radersi la testa e all’inizio riconosce la madre solo dalla voce. Ma i capelli ricresceranno, dice la ragazzina, sostenendo che l’importante è tornare a casa.

Lei e la mamma ce la fanno e nel 1945 rientrano nell’abitazione di Praga mentre del padre non si ha alcuna traccia, probabilmente scomparso nelle camere a gas.

Degli oltre quindicimila bambini rinchiusi nel campo di Terezín e in seguito deportati ad Auschwitz, solo un centinaio è sopravvissuto all’Olocausto.

A Praga Helga, che ha quindici anni, completa i diari raccontando quando accaduto nei campi di lavoro dove non ha potuto scrivere. Torna a scuola ma si sente diversa, lontana dalle preoccupazioni dei compagni e molto più vecchia degli stessi insegnanti.

La sofferenza annienta, distrugge, ma a volte tempra rendendo più forti.

«Attraverso la sofferenza vissuta ho imparato a distinguere e ad apprezzare i veri valori della vita. La famiglia, la casa, la libertà, avere un lavoro che mi piace. La salute. Tutto il resto è secondario, si può farne a meno».

Alla fine memorie e disegni finiscono in un cassetto, come a voler dimenticare ricordi aberranti e tentare di ricondurre l’esistenza sui binari di un’apparente normalità.

Helga Weiss sviluppa l’abilità nella pittura e da adulta diventa un’affermata pittrice.

«Nelle mie opere cerco di dare una testimonianza sull’Olocausto – racconta l’artista – di esprimere l’Orrore della guerra. E di mettere in guardia affinché tali catastrofi non si ripetano.

I colori che uso sono soprattutto il nero, il grigio, il blu, talvolta il viola. Il nero, il rosso e il bianco in quanto simboli della bandiera tedesca, e il giallo, che simboleggia la stella di David, con la quale furono marchiati gli ebrei e che gli ebrei furono costretti a portare sui vestiti».

Nel 2014 i diari vengono pubblicati integralmente in diverse lingue, tra cui il tedesco e l’italiano.

Helga Weiss disegni del diarioQuello che li caratterizza è che, invece di descrivere gli orrori, le parole esprimono soprattutto i sentimenti, aiutando il lettore a immedesimarsi.

Le frasi trasmettono la determinazione di chi vuole reagire mantenendo un contegno con cui contrastare la disperazione. Helga possiede la lucidità per trasformare il ricordo in un monito eterno per le future generazioni

La Weiss si chiede perché sia sopravvissuta: la sua risposta è che qualcuno doveva tornare per dare una testimonianza, per far riflettere le persone affinché costruissero un futuro responsabile.

E’ toccante il modo con cui la bambina delinea i prigionieri dei campi:

«Sì, un tempo erano persone. Sane, forti, con una volontà, delle idee proprie, con una sensibilità, degli interessi e dei sentimenti d’amore. Amore per la vita, per il bene e la bellezza, pieni di fiducia in un domani migliore. A rimanere sono dei fantasmi, dei corpi, scheletri senz’anima».

Una fanciulla di soli tredici anni riesce a fotografare, in poche righe, la spaventosa capacità dell’uomo di materializzare un angosciante incubo facendolo vivere ai propri simili.

 

(foto da raistoria.rai.it, youtube)