Davvero il voto femminile è nato cento anni fa in Inghilterra?

Il 6 febbraio 1918 il parlamento inglese approvò una legge che attribuiva il diritto di voto alle mogli che avessero più di trent’anni: il suffragio universale verrà introdotto il 2 luglio 1928.

L’Inghilterra è il paese in cui il movimento femminile dei diritti è nato ma quello di voto è stato concesso, per la prima volta, alle donne neozelandesi, nel 1893.

Mary Wollstonecraft, madre di Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, fu un’antesignana delle rivendicazioni femminili con il libro “A Vindication of the Right of Women“, pubblicato nel 1792 anche se, un anno prima, la drammaturga francese Olympe de Gouges scrisse una “Déclaration des droits des femmes et des citoyens”.

diritto di voto delle donneTuttavia, nel 1835, le inglesi conquistarono la possibilità di votare alle amministrative ma la strada per arrivare al suffragio universale fu lunga e irta di violenze ed episodi drammatici.

John Stuart Mill, filosofo ed economista britannico, propose il suffraggio femminile nel 1865. Pochi anni dopo, nel 1872, nacque il movimento delle Suffragette che diede vigore e impulso alle richieste femminili, superando i confini nazionali ed estendendosi agli altri paesi.

Nel 1897 nacque la “National Union of Women’s Suffrage” a opera di Millicent Fawcett mentre, nel 1903, Emmeline Pankhurst fondò la “Women’s Social and Political Union“, venendo arrestata per aver protestato nei pressi di Buckingham Palace.

In questo periodo furono diverse le azioni dimostrative che videro le donne protagoniste di gesti eclatanti incatenandosi a cancelli, incendiando le cassette postali, rompendo le finestre di edifici pubblici: molte vennero arrestate e, nelle celle, iniziarono lo sciopero della fame seguendo l’esempio di Marion Dunlop, prima ad effettuarlo.

La loro determinazione fu talmente profonda che molte vennero sottoposte ad alimentazione forzata.

Uno degli episodi più noti è quello in cui perse la vita Emily Davison.

Nel 1913, durante il Derby di Epson, una delle corse al galoppo inglesi più famose, la Davison pensò di sfruttare la presenza di una cinepresa per dare visibilità alla causa delle Suffragette: decise di legare alle redini di Anmer, il cavallo di re Giorgio V, la sciarpa viola, bianca e verde dell’associazione fondata dalla Fawcett.

Il problema fu che decise di farlo mentre i cavalli correvano ed entrò in pista quando i destrieri passarono nel tratto davanti a lei: il fantino di Anmer, Herbert Jones, non riuscì a evitarla e la colpì in pieno, procurandole una frattura al cranio che la fece morire dopo quattro giorni.

Il cavallo non subì danni, con grande sollievo del sovrano, mentre Jones ebbe solo un lieve trauma cranico, rimanendo però sconvolto dall’incidente e finendo i suoi giorni suicida, nel 1951.

Il filmato della corsa ha immortalato l’incidente, permettendoci di vederlo.
I paesi di lingua inglese sono dunque stati i primi a concedere la possibilità di voto alle donne:

diritto di voto delle donne 3nel 1835 nelle elezioni locali inglesi, nel 1869 alcune colonie inglesi americane come il Wyoming e il Massachussets, il suffragio universale nel 1893 in Nuova Zelanda per approdare al 1918 e al 1928 in Inghilterra, dapprima con limiti di età e poi senza.

Nel resto d’Europa la conquista fu più lenta e legata ad altre riforme che compresero i diritti al patrimonio e alla genitorialità.

La prima a concederlo è stata la Finlandia nel 1907 a cui seguì, nel 1917, la Rivoluzione d’Ottobre russa la cui dottrina marxista era favorevole alla loro emancipazione. Un diritto che, però, si è dimostrato più formale che sostanziale.

L’introduzione del suffragio universale continuò nel corso degli anni:

nel 1920 fu la volta degli Stati Uniti, nel 1932 del Brasile, nel 1934 della Turchia.

Quest’ultima nazione vide un forte movimento delle donne, nato nell’Ottocento ma, oggi, la politica integralista di Erdogan, in visita in Italia in questi giorni, sta trasformando uno stato laico che, prima di lui, vietava alle donne di portare il velo.

Ora, sembra che il governo incentivi l’uso del fazzoletto e del ciador, elargendo uno stipendio alle donne che lo portano.

Nel 1944 è la volta della Francia e, nel 1946, le donne italiane votano dapprima alle amministrative di marzo e aprile e, in seguito, al referendum costituzionale del 2 giugno; nel 1949 Cina e India, nel 1953 il Messico.

Le donne svizzere hanno votato, la prima volta, solo nel 1971, avvicinando la Svizzera alla posizione di chiusura di alcune nazioni arabe e africane: nel 1973 il voto si estese in Giordania, nel 1976 in Nigeria, nel 2003 in Qatar, nel 2008 in Buthan, nel dicembre 2015 in Arabia Saudita.

In Iran, lo Scià aveva consentito nel 1962, con la “rivoluzione bianca”, diritto a voto attivo e passivo ed emancipazione femminile sotto differenti aspetti sociali ed economici, come l’innalzamento dell’età minima per il matrimonio, ma l’avvento dell’Ayatollah ha interrotto il processo, portando un regresso.

In Tunisia, la rivoluzione dei Gelsomini del 2011 ha condotto il paese a redigere una Costituzione all’avanguardia nel mondo arabo in cui viene sancita l’autonomia della donna, il cui diritto di voto era riconosciuto dal 1959.

Il cammino dei diritti femminili è dunque in continua evoluzione e suscettibile di modifiche a seconda del livello di democrazia dei paesi.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche italiane e l’aumento dell’astensione dell’elettorato, si pone, però, un interrogativo: l’esercizio del diritto di voto, conquistato con sacrifici soprattutto dalle donne ma anche dagli uomini, oggi offre davvero ai cittadini la possibilità di esprimere ed esercitare la propria volontà?

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