Stephen King

Ha due nomi e mezzo: Richard Bachman, John Swithen e Stephen Edwin King.

Dicono che scriva sul terrore. Che è uno dei maestri della paura.

Stephen KingNel giugno del 1999, mentre camminava lungo un sentiero vicino a casa sua, Stephen King fu investito da un furgone guidato da Brian Smith.

Smith non aveva visto Stephen King e lo colpì con tale forza che lo scrittore fu scaraventato sul parabrezza per poi finire in un fosso.

Lo scrittore rischiò di perdere una gamba e trascorse varie settimane in ospedale, Smith si tolse la vita l’anno seguente.

Mesi dopo, Stephen King acquistò per 1500 dollari il furgone col quale era stato investito, un Dodge dell’85, lo portò a casa e lo spaccò a martellate.

L’aneddoto, che stava per diventare un necrologio, contiene, in modo sorprendentemente chiaro, due delle grandi ossessioni di Stephen King:

il ruolo vitale del caso nella vita dei suoi personaggi e una sorta di piano per offuscare il passato (in questo caso, a colpi di martello).

Lo scrittore americano ha scritto più di cinquanta romanzi, centinaia di racconti e migliaia di articoli e siede sul trono della cultura pop da più di trent’anni, da prima, probabilmente, che qualcuno sapesse quale fosse la cultura pop.

I suoi libri sono venduti a milioni, i suoi ammiratori lo adorano con la ferocia di chi pensa di essere di fronte a un dio e le sue entrate hanno superato in cinquantacinque milioni di euro.

King è una macchina per fare soldi, uno scrittore che assomiglia molto al giocatore di poker professionista, il ragazzo che siede al tavolo e ci ricorda, come nella riflessione di Matt Damon in Rounders che: “Se non riesci a individuare il pollo nella prima mezz’ora di gioco, allora il pollo sei tu».

Per molti di noi quando raggiungemmo l’età della ragione, Stephen King era già lì ad aspettarci. Voglio dire che è nato nel 1947, il 21 settembre a Portland per l’esattezza, e il suo primo romanzo lo pubblicò nel 1974, era Carrie.

Conosce bene cos’è la paura, da dove nasce e dice: “essere spaventati è come il sesso, la prima volta non lo dimentichi mai“, quindi se qualcuno vi dice che non ricorda quale sia stato il primo Stephen King che gli è caduto fra le mani, siatene certi: sta mentendo.

Chiunque avrebbe ricordato anche se lo aveva divorato per abbuffata o se aveva trascorso la giornata desiderando di tornare a casa per continuare.

Stephen King scrive per denaro, probabilmente a volte si diverte e certamente sa molto bene per chi lavora, sa cosa cercano i suoi lettori.

Tuttavia, lo scrittore è stato vittima di quella piaga moderna che divide l’arte come Mosè, il Mar Rosso: da un lato il mainstream, dall’altro il “culto”. Nel mezzo, il deserto, una terra desolata dove migliaia di pellegrini si muovono aspettando che aprano il ponte levatoio su uno dei due lati.

La classe media è morta (e anche la cultura non fa eccezione) o uno ha ai suoi piedi le masse, o ha il fanatico del contro, è impossibile avere entrambi, o almeno così sembra.

Stephen King cadde sin dall’inizio dal lato mainstream.

La letteratura di genere era già considerata come se fosse il fratello strano che si deve tener nascosto quando arrivano i vicini, ma l’arrivo di un ragazzo con l’aspetto di un lupo mannaro e dei modi di campagna rimarcò le distanze.
Certo contribuì anche il fatto che improvvisamente il ragazzo aveva venduto più di tutti i suoi colleghi messi insieme (quelli seri, e gli altri) causando un notevole disagio nei cuori dei puristi.

La stessa sensazione che avevano quegli stessi puristi con Stieg Larsson, ad esempio, il cui concetto di intrattenimento era più preoccupante per il suo impatto sulle vendite che per la sua stessa natura. Il nemico non è pericoloso per le sue dimensioni, ma per la sua territorialità.

Stephen King si chiuse in quella gabbia di lingotti d’oro, ma a differenza di alcuni suoi colleghi si sentiva a casa.
King, come Conan seduto sul trono, stringendo la sua spada, sapeva che la fama significava entrare nel fango e uscirne con la certezza che ci si può sporcare senza macchiare il resto.

La sua letteratura è stata quindi condannata a diventare un genere e la sua infinita produttività lo ha aiutato nella missione: il marchio King era in cima al mondo.

I suoi migliori paragrafi, paradossalmente la parte più potente il suo lavoro, lo portarono oltre i confini di quel territorio.

In fondo a quella terra di mezzo un’occhiata la davano tutti, quelli bravi e quelli di genere, perché anche lì ci sono i ricordi degli uomini, le paure, le incomprensioni. Lì Stephen King ha trovato molti di noi.

La nostra infanzia non era stata all’insegna delle bandiere americane, alcuni dischi in vinile certamente, magari quelli di Bob Dylan, Neil Young, Joan Baez e di certo c’erano le pellicole della classica Hollywood Gregory Peck, Gene Kelly… Ma siamo cresciuti senza assaggiare il burro d’arachidi e i camion dei gelati erano solo qualche volta in televisione.

Ma già dalle prime pagine Stephen King ci lasciava qualcosa di profondamente domestico perché, anche se non avevamo un seminterrato eravamo spaventati.
Comparivano incubi dall’oscurità, da una bambola sinistra, da ciò che vive sotto il letto, comparivano i nostri stessi incubi.

King ha riportato alla luce tutte le più profonde paure infantili. Le ha messe sotto al nostro naso rendendoci nuovamente vulnerabili. Ma non era solo quello.

Ci ha insegnato che sebbene Rilke, Proust o Baudelaire avessero ragione nel dire che l’unica patria è l’infanzia, questo non era un territorio emotivo abitato esclusivamente dalla nostalgia e dalla felicità. Lì vivevano dei mostri. Corporei, immaginari o metaforici, ma sempre dolorosamente esistenti.

E Stephen King ha trovato il modo di infondere i suoi incubi nei nostri ricordi. In cambio, ci ha fatto sentire un po’ meno soli contro di essi.

Erano le paure di essere diversi, di maturare, di essere oggetto di scherno. E poi c’era la paura del rifiuto, di un Dio imposto e soggiogante, della violenza.

E alla fine abbiamo dovuto riconoscere che l’adulto è costruito su una gigantesca collina di terrore e di bugie. Così abbiamo anche imparato che non potremo mai mentire meglio di quando mentiamo a noi stessi.

Sì, Carrie, si concludeva in un bagno di sangue, ma era un affresco sull’adolescenza che mostrava King essere qualcosa di più di un trovatore di storie raccapriccianti e a questo punto non importava quale territorio abitasse.

Il Maine aveva catapultato il suo talento su un pubblico che voleva essere spaventato in un modo diverso, un pubblico che voleva capire se stesso.