Johanna Bonger, la donna che ha salvato i quadri di Vincent Van Gogh
Johanna Bonger, la donna che ha salvato i quadri di Vincent Van Gogh

Tutti conosciamo Vincent Van Gogh: i quadri del tormentato pittore olandese, dai colori brillanti e quasi violenti, sono oggi tra i più conosciuti e costosi al mondo.

Johanna Bonger, moglie di Theo, la donna che ha salvato i quadri di Vincent Van Gogh

Johanna Bonger
Johanna Bonger, moglie di Theo, la donna che ha salvato i quadri di Vincent Van Gogh

Eppure, durante la sua breve vita – Vincent morì a 37 anni – e la sua ancor più breve carriera – ha iniziato a dipingere a 28 anni creando i suoi capolavori negli ultimi due – è riuscito a vendere una sola opera.

Van Gogh, artista solitario e ribelle, era portatore di uno stile difficile da apprezzare dai suoi contemporanei. Dagli impressionisti, che già all’epoca costituivano una novità oggetto di forti critiche, acquisì l’importanza della luce e del colore, reinterpretandone le innovazioni, per descrivere la realtà con una espressività che oltrepassava il realismo mostrato da quella corrente.

Vincent poté dedicarsi alla pittura grazie al supporto finanziario del fratello Theodorus, detto Theo, che di mestiere faceva il mercante d’arte.

Ritratto di Theodorus Vincent Van Gogh, detto Theo
Ritratto di Theodorus Vincent Van Gogh, detto Theo

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Theo lavorò in una galleria a Parigi e credeva fortemente nelle capacità artistiche del fratello;

molta della pittura della seconda metà dell’Ottocento francese ebbe fama e risonanza grazie alla sua sensibilità ed intuito, con cui individuò e promosse artisti come Pizarro, Toulouse-Lautrec e Gauguin.

Fu Theo a incoraggiare Vincent a dedicarsi, a 28 anni, alla pittura, passione coltivata da giovane ma abbandonata per le critiche del padre, pastore protestante, di cui cercò di seguire le orme.

Per superare le lacune tecniche, Theo lo iscrisse alla Scuola di Belle Arti dove, però, il suo estro non fu compreso: addirittura gli venne consigliato di frequentare i corsi propedeutici per gli adolescenti. Ma la fiducia di Theo fu profonda, come il legame che lo unirà al fratello per tutta la vita, e anche dopo.

Particolare dell'autoritratto di Vincent Van Gogh
Particolare dell’autoritratto di Vincent Van Gogh

Theo continuò a sostenerlo e lo invitò a Parigi, dove potè conoscere le opere degli impressionisti esposte nella galleria in cui lavorava, intraprendendo quel percorso che lo porterà a realizzare i capolavori che oggi conosciamo.
Nonostante l’aiuto del fratello, Vincent morì incompreso, il 29 luglio 1890, in circostanze misteriose.

Theo, già malato, peggiorò velocemente dopo la notizia del suicidio del fratello e scomparve pochi mesi dopo, il 25 gennaio 1891. Senza la presenza di Theo, che avrebbe potuto promuoverne le opere, i dipinti di Vincent sembravano destinati a cadere nell’oblio.

L’impegno di Johanna Bonger moglie di Theo Vincent Van Gogh

Ritratto di Johanna Bonger, di Johan Cohen Gosschalk, 1905
Ritratto di Johanna Bonger, di Johan Cohen Gosschalk, 1905

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Chi permetterà che non venissero dimenticati fu una donna, Johanna Bonger, moglie di Theo, che rimase vedova con un bambino di un anno a cui era stato dato il nome dello zio.

Nella casa di Parigi ereditata da Johanna c’erano 300 quadri e 500 disegni del cognato che nessuno voleva e, anzi, che le consigliarono di buttare: la stessa suocera, Anna Cornelia, aveva venduto a un rigattiere alcuni disegni del figlio a dieci centesimi l’uno, bruciando quelli che non parevano commerciabili.

La decisione di Johanna fu diversa:

dopo la morte del marito scoprì una valigia piena della fitta corrispondenza, scambiata negli anni, fra Theo e Vincent, da cui rimase affascinata.

In essa erano svelati particolari della vita di Vincent e del processo creativo delle sue opere.

Johanna, abituata da giovane a tenere un diario, proseguì l’abitudine per non perdere ricordi ed emozioni, affinché il figlio potesse conservare la memoria del padre e dello zio di cui portava il nome.

Ecco cosa scriveva:

«Insieme al bambino, Theo mi ha lasciato in eredità un altro grande compito, l’opera di Vincent, fare in modo che sia conosciuto e apprezzato il più possibile conservando tutti i tesori che Theo e Vincent hanno custodito intatti per il bambino: anche questo sarà il mio compito».

Johanna tornò in Olanda con tutte le opere del cognato: convinse il padre ad acquistarle una grande casa di campagna a Bussum, nei pressi di Amsterdam, che trasformò in locanda per mantenersi. Accanto a questa attività, la donna iniziò a promuovere le opere di Vincent, riprendendo i contatti con gli artisti parigini che lo avevano conosciuto e chiedendo loro di sostenerlo all’interno dell’avanguardia artistica del periodo.

Johanna mise in pratica la strategia tracciata da Theo e Vincent nelle lettere che stava leggendo e che prevedeva di esporre il più possibile, vendere quanto serviva per finanziare altre mostre e non disperdere l’opera.
Quindi investì i risparmi incorniciando le opere di Vincent, che appendeva alle pareti della casa di Bussum, e prese contatti con galleristi e musei per organizzare mostre.

L’inizio fu assai difficile perché i quadri di Van Gogh non piacevano al pubblico e, spesso, nemmeno ai critici.

Il fatto che li proponesse una donna, e per di più parente, aumentava la diffidenza perché si pensava che Johanna fosse spinta solo da ragioni economiche. Valorizzare i quadri del cognato l’avrebbe resa ricca, ma la sua intenzione non era questa.

Johanna Bonger e i dipinti di Vincent Van Gogh

Particolare di Terrazza del caffè la sera di Vincent Van Gogh
Particolare di Terrazza del caffè la sera di Vincent Van Gogh

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I dipinti di Vincent appesi alle pareti trasformarono la casa di Bussum in una sorta di museo visitato da artisti e intellettuali che ammiravano non solo le opere di Van Gogh ma anche di altri pittori, soprattutto quelli che Theo amava.

Il tempo cominciò a premiare la tenacia di Johanna: nell’estate del 1905 decise di affittare alcune sale dello Stedelijk Museum ad Amsterdam per una grande mostra da cui iniziò il riconoscimento di Vincent da parte di pubblico e critica.

Finalmente la stampa si interessava alle sue opere e, ben presto, numerose gallerie d’arte di varie nazioni europee le chiesero i dipinti per esporli, facendoli conoscere a un pubblico sempre più ampio, permettendo la crescita della reputazione dell’autore.

Fino a quel momento, Johanna era riuscita a mantenere intatta la collezione del cognato: ogni tanto vendeva qualcosa perché incorniciare le opere, farle viaggiare e affittare gallerie comportava spese consistenti.

Nel momento in cui la fama di Vincent aumentò, i mercanti iniziarono a rivolgersi a Johanna per acquistare le opere, ma lei rispondeva invariabilmente di no: in particolare, si rifiutava di separarsi dalla serie dei Girasoli.

Johanna Bonger e la corrispondenza tra Theo e Vincent

Johanna Bonger e la corrispondenza tra Theo e Vincent
Johanna Bonger e la corrispondenza tra Theo e Vincent

Le quotazioni di Van Gogh salirono rapidamente ma la sua popolarità esplose grazie alla pubblicazione, nel 1914, della corrispondenza tra Theo e Vincent:

si trattava di oltre seicento lettere suddivise in tre volumi. Nel diario di Johanna sono evidenti le intenzioni della donna che contraddicono le accuse fattele, all’inizio, di voler promuovere le opere del cognato soltanto per arricchirsi:

«Quasi ventiquattro anni sono passati dalla morte di Theo prima che fossi in grado di completare la loro pubblicazione. Mi è occorso molto tempo per decifrarle e per ordinarle cronologicamente, prive com’erano quasi tutte di data.

Ma anche un’altra ragione mi ha trattenuto dal darle prima alle stampe: sarebbe stato infatti ingiusto nei confronti di Vincent creare un interesse attorno alla sua personalità prima che l’opera a cui aveva dedicato tutta la vita avesse ottenuto quel riconoscimento che meritava.

Molti anni sono occorsi affinché Vincent venisse salutato come un grande pittore. Ora è giunto il momento di far conoscere e comprendere anche la sua personalità».

Oltre alle lettere Johanna pubblicò anche la biografia del cognato, in cui rivelava quel che si nascondeva dietro ai quadri, mostrando l’animo e le difficoltà dell’artista che sfogava attraverso le pennellate ruvide, dense e vibranti dai toni accesi, con cui oltrepassava la percezione visiva, dissolvendo il confine esistente tra la propria interiorità e la realtà.

Johanna amava la collezione dei Girasoli ma, il 24 gennaio 1924, scrisse al direttore della National Gallery di Londra acconsentendo, dopo innumerevoli richieste, a venderne uno.

La lettera si concludeva con queste parole:

«A lui, “il Pittore dei Girasoli, sarebbe piaciuto essere lì… È un sacrificio per la gloria di Vincent». Una decisione sofferta che amplificherà enormemente e definitivamente la fama del cognato.

L’opera e la sensibilità di Johanna Bonger

Ritratto di Johanna Bonger di Isaac Israëls (1925) nel Museo Van Gogh .
Ritratto di Johanna Bonger di Isaac Israëls (1925) nel Museo Van Gogh .

L’anno successivo, il 2 settembre, Johanna Bonger muore, lasciando al figlio, Vincent Wilhem, il compito di proseguirne l’opera rispettandone le intenzioni.

Vincent Wilhem, insieme alla madre quando era in vita e dopo la sua scomparsa, divenne custode delle opere e della memoria della famiglia. Di professione era ingegnere ma non rinunciò mai al ruolo di curatore della Fondazione e del Museo Van Gogh di Amsterdam.

Nel 1962 donerà alla Fondazione i quadri ereditati dalla madre e, fino alla morte avvenuta nel 1978, continuerà ad avere contatti con visitatori e ammiratori dello zio.

L’opera di Johanna, che ha dedicato l’esistenza affinché Vincent Van Gogh ottenesse il riconoscimento ambito da Theo, ne rivela una sensibilità fuori dal comune.

Nata nel 1862 in una famiglia benestante di Amsterdam, Johanna ha sempre amato l’arte, la musica e la cultura: a differenza delle due sorelle, scelse di seguire i propri interessi e di studiare, arrivando a laurearsi in inglese.

In quell’epoca, per una donna l’unico sbocco possibile di una laurea era l’insegnamento in una scuola per ragazze, e così fece anche lei. Le sue competenze linguistiche la portarono, però, ad ottenere un impiego come bibliotecaria al British Museum: la sua conoscenza dell’arte non sarà mai specialistica ma le permetterà di conoscere Theo van Gogh, gallerista d’arte a Parigi, città in cui si trasferì dopo il matrimonio. Qui conobbe fuggevolmente Vincent, che rimase ospite da loro per un breve periodo.

La donna non si intromise mai nel rapporto tra i fratelli e, nonostante le finanze di Theo non fossero cospicue, non si oppose alle elargizioni di denaro da parte del marito che, per tutta la vita, mantenne Vincent.

Leggendo la corrispondenza dei fratelli, Johanna scoprì la gelosia che il cognato aveva sempre nutrito nei suoi confronti e le crisi con cui accolse la notizia del fidanzamento, delle nozze e della nascita del figlio.

Johanna aveva compreso la profondità del loro legame, rispettandolo senza intromettersi nella particolare dinamica familiare; nonostante le rivelazioni delle lettere, la donna continuò a mantenere lo stesso atteggiamento, senza che venisse intaccata la volontà di dare il giusto riconoscimento alle opere di Vincent.

Nel 1901, Johanna sposò Johan Cohen Gosschalk, un pittore di Amsterdam di cui rimase vedova nel 1912.

Il suo ultimo gesto di affetto nei confronti dei due fratelli avvenne nel 1914, quando fece traslare le spoglie di Theo dal cimitero di Utrecht a quello di Auvers-sur-Oise, dove era sepolto Vincent, mettendoli uno accanto all’altro e piantando sulle tombe un rametto di edera del giardino del dottor Gachet, amico e ultimo medico di Vincent, da questi ritratto in uno dei suoi indimenticabili quadri.

Foto da Wikipedia, elaborazioni CaffèBook.

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