Ella Maillart è stata una grande viaggiatrice al pari di Freya Stark e Alexandra David-Neel:

come loro ha subito il fascino dell’Asia e, come loro, è arrivata alla soglia dei cent’anni in ottima forma sebbene la sua salute, quando era piccola, fosse cagionevole.

Ella Maillart nasce a Ginevra il 20 febbraio del 1903.

Foto Ella Maillart da ragazza
Foto Ella Maillart da ragazza

Figlia di una donna anticonformista e amante degli sport di origini danesi, tutte le domeniche va con lei a sciare per rinforzare il fisico gracile.

Quando Ella ha dieci anni, la famiglia si trasferisce sul lago di Ginevra dove la bimba incontra l’amica del cuore, Mietta, con cui impara ad andare in barca a vela.

Sci, vela, hockey, lettura di libri d’avventura e sogni ad occhi aperti davanti alle mappe geografiche saranno le loro grandi passioni.

A tredici anni vincono le prime regate, a sedici fondano il primo circolo femminile di hockey sul ghiaccio e per sciatrici, a venti partono da Nizza per raggiungere la Corsica e l’anno successivo, il 1924, Ella partecipa ai Giochi Olimpici guidando la squadra svizzera di vela,

unica donna e la più giovane della competizione, classificandosi nona su diciassette partecipanti nella categoria della vela in solitaria.

foto Ella Maillart viaggio in barca a vela
Ella Maillart viaggio in barca a vela

Ella e Miette, assieme ad altre due amiche letterate, formano un equipaggio con cui veleggiano in direzione di Corsica, Sardegna, Sicilia e isole ioniche tra cui Itaca.

Nel 1925, l’equipaggio femminile intende ripetere l’impresa del navigatore Alain Gerbault di attraversare l’Atlantico ma, una settimana prima della partenza, Miette si ammala gravemente e l’avventura viene abbandonata.

Ella ricorderà questo momento come uno dei più tristi della vita:

non partire con lei è una delusione enorme.

Miette guarisce ma non potrà più andare per mare: inoltre si sposa con un archeologo ed Ella decide di abbandonare la vela per dedicarsi ai viaggi in Europa.

Si reca pertanto a Parigi, dove svolge diversi lavori per mantenersi:

dattilografa, modella per uno scultore, controfigura nei film di montagna per le scene pericolose di sci, doppiatrice.

Sui set cinematografici Ella Maillart impara anche a usare la macchina da presa.

Rappresenta la Svizzera ai campionati del Mondo di sci alpino dal 1932 al 1934 ma, per pagare i costi delle trasferte, lavora come inviata per La Tribune de Géneve.

Nel frattempo, nei caffè parigini e nei luoghi frequentati da artisti e intellettuali si parla molto della Russia, descrivendola come una società dai nuovi valori e ideali.

La Maillart ne rimane affascinata e decide di visitarla.

Si trasferisce a Berlino, dove chiede il visto d’ingresso per varcare il confine russo e, nell’attesa, studia il tedesco, dà lezioni d’inglese e lavora come comparsa in uno studio cinematografico dove Marlene Dietrich sta girando l’Angelo Azzurro.

Sono attività che Ella Maillart svolge per procurarsi i mezzi per viaggiare:

a differenza di altre esploratrici, racconterà di essere diventata scrittrice per poter girare il mondo e non il contrario.

Foto di Ella Maillart
Foto di Ella Maillart

Per andare in Russia, però, oltre al visto occorre denaro che la ragazza non possiede: in suo aiuto interviene la vedova di Jack London che le regala 50 dollari.

Nel 1930, la ragazza parte per Mosca con una macchina fotografica e un dizionario di russo.

Anche qui Ella cerca un lavoro per mantenersi: vorrebbe dare lezioni di sci ma scopre che, per fare l’insegnante, deve frequentare un corso di tre anni per apprendere l’ideologia comunista. Per mantenersi allenata, ogni mattina va a remare sulla Moskova (Moscòva).

A Ella non interessa la politica ma desidera viaggiare per conoscere popoli e culture lontane e approfondire una personale ricerca interiore.

Dopo aver letto dell’esistenza degli ultimi nomadi kirghisi che vivono nel Turkestan, una regione dell’Asia centrale, decide di incontrarli prima che l’azione del centralista stato sovietico ne cancelli l’autenticità dello spirito, imponendo loro una stanzialità che reputa meno evoluta del nomadismo.

Descriverà i nomadi come persone sagge ed equilibrate, sottolineando che l’uomo è nato nomade.

Ma anche per raggiungere il Turkestan è necessario un visto, difficile da ottenere.

È la primavera del 1932 e la donna vuole sfruttare la bella stagione per effettuare il viaggio; quando viene a sapere che una coppia di russi è in partenza per quella meta, si unisce a loro senza attendere il rilascio dell’autorizzazione da parte dei sovietici.

Ella parte a cavallo verso le montagne che dividono la Russia dalla Cina, portando un semplice sacco con il minimo indispensabile e comodi scarponi, spostandosi in maniera più spartana rispetto alle altre viaggiatrici dell’epoca.

Per raggiungere il Turkestan, attraversa zone in cui gli occidentali non si erano mai avventurati, toccando con mano le contraddizioni del regime comunista e viaggiando in condizioni precarie e pericolose.

Dorme nelle tende dei nomadi, adattandosi al loro regime alimentare basato sul latte fermentato di Yak;

viaggia in modo da mantenere un contatto diretto con la vita locale, rischiando spesso di perdersi nella steppa.

La Maillart assume velocemente usanze e comportamenti delle tribù che incontra, rimanendo incantata dal senso di libertà che la loro vita le fa percepire.

In particolare, racconta di quando dormiva nella yurta, la tenda circolare con un’apertura al centro per far uscire il fumo del focolare: quella finestra le permetteva di ammirare le stelle brillare nel cielo, regalandole una sensazione magica di connessione con la natura che aveva sempre sognato.

Per poter proseguire, Ella Maillart deve vendere il cavallo e si dirige a piedi verso il Kazakistan.

Nonostante la mancanza del visto, evita i controlli dei bolscevichi mischiandosi alla povera gente e vivendo con loro fino a quando guadagna i soldi per acquistare un biglietto per Tashkent, capitale dell’Uzbekistan.

In quella città è incantata dalle antiche moschee che trova deserte a causa del divieto sovietico di praticare qualunque tipo di religione.

Assiste anche a una rissa per strada causata dal furto di un pezzo di sapone; scopre che i ladri non esistevano prima del regime russo e che la loro presenza è apparsa solo dopo l’imposizione dei razionamenti da parte del governo.

A Tashkent, Ella Maillart ha un contatto con le donne, che le fanno indossare il velo che non apprezza:

la legge sovietica lo proibiva ma le anziane continuano a indossarlo.

Prima le donne erano analfabete, si sposavano a dodici anni e trascorrevano la vita nell’harem.

Ora, oltre ad aver cambiato abbigliamento, vanno a scuola per imparare a leggere e studiano la storia del partito proletario nelle aule dove, una volta, si insegnava il Corano.

Inoltre, pranza a casa del maestro di scuola la cui moglie, non velata, non mangia con loro e nemmeno parla con l’ospite, come prevedono le tradizioni locali. Ella non esprime giudizi, limitandosi a raccontare ciò che vede.

A questo punto, inizia l’esplorazione di regioni che pochissimi occidentali, e ancor meno una donna, avevano raggiunto.

Percorre le vie dell’Oriente a piedi o con i mezzi di trasporto tipici delle zone, fotografando tutto quel che incontra, dai panorami alle popolazioni del Caucaso, dall’architettura dei templi alle semplici abitazioni dei villaggi.

foto Ella Maillart 4
Ella Maillart in viaggio

Raggiunge Samarcanda da cui si allontana sconvolta, avendo assistito all’esecuzione di quaranta uomini accusati di essere dei banditi ma che, in realtà erano oppositori del governo, riuscendo a scattare delle fotografie e rischiando per questo.

La macchina fotografica è uno dei pochissimi beni presenti nel piccolo sacco di Ella Maillart, e le sue immagini ne accompagneranno sempre gli articoli e i libri.

A Bukhara, che nel passato era stato un importante centro della scienza musulmana, trova una città fatiscente, dove la povertà costringe tutti a estenuanti file per ottenere una razione di pane.

Ella non vuole godere i privilegi dei viaggiatori occidentali e si mette in fila per acquistare generi alimentari, approfittando delle attese per fare amicizie.

Le strade di Bukhara sono un enorme mercato in cui vende alcuni dei suoi beni per mantenersi come un paio di forbici, un coltello e un orologio. Quando i soldi stanno per finire, si rimette in viaggio per Mosca che non vuole raggiungere con il treno.

Deve pertanto arrivare al lago d’Aral prima che geli per evitare di restare bloccata tutto l’inverno e, per raggiungerlo, naviga lungo canali su una piccola barca a motore, facendo tappa a Khiva, l’antica capitale mongola, le cui torri si stagliano nel deserto circostante.

Giunge però in ritardo al lago d’Aral perdendo l’ultimo cargo in partenza. Per raggiungere il Turkmenistan e le sue tribù nomadi, la Maillart attraversa il terribile deserto del Karakum, dalle sabbie nere.

La notte prima di partire, Ella Maillart si ferma a dormire in una locanda in cui le vengono rubati gli scarponi:

da qui cammina scalza fino al villaggio più vicino, dove ottiene degli stivali grazie alla generosità di un uomo a cui promette di mandare il denaro, una volta tornata in patria.

Viaggiare sola le permette di godere la protezione delle persone che incontra: una donna sola veniva accolta e aiutata, a differenza di un uomo che non necessitava di analogo sostegno.

Si imbatte in due Kazaki in partenza per il deserto con dei cammelli, che accettano di accompagnarla per 500 chilometri di deserto inospitale.

Il cammino è difficile perché spesso nevica: la piccola comitiva si ferma a dormire per non più di due o tre ore e, al risveglio, Ella si ritrova coperta da uno spesso strato di neve. La donna era così stanca che spesso si addormentava sul cammello, rischiando di cadere.

Una notte in cui la Maillart rallenta, non ritrova più i compagni, inghiottiti dal buio.

Li chiama fino a perdere la voce ma le risponde solo il vento e il turbinio della neve: una sensazione di incredibile terrore l’attanaglia. Quando ormai ha perso le speranze e teme per la vita, sente le voci dei compagni e le prime luci dell’alba l’aiutano a individuarli.

Dopo due settimane arriva a Kazalinsk, dove prende il treno per Mosca e, in pochi giorni, rientra a casa, nel settembre del 1932.

Qui Ella Maillart scrive Vagabonda nel Turkmenistan, un’opera elogiata dagli esperti del settore per la precisione del lessico e la freschezza della narrazione:

è un racconto che permette di immergersi negli itinerari e nelle emozioni vissute grazie allo stile spontaneo, alleggerito dall’ironia della donna.

Il pubblico europeo, però, accusa Ella di essere una sostenitrice del governo bolscevico, deludendola parecchio dato che aveva sempre mantenuto una posizione neutrale, interessandosi ai luoghi e alle popolazioni incontrate per descriverle senza affermare opinioni sul regime politico vigente.

Foto Ella Maillart
Ella Maillart con la fotocamera

Nel 1935, intraprende un nuovo viaggio come corrispondente del giornale francese Petit Pariesienne verso il cosiddetto “Turkmenistan cinese” partendo dalla Manciuria che era uno stato indipendente sotto il controllo del Giappone: attraversa la Cina da est a ovest, il deserto del Taklamakan e del Gobi fino a giungere ai valichi del Pamir e dell’Himalaya e, da qui, nel Kashmir.

Un percorso durissimo effettuato a piedi, a cavallo o a dorso d’asino in territori isolati, reso complicato dalle tensioni politiche ed economiche che opponevano cinesi, giapponesi, sovietici, inglesi e francesi.

Questa volta la Maillart è in compagnia di un collega, Peter Fleming, corrispondente del Times.

Peter è viaggiatore, avventuriero e spia al servizio del governo britannico: è il fratello di Ian, il creatore di James Bond che, probabilmente, si è ispirato proprio a lui nel dar vita al famoso agente segreto 007.

Al termine dell’avventura, entrambi pubblicheranno un resoconto dell’esperienza che, per Ella, avrà il titolo di Oasi Proibite.

Nel 1939, la Maillart parte in compagnia di un’amica giornalista a bordo di una Ford V8 a 18 cavalli in direzione dell’Afganistan, visitando l’Iran.

Si tratta di un viaggio on the road che vede le due donne coinvolte in emozionanti incontri con persone, monumenti e panorami, a volte bloccate con l’auto nella sabbia del deserto, altre impegnate a cercare la strada per raggiungere i centri abitati da cui inviare gli articoli alle rispettive redazioni.

Quando scoppia la Seconda guerra mondiale, le amiche si dividono ed Ella si spinge in India dove rimarrà fino al termine del conflitto, vivendo in una capanna vicino a Madras.

Nel 1951 è la volta del Nepal e, nel 1965, del Tibet, dove continua a raccogliere le sue impressioni in libri e reportage giornalistici.

I viaggi nel mondo costituiscono un’occasione, per Ella Maillart, per effettuare anche un viaggio interiore.

Quando rientrava a Parigi, faticava a camminare tra le strade affollate da persone sconosciute o a intavolare una conversazione, sentendosi meno sola in mezzo al deserto, dove percepiva concreta armonia e un legame con la natura che la rasserenava.

Negli ultimi anni della vita si ritira a vivere a Chandolin, nelle Alpi svizzere, che le ricordano l’Himalaya, dove muore il 27 marzo del 1997, a 94 anni.

Ella racconta che, quando faceva ritorno in Europa dopo aver incontrato popolazioni, culture e religioni diverse, comprendeva che il mondo fosse una cosa sola, rendendosi conto della necessità di superare divisioni e particolarismi.

In questo senso il viaggio, per lei, aveva “lo scopo di mutare il vanitoso e ingombrante ego umano” per abbracciare una consapevolezza universale.

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