Come il vino al tempo dei Romani e dei Greci favorì gli scambi culturali

Il vino al tempo dei Romani è servito come trasmettitore culturale, come in seguito ha fatto la stampa o, anche, internet.

Certo ci sono quelli che lo hanno usato come palliativo per l’infelicità, quello che chiamiamo comunemente “affogare il dolore“, viene in mente Sergio Caputo mentre canta: bevo per dimenticare / il mal di mare / viscerale / che questo mondo mi dà…

Però se guardiamo un’enciclopedia scopriamo che il vino, come bevanda ottenuta attraverso la fermentazione dell’uva, ha testimonianze archeologiche della sua esistenza che risalgono al Neolitico, tra gli 11000 e i 6000 anni fa, una storia bella lunga.

Come il vino al tempo dei Romani e dei Greci favorì gli scambi culturali 1Così scopriamo che la Vitis vinifera cresceva spontanea già 300.000 anni fa e che sulle montagne di Zagros, presso Areni, in Armenia, ci sono i resti archeologici (datati al 4100 a. C.) delle più antiche strutture di vinificazione conosciute.

Tuttavia, se non ci accontentiamo dei dati numerici, come dell’utilizzo più “terapeutico”, scopriremmo che il vino al tempo dei Romani è stato parte di cambiamenti storici di grande rilevanza.

Il vino al tempo dei Romani come antitesi alla barbarie

Il vino è un liquido che tradizionalmente è servito per trasmettere la cultura e, come macchina della verità, per esprimere ciò che abbiamo veramente sentito. In vino veritas (nel vino è la verità) ci dice un proverbio latino e mentre Ippocrate sosteneva, non a torto, che bere vino puro calma la fame.

Il vino al tempo dei RomaniSe la culla della filosofia, della politica, della scienza e della letteratura era la Grecia antica, il vino fu il fluido sul quale navigarono quelle idee.

Grazie al commercio marittimo di questi vini mediterranei, non solo le idee furono state divulgate, ma anche sottoposte a giudizio e scrutinio a feste o simposi nei quali i partecipanti bevevano da un contenitore condiviso di vino diluito.

I partecipanti superavano se stessi, la propria in ingenuità, impiegando le figure retoriche più difficili, ad esempio, il poeta e commediografo greco Aristofane disse: “Presto, portami un bicchiere di vino, in modo che io possa bagnare la mia mente e dire qualcosa di intelligente“.

Nelle parole di Tucidide, autore greco del V secolo a. C. che fu anche uno degli storici più importanti del mondo antico, si sente già cosa rappresentasse il vino: “i popoli del Mediterraneo hanno cominciato ad emergere dalla barbarie quando hanno imparato a coltivare l’ulivo e la vite“.

Così questo liquido fermentato che solo la Vitis vinifera sa darci, cominciò a essere considerato un segno di distinzione, un simbolo di civiltà e un modo per distinguere i civilizzati facilmente dai barbari, bevitori della più volgare birra.

Quello che collegava, per i Greci, il vino alla civiltà e la birra ai barbari non solo aveva a che fare con il gusto e con gli effetti prodotti da entrambe le bevande, ma anche con le difficoltà per produrle.

Il vino al tempo dei Romani, indubbiamente, era molto più difficile da ottenere rispetto alla birra, come spiega Tom Standage in Una storia del mondo in sei bicchieri (History of the World in 6 Glasses).

L’uva è stagionale e si guasta facilmente, il miele selvatico era disponibile solo in piccole quantità e né il vino né l’idromele potevano essere conservati a lungo senza la ceramica, che non è emersa fino al 6000 a. C. circa.

La birra, d’altra parte, poteva essere ricavata dalla raccolta dei cereali, che erano abbondanti e facili da immagazzinare, e questo rendeva possibile una fermentazione affidabile e in grandi quantità, quando necessaria.

Naturalmente i Greci, e poi i Romani, vi aggiunsero anche delle considerazioni un po’ assurde come quella che riteneva si potesse distinguere i bevitori delle due bevande dal come cadevano a terra: quelli di vino con la faccia in avanti, perché riempiva la testa, quelli di birra all’indietro perché era “soporifera”.

Per i Greci, bere vino era sinonimo di civiltà e raffinatezza.

Fatte salve certe distinzioni, il vino era come Internet: ti permetteva di comunicare con gli altri, lasciando da parte le rigidità del protocollo quotidiano, mentre allo stesso tempo ti indicava come un individuo culturalmente e tecnologicamente superiore.

Il vino nell’antica Roma

La diffusione e il consumo del vino proseguì in epoca romana.

Roma subì in questo l’influenza di ben due popoli: gli Etruschi e i Greci. Sebbene avessero molta moderazione (all’inizio) nel consumo del vino, i Romani poi, con le loro conquiste e con l’evolversi dei costumi nell’Impero Romano, contribuirono non poco alla diffusione in tutta i territori sotto la loro influenza.

I Romani giocarono un ruolo fondamentale anche nella storia sociale del vino. Fu sotto il dominio di Roma che la bevanda divenne popolare per tutte le classi di cittadini, anche se la qualità restava a fare la differenza sociale.

Dobbiamo tener conto che i tipi di vino del tempo avrebbero avuto dei sapori molto strani per il nostro palato.

Il vino nell’uso dei Romani veniva diluito nell’acqua (a volte anche quella di mare) e con altri ingredienti, come frutta, il miele o delle spezie, qualcosa come la sangria.

Era uno degli alimenti base della dieta romana, accompagnava tutte le celebrazioni e bere vino di qualità era un simbolo di ricchezza e buon gusto, era anche un fattore dell’identità della cultura dell’impero.

Un fattore importante era quanto fosse stato invecchiato il vino, una maggiore età di invecchiamento era indice di qualità.

La stragrande maggioranza del vino veniva consumato mescolato all’acqua. In effetti, era più che altro alle truppe che veniva servito questo vino adulterato o quello più giovane (perché non prendessero malattie derivanti dal solo consumo di acqua).

I ricchi, d’altra parte, bevevano vino che maceravano con le spezie. Il vino più consumato era, pare, bianco e addolcito con miele. Anche agli schiavi veniva dato del vino, di peggior qualità naturalmente.

Questi vini, inoltre, venivano spesso da lontano e trasportati in anfore bollate che si potrebbero paragonare a delle nostre etichette moderne.

Vi si poteva leggere il nome del commerciante, il contenuto netto e altre indicazioni. Plinio il vecchio ci ha parlato di 180 varietà di vino presenti solo a Roma e alcune stime fanno pensare che venissero consumati tra 1 e 5 litri a persona al giorno.

Certo c’era la vanità dei ricchi romani di invitare quante più persone possibili, ma non c’è da dubitarne che, chiamiamola avarizia o parsimonia, un po’ si imbrogliavano gli ospiti.

Plinio il Vecchio, sempre lui e ancora particolarmente interessato all’argomento, criticava coloro che “servono ai loro ospiti un vino diverso da quello che bevono, o durante il banchetto sostituiscono quelli buoni con quelli mediocri“. Il vino al tempo dei Romani, pare così che potesse provocare anche i pettegolezzi…

Il vino, abbiamo detto, i Romani lo trasportavano e conservavano nelle anfore.

Tuttavia, l’incontro (scontro) con i Galli portò dei cambiamenti. I Galli usavano un sistema di stoccaggio in botti di legno per le loro birre e per gli altri “intrugli”, patrimonio della cultura celtica.

Così i due sistemi, con anfore e barili coesistettero per un po’ di tempo.

Contro ogni probabilità, i romani finalmente accettarono il sistema barbaro dei barili di legno. Perché? Forse perché molti, dopo qualche prova casuale o dovuta alla necessità di un trasporto, avevano notato che ivini miglioravano nel gusto, acquisivano nuovi aromi e sapori… così i barbari bevitori di birra e i civilizzati Romani, trovarono un punto di incontro e di scambio nel vino, per un po’ almeno.

Foto Giuseppe Barretta e Wikipedia

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