Liliana Manfredi: parole attuali da un passato che non si può dimenticare

Due classi di una scuola media di Reggio Emilia hanno assistito, il 13 marzo 2018, a uno speciale racconto nella biblioteca comunale del quartiere Rosta Nuova.

Una bambina di undici anni, quasi coetanea dei tredicenni seduti davanti a lei, ha narrato ciò che le era successo il 23 giugno del 1944. Il suo nome è Liliana.

I ragazzi, abituati al mondo virtuale dei videogiochi, a vedere film o a leggere libri che descrivono vicende che paiono “finte”, di fronte a testimonianze dirette di fatti storici si rendono conto quanto sia stato difficile, alla loro età, vivere una situazione crudele come quella della Seconda Guerra Mondiale.

Liliana Manfredi Del Monte oggi ha ottantacinque anni ed è una dolcissima signora, ora bisnonna, che ha trovato il coraggio di aprire la memoria a ricordi dolorosissimi per insegnare alle nuove generazioni a non dimenticare e a non ripetere gli errori del passato.

Liliana viveva assieme alla mamma e ai nonni materni nella frazione della Bettola, nel comune di Casina, in provincia di Reggio Emilia, in una locanda in cui avevano trovato rifugio molti sfollati.

Di fronte all’albergo c’era un ponte che alcuni giovani partigiani avevano tentato di far saltare, il 22 giugno 1944, per isolare il numeroso contingente tedesco che si trovava nell’abitato di Casina.

I partigiani erano, però, inesperti: il loro comandante era un ragazzo di diciannove anni, Enrico Cavicchioni e, invece d’inserire la dinamite sotto l’arcata del ponte, la fece mettere sopra, provocando solo alcune buche e lasciandolo intatto.

Il giorno seguente i soldati tedeschi arrivarono in albergo per interrogare i presenti. La sera stessa i partigiani ritornarono per completare l’opera ma s’imbatterono in una pattuglia nemica di tre militari: ci fu uno scontro a fuoco in cui morirono tre partigiani, tra cui il comandante, e due tedeschi.

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Liliana è la bambina in piedi vestita di nero

Il terzo fuggì a Casina e diede l’allarme. Alle 22.30 arrivarono alla locanda un centinaio di soldati con l’ordine di ucciderne gli occupanti, considerati in combutta con i partigiani.

Le vittime, uomini e donne, furono trentadue. Si salvò un ragazzo diciottenne che si era nascosto nella soffitta sotto un mucchio di legna, Paolo Magnani, e l’oste Romeo Beneventi che si era rifugiato nel gabinetto della rimessa con la moglie e il figlio, con i quali scappò da una piccola finestra.

Liliana si trovava nella camera che divideva con i nonni e la mamma: restò nel letto, sotto le coperte, mentre i nonni erano seduti accanto a lei e la mamma in piedi contro il muro. La bimba sentì le raffiche del mitra che li uccidevano e tre pallottole la colpirono al collo, al petto e alla spalla. Subito dopo i tedeschi gettarono benzina nella stanza e vi diedero fuoco.

Il fatto era accaduto così velocemente che la ragazzina non si rese quasi conto della successione degli eventi. Quando sentì il calore delle fiamme uscì dal letto e, d’istinto, si buttò dalla finestra, rompendosi una gamba.

Riuscì a trascinarsi verso un boschetto dove si nascose nella vegetazione.

Il soldato addetto alla ricognizione la scoprì e le puntò il fucile in mezzo agli occhi: i loro sguardi si incrociarono e qualcosa scattò nell’uomo.

Forse anche lui, a casa, aveva una figlia oppure il fatto di essere solo gli permise di far emergere la parte umana della sua anima.

Liliana racconta che quel militare poteva aver premuto il grilletto contro i suoi familiari poco prima eppure, in quel momento decise di aiutarla, rischiando la corte marziale.

Mentre i commilitoni si lavavano le mani nelle acque del torrente Crostolo, lasciando una rossa scia di sangue, il soldato la prese in braccio e la portò sul ciglio della strada affinché venisse trovata, salvandole la vita.

Nel libro la donna dichiara di essere nata una seconda volta nell’attimo in cui il suo sguardo incontrò quello del nazista.

Liliana Manfredi ha tenuto nascosta questa storia per sessant’anni e non ne ha mai voluto parlare perché il dolore era troppo grande.

Le sue due figlie hanno però insistito e il nipote, giornalista, ha eseguito numerose ricerche storiche per ricostruire con esattezza la vicenda.

Il risultato è un libro intitolato “Il nazista e la bambina“.

Liliana Manfredi
Liliana Manfredi

Un’opera che la protagonista pensava avrebbe avuto una piccola diffusione locale nella zona del reggiano ma che, da quando è uscita dieci anni fa, ha incontrato il consenso di un pubblico sempre più vasto.

L’autrice ha cominciato ad avere contatti da tutta Italia e ad andare ospite in diverse trasmissioni televisive. Da qui è iniziato il suo progetto di diffondere un messaggio ai ragazzi delle scuole, per far capire loro che guerre e violenza portano solo morte, distruzione e miseria.

Liliana rivela che per lei è profondamente gravoso rivivere quei tristi ricordi ma che supera il dolore grazie alla speranza di seminare qualcosa d’importante che eviti il loro ripetersi.

liliana manfredi raccontaGli studenti che partecipano agli incontri hanno letto il libro o assistito alla rappresentazione cinematografica realizzata da un regista e una sceneggiatrice di Vezzano sul Crostolo, località vicina alla Bettola.

Un film a cui ha partecipato la stessa Liliana nel ruolo di una contadina che ritrova l’undicenne Liliana ferita sul ciglio della strada; nel cast vi è anche l’attrice reggiana Ivana Monti e il musicista Beppe Carletti, fondatore del complesso dei Nomadi.

La reazione degli alunni alle parole della signora Manfredi è intensa: i ragazzi vivono in un mondo completamente diverso e gli eventi narrati sembrano inverosimili. Quelli delle scuole inferiori tendono ad ammutolire, colpiti dalle emozioni mentre quelli delle superiori, che hanno approfondito l’argomento sui libri di storia, sono in grado di porre maggiori domande.

Una di queste è se la signora prova rancore od odio nei confronti del popolo tedesco.

«No, non provo né l’uno, né l’altro sentimento perché sono rimasta viva. Rancore e odio ti fanno vivere male.

Quello che mi è successo è solo conseguenza della guerra ed è la violenza che trasforma l’uomo, abbruttendolo e arrecando sofferenze.

Provo riconoscenza per il soldato tedesco che mi ha salvato anche se so che è stato tra quelli che alla Bettola hanno ucciso, forse, anche i miei parenti.

Lo stesso vale per i partigiani, il cui atto di sabotaggio è stato all’origine della strage. Sapevano che le loro azioni lasciavano la popolazione inerme alla mercè della punizione tedesca.

I partigiani che ho visto erano però giovanissimi, spaventati, affamati: non erano preparati e reagivano come potevano, ribellandosi al regime politico del periodo senza nessuna preparazione specifica.

L’inesperienza li ha portati a commettere errori ma la colpa è sempre della guerra, che trascina ad azioni negative, e non dei singoli protagonisti».

Liliana racconta particolari sorprendenti per i ragazzi di oggi che si connettono al mondo grazie a Internet, considerandolo un fatto naturale e scontato.

Durante la guerra mancava ogni forma di comunicazione che avveniva solo attraverso radio e giornali da parte del regime fascista. Si era all’oscuro di quel che accadeva altrove.

Il nonno di Liliana possedeva una radio e, di nascosto, ascoltava Radio Londra ma era un atto vietato dalla legge e punito con la fucilazione.

La storia della signora Manfredi non è però terminata.

Una volta portata all’ospedale di Reggio Emilia venne curata da un medico austriaco. La bambina aveva uno zio che non poteva prenderla con sé e, per un anno, si trasferì a Fiorenzuola D’Arda, in provincia di Piacenza, dove frequentò la quinta elementare.

Ricorda quel periodo come un incubo, perché la famiglia che l’aveva accolta, benestante, la trattava in maniera scostante senza darle affetto.

Probabilmente il capofamiglia aveva fatto parte della gerarchia fascista e, con quell’atto, aveva solo cercato di salvarsi dalle vendette e dalle violenze che colpirono molti di loro nel caos del dopoguerra.

Per fortuna, la maestra di Liliana aveva compreso il malessere della fanciulla e ne parlò con lo zio, che la venne a prendere e la riportò a Reggio Emilia.

Qui la bimba entrò in orfanotrofio, dove studiò fino alla terza media e frequentò un laboratorio di sartoria e ricamo con cui imparò un mestiere che le permise, al compimento del diciottesimo anno, di trovarsi un lavoro.

Liliana Manfredi: parole attuali da un passato che non si può dimenticare 5Molti chiedono a Liliana come abbia fatto a superare non solo le ferite fisiche ma anche conseguenze personali così drammatiche. Lei sostiene di aver fatto tutto da sola attingendo alla personale forza di volontà.

«Ho cercato di superare il dolore e le difficoltà trovando la forza dentro di me perché la vita è una ed è bella e merita di essere vissuta. Ho sempre combattuto e non mi sono mai lasciata andare. Volevo continuare a vivere per vedere le cose belle della vita.
La mia mamma e il mio papà mi avevano salvata e vegliavano su di me. Ho sentito che non dovevo deluderli».

Una dichiarazione importantissima e attuale soprattutto oggi.

La storia dell’eccidio della Bettola, che appartiene al secolo passato e sembra così distante da noi, regala un messaggio attuale che si lega alla società contemporanea grazie alla coraggiosa testimonianza di Liliana .

Oggi viviamo in condizioni migliori e siamo dotati di opportunità impensabili settant’anni fa. Eppure, nonostante benessere e democrazia, sembriamo più fragili e quel web che ci fa connettere con il mondo è talvolta occasione di problemi, come nel caso del cyber bullismo.

Le cronache raccontano episodi gravi e, spesso, di fronte alle difficoltà, le persone cercano l’aiuto di esperti che non esistevano ai tempi di Liliana.

«Occorre cercare dentro la tua testa la forza per migliorare e andare avanti. La vita è una ed è bella».

Un monito e un incoraggiamento preziosi per ognuno di noi.

Foto in B/N Liliana Manfredi, Foto Paola Iotti

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