Ida Pfeiffer, viaggiatrice dimenticata dell'Ottocento
Ida Pfeiffer, viaggiatrice dimenticata dell'Ottocento

Ida Pfeiffer è considerato la più grande viaggiatrice della prima metà dell’Ottocento, famosa per essere stata la prima europea ad aver messo piede nel Borneo.

La sua vita è incredibile: fino all’età di 44 anni si è dedicato alla famiglia e solo dopo ha viaggiato, arrivando a compiere due giri del mondo nei successivi 16 anni.

Ida Pfeiffer nasce come Reyer a Vienna, nel 1797, da una famiglia benestante.

Foto Ida Pfeiffer, viaggiatrice
Foto Ida Pfeiffer, viaggiatrice

Vive un’infanzia spartana, educata assieme a cinque fratelli: gioca e si veste come loro, arrampicandosi sugli alberi, pratica sport e legge racconti di viaggi in paesi lontani, sognando ad occhi aperti di poterli visitare.

Il padre era convinto che abituare i figli, fin da piccoli, ad attività fisiche li rafforzasse, sviluppandone l’indipendenza. In casa, però, i gesti affettuosi come baci e abbracci erano proibiti.

Quando Ida ha nove anni, il padre muore e la madre interviene per correggerne l’educazione, indirizzandola verso modelli più femminili. Il divieto di indossare abiti maschili le provoca, però, una malattia così grave che il medico di famiglia consiglia di lasciarle scegliere l’abbigliamento.

Solo a 13 anni veste abiti femminili, pur continuando a giocare come un maschiaccio.

La madre la obbliga a seguire lezioni di pianoforte e la bambina, per evitarle, si procura tagli alle dita o bruciature con la cera delle candele.

In questo periodo viene assunto un istitutore che, oltre a insegnarle materie come geografia e scienze naturali, che lei adorava, la convince con grande pazienza a imparare attività quali cucire, lavorare a maglia e cucinare.

L’istitutore rimane in casa Reyer fino al 1814: la ragazza si innamora di lui, ricambiata, e l’uomo chiede alla madre il permesso di sposarla, ottenendo un secco rifiuto. L’insegnante non era considerato un partito adatto alla ragazza, e viene allontanato.

A questo punto inizia un contrasto tra madre e figlia:

quest’ultima rifiuterà tutte le proposte di matrimonio sostenute dalla madre fino ad accettare l’ultima, pronunciata dall’avvocato Pfeiffer, benestante ma più vecchio di lei di 24 anni e originario della città ucraina di Leopoli.

Immagine dal Libro di Ida Pfeiffer
Immagine dal Libro The Story of Ida Pfeiffer and her Travels in many Lands

Ida lo sposa nel 1820, per sfuggire al controllo materno e uscire di casa.

Dopo la nascita di due figli, il marito perde tutti gli incarichi pubblici che deteneva ed è costretto a chiudere anche lo studio legale. Non trovando più lavoro in Austria e Svizzera, l’uomo è costretto a ritornare nella città di origine e a vivere separato dalla moglie, che si ritrova a educare e mantenere da sola i figli, dando lezioni di musica e disegno.

Le condizioni economiche di Ida Pfeiffer saranno sempre disagiate, rendendole difficile garantire il cibo ai figli:

scriverà che, in certi periodi, riusciva a nutrirli solo con pane secco.

Nel 1837 muore la madre della Pfeiffer, lasciandole una piccola eredità con cui può pagare le spese di educazione e sostentamento dei figli e, l’anno successivo, resta vedova.

Nel 1842 i figli diventano autonomi, svolgendo una propria attività professionale:

Ida ha 44 anni e, libera da impegni familiari analogamente all’esploratrice inglese Mary Kingsley, può dedicarsi ai viaggi che sognava da piccola.

Passione risvegliata da un soggiorno a Trieste, in cui ammirò il mare per la prima volta: davanti alla distesa azzurra, nasce in lei la voglia di concretizzare il desiderio di conoscere nuovi paesi.

Bisogna considerare che, a quei tempi, le donne che viaggiano da sole non erano considerate “signore”: i viaggiatori erano solo uomini e le donne che li accompagnavano lo facevano in qualità di mogli, come Lady Francis Egerton, Maria Graham o Elisabeth Agassiz.

Ida Pfeiffer non voleva scoprire qualcosa di specifico ma allontanarsi da una società che riconosceva alla donna solo il ruolo di moglie e madre:

viaggiare le consentiva di respirare la libertà e di assumere le decisioni in piena autonomia.

Naturalmente, la famiglia si oppone ai suoi progetti e Ida è costretta a camuffare il primo viaggio in un pellegrinaggio, essendo questo consentito alle donne: nel marzo del 1842 si reca in Terra Santa con la scusa di vedere i luoghi sacri della religione cattolica.

La Pfeiffer, però, ne approfitta per visitare anche Turchia, Siria, Giordania, Libano, Egitto, Malta, Sicilia, Napoli, Roma e Firenze.

Al suo ritorno, nel dicembre dello stesso anno, amici ed editori la convincono a pubblicare i suoi diari in forma anonima.

Nel primo libro la donna descrive la percezione di una pellegrina nei luoghi visitati e le difficoltà incontrate nel viaggiare sola.

Ida si muove con poche risorse economiche, abituata dall’educazione paterna e dalle vicende matrimoniali a essere parsimoniosa e spartana, con pochissimo bagaglio e una borsa di cuoio per l’acqua, mangiando pane e riso, senza la protezione o il patrocinio di nessuno.

La “collega” Mary Kingsley riceverà l’incarico dal British Museum di raccogliere pesci e insetti per il reparto di zoologia, a differenza di lei.

Il libro ottiene grande successo e alla quarta ristampa è inserito il suo nome come autrice:

la scrittura di viaggio era considerata un genere tipicamente maschile, così come le donne non erano giudicate capaci di affrontare argomenti impegnativi come politica e scienze.

I guadagni le consentono di finanziare altre esplorazioni.

Dal primo viaggio Ida comprende che, per preparare i successivi, sarebbe stato importante imparare le lingue locali per poter comunicare direttamente con le persone invece che per mezzo dell’interprete.

L’interesse della Pfeiffer sarà, infatti, concentrato sulla cultura delle popolazioni e sulle loro condizioni di vita, superando la visuale “missionaria” degli occidentali: commentando le condizioni di povertà in cui versavano gli abitanti delle regioni mediorientali, ne attribuisce la colpa alla politica dell’impero ottomano, rendendosi conto che molte idee che aveva sulle popolazioni orientali erano frutto di stereotipi occidentali.

Tornata a casa, la famiglia sottopone i suoi diari, prima della pubblicazione, a controlli che la spingeranno a ripartire al più presto per sfuggire a quell’atteggiamento costrittivo.

Decide di andare in Islanda, Norvegia e Svezia: studia inglese e danese, scienze naturali, nozioni di tassidermia e botanica nonché i fondamenti della nascente fotografia che si stava sviluppando con i dagherrotipi.

Raggiunta la Danimarca nel 1845, Ida si imbarca per l’Islanda che, però, la delude, avendola immaginata diversa.

Nell’isola non mancano avventure, come quando trascorre una notte da sola in tenda in attesa dell’eruzione di un geyser. Ritorna a Copenaghen e si dirige verso la penisola scandinava. Viaggia sempre da sola e quando usa la carrozza, guida lei stessa i cavalli. In Medio Oriente aveva percorso molti chilometri in groppa a un cavallo, mostrando un’incredibile resistenza per una donna di mezz’età e tenendo il passo degli uomini con cui condivideva il tragitto.

Al rientro Ida Pfeifferpubblica un secondo libro che finanzia il successivo viaggio, che sarà un giro intorno al mondo.

Nel 1846 giunge a Rio de Janeiro e incontra gli indios della foresta amazzonica: credendoli primitivi, rimane stupita dalla loro organizzazione e dai loro valori.

Prosegue per Capo Horn, Tahiti, Macao, Hong Kong e Canton. Va in India, giunge in Mesopotamia e poi in Armenia, Georgia, Atene per rientrare a Vienna nel 1848. Un viaggio ricco di avventure e pericoli dovuti al fatto che, il più delle volte, la sua presenza gettava scompiglio tra popoli che non avevano mai incontrato una donna occidentale. In territorio russo viene scambiata per una spia e imprigionata.

Di nuovo pubblica Ida Pfeiffer un libro che ottiene grande successo, consentendole di partire per un secondo viaggio attorno al mondo nel 1851:

la sua notorietà è tale che riceve molte offerte di trasporto gratuito da parte di compagnie ferroviarie e navi a vapore.

A 54 anni, dunque, parte per il Sudafrica e naviga fino a Singapore, dove esplora l’Indonesia e, in particolare, l’isola del Borneo, in cui visita la tribù di cacciatori di teste Dyaks, che descrive con parole di grande ammirazione.

A Sumatra incontra la popolazione cannibale Batak, ed è la prima persona che può raccontare la loro cultura. Descrivendo queste tribù, all’apparenza primitive, Ida sottolinea che, nel corso della storia, gli europei hanno mostrato un’indole molto più violenta e omicida rispetto alla loro.

La Pfeiffer si reca in California e visita i villaggi dei cercatori d’oro, scende in Equador e Perù, attraversa le Ande – è una delle prime donne a scalarle – e assiste all’eruzione del vulcano Cotopaxi.

Attraversa Panama e arriva a New Orleans, dove vede i mercanti di schiavi. Segue il fiume Mississipi e arriva fino alle cascate del Niagara, soggiorna a New York e Boston per ritornare a Londra nel 1854.

Il nuovo libro che scrive è un altro successo.

Copertina di un libro di Ida Pfeiffer
Copertina di un libro di Ida Pfeiffer

Grazie all’intervento del maggior naturalista del periodo, Alexander Von Humbold, e del geografo Carl Ritter, viene eletta, prima donna a ottenerlo, membro onorario nelle società geografiche di Berlino e Parigi, ma non in quella di Londra, il cui Statuto non le ammetteva.

Nel 1856 Ida Pfeiffer è pronta per un altro viaggio:

non è mai stata in Australia e questa è la sua meta.

Soggiorna per diversi mesi alle isole Mauritius e poi va in Madagascar. Qui, però scoppiano disordini e viene accusata di spionaggio e incarcerata assieme ad altri europei.

Ida Pfeiffer si ammala di febbri tropicali ma riesce a tornare alle Mauritius, decisa a imbarcarsi per l’Australia.

La malattia peggiora ed è costretta a rientrare a Vienna, dove muore il 27 ottobre del 1858, a 61 anni.

L’ultimo libro di Ida Pfeiffer con il resoconto del viaggio è pubblicato, postumo, da uno dei figli.

Il suo stile di scrittura è semplice ma dotato di grande forza e autenticità: Ida è attenta a descrivere gli aspetti della vita quotidiana di donne e bambini, da sempre trascurati dagli autori maschili. Divenne così famosa che i suoi libri furono tradotti in diverse lingue e pubblicati anche in versioni popolari.

I suoi resoconti erano ritenuti affidabili e citati in riviste scientifiche. Nei viaggi raccolse, infatti, esemplari di flora e fauna che donò a musei europei come quello di Vienna e Londra: ad alcuni esemplari, da lei scoperti, venne dato il suo nome.

Nei diari Ida si definiva in maniera garbata e simpatica, sostenendo che molti pensavano che, per riuscire a effettuare i suoi viaggi, dovesse assomigliare a un uomo nell’aspetto e nelle maniere quando, invece, si presentava «calma e riservata come la maggior parte delle donne che non hanno mai messo piede fuori dal proprio villaggio».

Disegno Ida Pfeiffer in tenuta da viaggio
Disegno di Ida Pfeiffer in tenuta da viaggio

L’esploratrice racconta di aver inventato una divisa per adattare gli scomodi abiti femminili alle esigenze di viaggiatrice, con pantaloni che arrivavano alle ginocchia, gonna che raggiungeva la caviglia ma che veniva rimboccata durante la marcia e abbassata a fine giornata, un cappello di bambù per proteggersi da pioggia o sole ricordando che, quando attraversava zone paludose, si toglieva calze e scarpe.

L’aspetto più moderno di Ida Pfeiffer si ricava dalle parole con cui narra la cultura dei popoli incontrati e il valore che il viaggio ha portato nella sua vita.

Il critico letterario francese Charles Lavollée ne ha elogiato la profonda capacità di osservazione, definendola così:

«Pare che non abbia bisogno di acquistare esperienza: era nata con il senso del viaggio».

Foto da Wikipedia Adolf Dauthage, Project Gutenberg: The Story of Ida Pfeiffer and her Travels in many Lands

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