Dal glifosato alla foresta amazzonica, la Terra chiede aiuto
Dal glifosato alla foresta amazzonica, la Terra chiede aiuto

Nel mese di maggio 2019, un tribunale americano ha inflitto una multa record a Monsanto, azienda leader nel settore di sementi e pesticidi di proprietà della tedesca Bayern. Monsanto dovrà pagare due miliardi a una coppia di agricoltori che, dopo aver utilizzato per trent’anni il diserbante Roundup, a base di glifosato, ha sviluppato il cancro nella forma del linfonoma non-Hodgkin.

I giudici hanno ritenuto colpevole la ditta produttrice per non aver avvertito dei rischi che si correvano usando il prodotto e per aver manipolato gli studi che dichiaravano l’erbicida innocuo per la salute umana. Si tratta della terza condanna consecutiva, negli Stati Uniti, dopo quella del 2018 e del marzo 2019.

La Monsanto è stata acquisita dalla Bayern nel 2018, operazione che rischia di trasformarsi in una catastrofe finanziaria poiché il gruppo tedesco, in un anno, ha perso il 44% in borsa.

Gli azionisti sono in rivolta poiché il valore della Monsanto è, ora, al di sotto dei 65 miliardi spesi per il suo acquisto, valore che si prevede in ulteriore discesa dato che, negli USA, si stanno preparando 13.000 cause analoghe in tribunale.

La pericolosità del glifosato non è, però, ancora stata dimostrata con certezza.

L’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, ha definito questa sostanza probabilmente cancerogena per gli esseri umani ma l’EPA, Agenzia federale americana per l’ambiente, ritiene il prodotto innocuo per la salute e su questo la Monsanto si baserà per proporre ricorso alla sentenza.

Le organizzazioni scientifiche dei diversi paesi sono analogamente divise.
Nel 2015 la IARC, Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, ha classificato il glifosato come potenziale cancerogeno per l’uomo e cancerogeno per gli animali, rivelando una correlazione tra l’esposizione al diserbante e il linfoma non-Hodgkin. In precedenza, era stata segnalata l’interferenza con il sistema endocrino e un forte legame con l’insorgenza della celiachia.

L’ECHA, Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche, sembra invece non considerare ciò che le associazioni ambientaliste indicano come prove della pericolosità del glifosato e dei suoi derivati.

Il tribunale americano, condannando Monsanto, ha assunto una posizione precisa anche se bisogna sottolineare che una sentenza non è una prova scientifica.

Dimostrare la dannosità del glifosato sembra difficile in quanto gli interessi economici ad esso legati sono molto forti, trattandosi dell’erbicida più utilizzato al mondo che aumenta, innegabilmente, la produttività agricola.

La domanda è se tali interessi possano rallentare o influenzare le indagini relative alla pericolosità del glifosato.

Nel 2016, Le Monde accusò Monsanto di aver fatto pressione su alcuni politici e giornalisti per convincerli a migliorare l’immagine dell’azienda e a sostenere l’uso del glifosato, non solo in Francia ma anche negli altri paesi europei.

Ma cosa è il glifosato?

È il diserbante più usato nei terreni coltivati di tutto il mondo, brevettato nel 1974 dalla Monsanto e presente in oltre 750 prodotti destinati all’agricoltura e al giardinaggio:

inibisce un enzima fondamentale per il metabolismo delle piante

e agisce in modo non selettivo, eliminando tutta la vegetazione su cui viene impiegato.

All’inizio veniva utilizzato soltanto prima della semina per combattere le erbe infestanti ma poi, con la creazione di piante geneticamente modificate e resistenti ai suoi principi attivi, ha trovato applicazione anche dopo la semina, nella fase del pre-raccolto, per tenere puliti i campi e far maturare il grano in maniera uniforme.

Nel 2018 ha fatto scalpore uno studio condotto dall’associazione GranoSalus, che evidenziava la presenza di glifosato nella pasta, uno degli alimenti più consumati in Italia.

Si trattava di tracce inferiori ai limiti previsti dalla legge, ma è una presenza che desta preoccupazioni, sollevando il dubbio che i grani italiani vengano miscelati con quelli extra-comunitari.

Uso del glifosato

Uso del glifosato
Uso del glifosato

La normativa europea ha infatti vietato, dal 2016, l’uso del glifosato nella fase della pre-raccolta mentre negli USA e nel Canada questo è consentito per favorire la maturazione artificiale del grano duro.

In Italia, un decreto del Ministero della Salute del 2016 si è adeguato alle direttive europee. Nonostante in molte confezioni di pasta sia scritto che il 100% del grano utilizzato è italiano, la presenza del glifosato fa pensare non sia così.

Altre analisi l’hanno individuato in diverse nazioni.
In Germania sono state rilevate alte concentrazioni della sostanza in 14 marchi di birra tedesca e nelle urine dei cittadini. Negli Stati Uniti è stato trovato nel latte materno delle donne. In Italia, a Roma, nelle urine di donne incinte.

Sempre nel nostro Paese sono stati analizzati cento alimenti a base di cereali scoprendo il glifosato anche nelle fette biscottate e nei corn-flakes, così come nell’acqua di rubinetto:

la presenza dell’erbicida varia, però, nei prelievi effettuati anche a poca distanza tra loro, così come nei lotti di prodotti alimentari.

Utilizzo del glifosato nei cereali

Uso del glifosato nei cereali
Utilizzo del glifosato nei cereali

Il 22 agosto 2019 Daniel Cueff, sindaco della cittadina francese di Langouet, è stato portato in tribunale dagli agricoltori che usano metodi non biologici in quanto a maggio ha firmato un provvedimento che prevede il divieto dell’uso di pesticidi a 150 metri dalle case private o dagli edifici pubblici, che si riducono a 100 metri in presenza di siepi che limitano la dispersione delle sostanze chimiche irrorate.

Il paese, abitato da 600 persone, basa la sua economia sull’allevamento di mucche da latte e sulla produzione di foraggio per la loro alimentazione. Il sindaco, in tribunale, dovrà dimostrare la fondatezza dell’atto da lui firmato.

Cueff è primo cittadino di Langouet da vent’anni e, in tale periodo, ha operato per ridurre le emissioni di carbonio e migliorare la qualità della vita e del cibo:

ha creato una mensa biologica nelle scuole ed edifici pubblici costruiti con criteri sostenibili

ma, nel momento in cui è stato trovato glifosato nelle urine di due bambini del paese, si è reso conto della necessità di creare una “distanza” fisica con l’erbicida.

Protesta di contadini contro l’uso dei pesticidi

Protesta di contadini contro l'uso dei pesticidi
Protesta di contadini contro l’uso dei pesticidi

È un dato di fatto che l’utilizzo di sostanze chimiche abbia aumentato la produzione agricola. Gli allevamenti intensivi hanno spinto lo sfruttamento del suolo con monoculture, le cui sementi sono vendute da poche multinazionali – tra cui la Monsanto – che selezionano le specie più produttive, riducendo le varietà autoctone a favore di altre che necessitano di metodi di coltivazione che presuppongono l’uso di concimi chimici, diserbanti e pesticidi.

I raccolti sono, pertanto, abbondanti e i prodotti grandi e belli all’esterno: alcuni studiosi hanno, però, rivelato che frutta e verdura prodotti con agricoltura intensiva hanno perso una buona percentuale di vitamine e sostanze nutritive.

(Leggi anche: Cogliere l’imperfezione della vita nella frutta antica).

Le mele e le arance avrebbero l’80% in meno di vitamina C e, in generale, i vegetali contengono meno ferro, rame e calcio mentre la carne degli animali che si cibano del foraggio offre meno sali minerali ed elementi preziosi.

Questo avviene perché le sostanze chimiche agiscono indiscriminatamente sul terreno, eliminando anche gli organismi utili:

il suolo impoverito fornisce alimenti impoveriti e di scarsa qualità.

La biodiversità permette, invece, il mantenimento del naturale equilibrio tra piante, animali e insetti non solo sulla superficie ma anche al di sotto:

la terra è costituita da particelle rocciose, acqua, gas e microrganismi.

Questi ultimi sono batteri, funghi, nematodi e vermi che decompongono la materia organica, stabilizzano il suolo e convertono le sostanze nutrienti da una forma chimica a un’altra per renderle assimilabili alle piante.

La presenza della biodiversità dei microbi incide su umidità, struttura, densità e composizione nutritiva del terreno.

Sono loro che trasformano l’azoto per renderlo utilizzabile dalle piante: non è sufficiente somministrare azoto con potassio e fosforo ma occorre che il terreno contenga un numero sufficiente di microbi per trasformare l’azoto che, se non digerito da loro, resta nel suolo danneggiando la vegetazione.

L’aumento di allergie e intolleranze alimentari è dovuto anche al cibo impoverito da microrganismi:

il sistema immunitario umano si sviluppa grazie agli stimoli ambientali a cui è esposto e alle sostanze presenti negli alimenti di cui si nutre e,

in loro assenza, non riesce a creare le necessarie risposte.

Il terreno, dopo l’iniziale aumento di produttività dovuto all’agricoltura intensiva, si depaupera anche a causa dell’abbandono della tecnica di rotazione, diventando, poco alla volta, sterile.

Il suolo fertile misura pochi decimetri:

occorrono cinquecento anni perché si formino due centimetri e mezzo di nuova terra.

Purtroppo, il tasso di erosione dei campi arati è superiore da dieci a cento volte a quello di formazione del suolo, che ha bisogno anche di riposo.

La coltivazione intensiva del riso nella zona della Lomellina e del Vercellese sta creando zone desertiche anche in Italia.

Alcuni agricoltori combattono il fenomeno coltivando il terreno in maniera differente:

invece di monocolture su distese aperte, introducono siepi che proteggono le zolle dagli agenti atmosferici e interrompono la monocoltura con piante come gli alberi da frutta perché solo la biodiversità è la soluzione naturale in grado di difendere il territorio, migliorando la qualità del prodotto e, di conseguenza, la salute di tutti.

Altri agricoltori, invece, riscoprono il grano antico.

Le spighe moderne tendono a essere basse e uniformi, selezionate per le tecniche di agricoltura intensiva:

contengono alte percentuali di glutenine, che permette alla farina di resistere alle lavorazioni industriali ma che aumenta la presenza di glutine e la predisposizione alla celichia.

I grani antichi forniscono, invece, proteine più digeribili e nutrienti, sali minerali e metaboliti secondari, che proteggono le piante dalle infezioni dei patogeni e attirano gli impollinatori, rendendo la pianta più resistente alle malattie, ed hanno poco glutine. Sono meno produttivi rispetto al grano moderno ma la spiga è più alta, dando alla pianta la possibilità di competere con le erbe infestanti e rendendo non indispensabile il diserbante.

Per la fertilizzazione, invece, bastano corrette rotazioni con leguminose e sporadiche concimazioni organiche. Le leguminose come il trifoglio hanno la proprietà di fissare l’azoto dall’aria al terreno e metterlo a disposizione delle colture successive: si chiama coltivazione a sovescio.

L’equilibrio creato dalla Natura viene messo a dura prova dall’azione umana:

un terzo delle terre coltivabili del pianeta è scomparso negli ultimi quarant’anni,

mentre la riduzione delle specie coltivate mette in pericolo la garanzia offerta dalla biodiversità dei semi che consiste nella maggiore probabilità di sopravvivenza dei vegetali, e di chi se ne nutre, in caso di epidemie o cambiamenti climatici.

I pesticidi, oltre a finire nei nostri piatti, uccidono anche gli insetti preziosi: il 40% degli impollinatori rischia l’estinzione a causa di fattori tra cui l’uso smodato di sostanze chimiche.

Esistono piante, come la Cephalaria Transsylvanica, che fiorisce in autunno ed è chiamata “salva-api” perché aiuta gli insetti ad affrontare la stagione invernale, per poi impollinare le piante foraggere come trifoglio ed erba medica.

La monocultura rompe l’equilibrio tra vegetali e animali.

La diminuzione di biodiversità nel suolo incide anche nel processo di maturazione della frutta e, in particolare, dell’uva da cui si produce il vino. In questa fase la frutta viene colonizzata dai lieviti, ossia da funghi che si generano dai microrganismi del terreno. Se questo viene diserbato, concimato chimicamente e irrorato di pesticidi (che sono anche fungicidi), alla fine produrrà pochi lieviti naturali e il viticoltore dovrà usare lieviti chimici.

Nel 2013 Emmanuel Giboulot, viticoltore biodinamico francese, è assurto alla cronaca per essersi rifiutato di usare pesticidi sulle sue vigne sane in Borgogna:

una circolare ministeriale gli imponeva di usare un insetticida, in via preventiva, per uccidere una malattia contagiosa della vite, la flavescenza dorata, provocata da un insetto chiamato cicalina, prevedendo una multa fino a 30.000 euro e sei mesi di carcere.

Giboulot, secondo cui i trattamenti chimici non risolvono il problema provocando la morte di insetti utili e sconvolgendo l’ecosistema della zona, rifiutando di usare i pesticidi è diventato il simbolo di una spaccatura, nel mondo dell’agricoltura, tra i sostenitori del metodo biologico e del convenzionale. Alla fine, ha subito una condanna a mille euro di multa e 500 euro di condizionale.

La Francia è uno dei maggiori produttori di vino ma anche dei maggiori consumatori di pesticidi al mondo. Nove bottiglie su dieci risulterebbero contaminate da residui di sostanze chimiche.

Persino alcuni campioni di vini biologici sono risultati positivi alle analisi, probabilmente per «contaminazione» dai vigneti limitrofi che non seguivano i principi del biologico o del biodinamico.

Il glifosato e il fiore della Cephalaria Transsylvanica

Il glifosato e il fiore della Cephalaria Transsylvanica
Il glifosato e il fiore della Cephalaria Transsylvanica

I campionamenti effettuati da Greenpeace nei fiumi italiani di diverse regioni, soprattutto nella pianura padana, hanno evidenziato la presenza di numerosi pesticidi e antibiotici, questi ultimi dovuti agli allevamenti intensivi. Una presenza invisibile che il nostro corpo assorbe in diversi modi.

In questi giorni stiamo assistendo impotenti alla distruzione della foresta amazzonica brasiliana, che da giorni sta bruciando, aggravando la salute del nostro pianeta.

L’uomo considera troppo spesso la Natura un luogo da depredare e, quando coltiva, si inserisce in meccanismi complessi che, per profitto, semplifica senza rendersi conto che, una volta sfruttata, la terra non può più essere ricostituita, così come il pianeta Terra.

Leggi anche: Inquinamento da plastica: dal sale marino agli incendi dei rifiuti. Foto da Wikipedia, Pixabay.

Biodiversità
Biodiversità

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.