l giglio e la bellezza rubata

Il giglio è la pianta consacrata alla Vergine Maria.

Per questo, nel linguaggio dei fiori, assume il significato di purezza, di innocenza e di candore e, per estensione, persino di speranza e di fede.

Anche Antonio da Padova è rappresentato con il giglio in mano, tanto che uno dei nomi popolari del Lilium candidum L. è proprio “Giglio di Sant’Antonio”.

Giglio Lilium candidum L.Appartiene alla famiglia botanica delle Liliacee ed è una pianta originaria dell’Asia occidentale, i cui fiori sin dall’antichità erano emblema regale, soprattutto presso gli Assiri, gli Ebrei e i Greci (troviamo testimonianze a questo proposito tanto nei poemi omerici quanto nella Sacra Scrittura).

In epoca imperiale romana, il giglio compariva sovente sulle monete che venivano coniate con il profilo dell’erede al trono. Sino alla Rivoluzione Francese, i gigli bianchi saranno poi il simbolo dei sovrani di Francia.

Viene definita specie subspontanea, nel senso che giunge in Europa come specie ornamentale che poi si è inselvatichita qui e là. È un’erba perenne, con il bulbo ricoperto di squame che già in autunno emette foglie lunghe sino a una ventina di centimetri e larghe non più di 5/6 centimetri.

Nella primavera seguente, tra le foglie compare il fusto fiorifero che può raggiungere il metro d’altezza e le cui foglioline sono fitte ma più piccine di quelle invernali.

I fiori bianchi, a sei tepali, sono imbutiformi, grandi e profumati e per ogni stelo se ne contano da pochi sino a una quindicina. Anche gli stami che contengono sono sei, a filamento lungo e ad antera gialla e grande. L’ovario è supero, a tre spigoli.

Dal punto di vista fitoterapico, le parti utilizzate sono sia i fiori sia il bulbo e tra i principi attivi più interessanti citiamo il ferro e il boro.

Il giglio è considerato una pianta emolliente.

Per uso interno, meglio in tintura madre che in infuso, ha azione diuretica, antinfiammatoria ed emmenagoga.

Per uso esterno, le applicazioni sono svariate: i petali freschi pennellati di olio d’oliva vengono applicati sulle scottature, sulle contusioni si pone un cataplasma di fiori macerati per una mezza giornata in acquavite e impacchi di bulbi ridotti in purea fanno maturare ascessi, foruncoli e paterecci.

Il giglioUn singolare binomio è rappresentato dal giglio e dall’Irlanda, perché è pianta ornamentale assai coltivata nell’Isola di Smeraldo. Fino a pochi decenni orsono, per capire la confessione cristiana cui apparteneva un irlandese, bastava ammirare… il suo giardino!

Sì, perché i cattolici amavano affiancare ai muretti a secco filari di gigli bianchi mentre gli anglicani li piantavano di colore rigorosamente arancione, in ricordo di Guglielmo d’Orange.

Quest’usanza, che oggi va scomparendo, dava origine a ogni sorta di dispetto fra le due comunità religiose: i bambini protestanti strappavano i fiori dei cattolici che, a loro volta, restituivano lo sgarbo con tanto d’interessi.

Quando i ragazzini crescevano, la bravata diventava più rischiosa. A essere presi di mira, infatti, erano i bulbi, che dovevano essere sottratti ai rivali di sempre la notte dopo essere stati piantati, senza naturalmente essere colti in fallo.

Erano soprattutto i giovani cattolici i veri maestri in queste razzie, anche perché erano spronati a compierle dalle loro innamorate che, nei gigli degli orangisti, avevano scoperto un segreto di bellezza.

Esse erano convinte che i bulbi della varietà di colore arancione fossero più efficaci nel ridonare splendore alla pelle del viso.

Sarà vero? Possiamo sperimentarlo anche noi, preparando una maschera secondo la ricetta irlandese. Vi consigliamo, comunque, di comprare il bulbo di giglio da un vivaista, anziché rubarlo nel giardino del vicino!

La maschera di bellezza di giglio

Mondate il bulbo, dopo averlo privato delle squame, e fatelo bollire per alcuni minuti in quattro cucchiai di latte. Punzecchiatelo con una forchetta: quando lo sentirete tenero, scolatelo e schiacciatelo sino ad ottenere una purea.

Nel frattempo, mettete in un pentolino una decina di boccioli di rosa e versate sopra di essi un bicchiere d’acqua. Accendete il fuoco e fate bollire per una decina di minuti.

Coprite con un coperchio, fate riposare per un quarto d’ora, filtrate e lasciate raffreddare. Diluite ora la purea di giglio con uno o più cucchiai di decotto di rosa (al limite, potete anche sostituirlo con l’acqua distillata di rose che si trova in commercio) e aggiungete un cucchiaino di miele d’acacia, per rendere il composto più cremoso.

Stendete la maschera sul viso e sul collo e tenetela in applicazione per una buona mezz’ora. Lavatela via con acqua tiepida.

La maschera di giglio, bianco o arancione che sia, giova decisamente alle pelli secche, ha un’azione cicatrizzante nonché il grande merito di prevenire le rughe.

Foto d a Wikipedia di Gabriel Sozzi, Zachi Evenor, B.Güzin illustrazione Carl Franz Gruber (1803-1845)

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