La geisha, la storia del mondo fluttuante

Le geisha non sono prostitute. Lo affermano in modo chiaro e lo confermano le leggi giapponesi.
Il loro nome significa artista, persona (sha) che domina un’arte (gei).

Se un occidentale ha il raro privilegio di frequentare un banchetto con delle geisha e spera in una maggiore intimità con una di loro alla fine della serata, molto probabilmente, ne rimarrà deluso.

L’apprendistato “ufficiale” di una Geisha

L’apprendistato per diventare geisha (o geiko nel dialetto di Kyoto) inizia all’età di 15 anni.

La geisha 1 aDopo cinque anni in cui la ragazza è una maiko (apprendista) può ascendere al ruolo di geisha.

Le giovani donne che desiderano diventare geisha entrano in una okiya (casa delle geisha), dove ricevono l’istruzione.

I capi di abbigliamento e gli accessori che usano non sono mai loro, appartengono alla okiya per questo, quando diventano geisha, danno parte del guadagno del loro lavoro per le spese della okiya.

Le maiko si distinguono solitamente dalle geisha o geiko dal modo in cui si vestono e si truccano… così possiamo farci un’idea di come nasce una geisha in tempi relativamente recenti.

Ma non è stato sempre così e non lo è più neppure tanto oggi.

Storia della Geisha

Nel 1958, dopo aver bandito ufficialmente la prostituzione in Giappone, molti bordelli si mimetizzarono dietro l’etichetta di terme, o di spa se si preferisce.

Le geisha non ebbero bisogno di adattarsi.

Imperturbabili, continuarono con il loro ufficio centenario: la legge non le riguardava e nessuno avrebbe osato disturbarle.

Nonostante questo, i genitori giapponesi spesso si opponevano alle loro figlie che desideravano entrare in quel mondo che ancora considerano non del tutto rispettabile.

La geisha, fotoIn fondo ancora gelosamente conservate e misteriose restano le regole del mondo del fiore e del salice (in giapponese karyūkai), il nome che usavano le geisha per riferirsi ai quartieri in cui vivevano: piccoli concentrati di arte, case da tè e teatri.

Così non sorprende che la nota (e moderna) geisha Mineko Iwasaki abbia ricordato in una frase che loro “sono belle come un fiore, e allo stesso tempo flessibili e forti come un salice”.

Eleganti, tradizionali, innocue e persino superate come erotismo, le geisha, ancora oggi, continuano a lasciare un profumo di frutta proibita.

In realtà, il sacro e il profano, l’arte e la prostituzione hanno vissuto per lungo tempo fra confini non chiaramente delineati nella cultura giapponese.

Per molto tempo, e di certo non solo in Giappone, le donne che suonavano musica o ballavano in pubblico erano sacerdotesse, cameriere o prostitute.

Le sacerdotesse dei templi shintoisti dovevano essere vergini, ma quando perdevano questa peculiarità perdevano anche la loro posizione.

La conseguenza, non insolita, era che dovevano chiedere un lavoro nelle sale da tè vicine, luoghi che accoglievano i pellegrini con il desiderio di divertirsi.

Okuni (anche Izumo no Okuni, nata intorno all’anno 1572 – 1613 presunto anno della morte), famosa ballerina giapponese considerata la fondatrice del teatro kabuki, era, o almeno sosteneva di essere una di queste sacerdotesse scintoiste.

Comunque quando dopo il 1600 nacquero le prime compagnie teatrali di kabuki queste avevano fra le proprie interpreti molte donne di “dubbia reputazione” di Kyoto.

Sebbene gli spettacoli fossero ispirati al folklore religioso tradizionale, i loro balli erano intensamente provocatori, tanto che, spesso, gli spettatori finivano per litigare per le attrici.

Nel 1628, lo shogun decretò che il kabuki fosse interpretato esclusivamente da uomini adulti, una norma ancora vigente.

Le imitatrici di Okuni finirono per guadagnarsi da vivere, sia come istruttrici di musica e danza nelle case dei nobili samurai, sia come prostitute con o senza licenza.

La licenza era necessaria per tutto nella rigida organizzazione sociale del periodo Edo, anche per aprire un bordello, ma questi furono spesso relegati a zone precise della città.

Questi quartieri proliferarono e durante il diciassettesimo secolo nelle principali città del Giappone, furono istituite zone interamente dedicate al piacere.

Per il piacere dei clienti, ovviamente.

Per gli uomini che li frequentavano, i quartieri come Yoshiwara, in Edo (ora Tokyo), Shimabara, a Kyoto o Shinmachi, a Osaka, erano dei veri paradisi.

Lì potevano rilassarsi, bere, flirtare e persino innamorarsi, un lusso in un Paese dove i matrimoni erano organizzati e nessuno si aspettava una scintilla di passione tra i coniugi.

Le geisha del mondo fluttuante

Il successo di questi quartieri fu travolgente grazie all’ascesa di una nuova classe sociale, la borghesia, che cominciava a prosperare sotto il regime dello shogunato di Tokugawa.

La società era ancora divisa in caste feudali con i grandi signori e i samurai ai livelli più alti, anche se spesso con problemi economici.

Chi guadagnò particolarmente in questo periodo furono i mercanti che sebbene fossero nella scala ufficiale sotto ai contadini, nella pratica rivaleggiavano in opulenza con le famiglie della vecchia nobiltà.

Certo nella loro vita quotidiana dovevano fingere umiltà, corrompere funzionari e comportarsi con discrezione per non essere espropriati, ma nei quartieri del piacere dove ciò che contavano erano i soldi…

Il mondo dei quartieri delle geisha erano l’esaltazione dei molti cambiamenti che stavano avvenendo in Giappone, cambiamenti che lo scrittore Ryoi Asai definì mondo fluttuante (Asai Ryōi, Racconti del mondo fluttuante Ukiyo monogatari – 1662).

Per le donne, la vita nel mondo fluttuante non era una favola.

Le era severamente vietato uscire all’esterno ed erano soggette a contratti draconiani e debiti inesauribili che le costringevano a prostituirsi fino alla fine della loro gioventù.

Di solito erano figlie di contadini che le davano in cambio di denaro, convinti che lì, almeno, si sarebbero assicurate un tetto, cibo e vestiti.

Arrivavano bambine e trascorrevano i loro primi anni lavorando come cameriere.

La maggior parte finiva come prostitute della massa, sedute dietro le finestre dei bordelli comuni in attesa di essere scelte dai passanti.

Ma se erano particolarmente belle, e mostravano talento, potevano iniziare come apprendiste accompagnando le cortigiane e sperare, a loro volta, di diventare cortigiane di alto rango.

Le grandi cortigiane erano solo alla portata dei più potenti e, sebbene vivessero confinate e indebitate come le altre, erano come vere stelle dei media.

Geisha in un ritratto di Toyohara Kunichika
Geisha in un ritratto di Toyohara Kunichika

Non di rado apparivano loro ritratti, gli ukiyo-e (immagini del mondo fluttuante), in stampe romantiche.

Una cortigiana doveva possedere molto talento, oltre al sex appeal. Prima che le geisha esistessero, le cortigiane impararono la danza, la musica e la poesia per intrattenere i loro clienti.

Naturalmente, avevano anche abilità da camera da letto, non era facile essere una di loro, e come non lo era diventarne l’amante.

Per questo venivano spese grandi fortune, per la semplice compagnia di una cortigiana.

D’altra parte, per ottenerne favori era necessario corteggiarle perché potevano permettersi di rifiutare un cliente.

Col passare del tempo, le cortigiane di lusso si concentrarono sulla seduzione e lasciarono le arti musicali nelle mani delle geisha, uomini che intrattenevano i clienti ballando, suonando gli shamisen (uno strumento a tre corde), o raccontando barzellette di alto livello: la geisha era, inizialmente, un mestiere maschile.

La geisha, da prostituta ad artista

Al di fuori dei quartieri ufficiali, la prostituzione era illegale. Naturalmente, ciò non significa che non esistesse.

C’erano impiegate di comportamento equivoco nelle case da tè e nei bagni pubblici. C’erano anche ballerine adolescenti i cui favori potevano, a volte, essere acquistati.

Nel 1750, una donna si definì una geisha. Il suo nome era Kikuya, ed era una prostituta illegale nel quartiere Fukagawa di Edo, ed era determinata a nobilitare la sua professione promuovendo il suo talento per il canto e la danza.

Incoraggiate dal suo successo, molte donne seguirono il suo esempio. Presto le geisha (o geiko, come sono ancora conosciute a Kyoto) furono di gran moda.

Erano chic, più indipendenti delle cortigiane ufficiali, erano soggette a meno formalità e intrattenevano meglio la clientela.

Nel 1779, le geisha furono riconosciute come artiste e fu adottato il sistema kenban (che ne delineava la zona dove dovevano vivere, le regole e il numero). Il kenban, ancora oggi funziona come una sorta di albo professionale delle geisha.

Geisha in un ritratto di Kitagawa Utamaro
Geisha in un ritratto di Kitagawa Utamaro

Le regole erano severe e gli ornamenti dei capelli e nei kimono dovevano essere molto meno appariscenti di quelli delle cortigiane. Le geisha e le maiko (le apprendiste) dovevano vivere nelle hanamachis (città dei fiori, hana = fiore, machi = città).

La cosa più importante era che dovevano limitarsi a cantare e a ballare, in nessun caso potrebbero toccare un cliente.

Pertanto le geisha divennero suonatrici di shamisen o taiko (dei tamburi), flauti o pratiche nel canto.

Ma le misure che avevano lo scopo di proteggere gli affari delle cortigiane servirono solo a rendere le geisha creature più sobrie, più eleganti e più rispettabili delle prostitute, e non meno desiderabili.

Potevano aspirare, con più credibilità, ad ottenere un protettore o meglio, un danna (un cliente-marito), che le avrebbe mantenuto per il resto dei loro giorni anche quando la bellezza sarebbe appassita.

Oppure potevano ereditare un okiya (casa dove vivevano e dove venivano addestrate) dove avrebbero guidato il lavoro delle nuove geisha.

Le geisha, ai loro inizi, furono il più grande simbolo della modernità giapponese: pioniere di ogni cambiamento estetico che stava avvenendo nella società proponevano pettinature e vesti che spesso venivano imitate.

Nel 1800 la parola geisha designava ormai esclusivamente delle donne, delle donne da ammirare, magari non troppo apertamente.

La geisha nella tradizione giapponese 

Quando le vecchie cortigiane andarono fuori moda e si estinsero, le geisha occuparono posti sempre più vicini al potere.

Divennero importanti anche sull’esito finale dello shogunato e nella restaurazione Meiji.

I samurai in favore di restituire il potere all’imperatore cospiravano nelle case da tè di Gion mentre le geisha di Pontocho, un altro dei felici quartieri di Kyoto, sostenevano invece lo shogun.

Nel 1864, Ikumatsu, una geisha, salvò la vita ad uno dei leader dei ribelli Kido Takayoshi (noto anche come Kido Kōin) aiutandolo a nascondersi e a fuggire.

Kido non dimenticò il favore e, anni dopo, quando i cospiratori raggiunsero il loro scopo di restaurare il potere imperiale, la sposò.

Kido Takayoshi divenne un importante statista giapponese e, per la prima volta, una geisha divenne la moglie di un rappresentante del governo.

Quella fu un’età dell’oro per queste professioniste dell’intrattenimento maschile che divennero le confidenti degli uomini più potenti della nazione.

La geisha, che aveva vissuto per molto tempo sul labile confine della mera prostituzione, non incarnava più la modernità o la trasgressione ma la tradizione.

La seconda guerra mondiale scosse il loro fragile mondo fatto di composizioni floreali e cerimonie del tè.

Molte durante la guerra furono obbligate a lavorare nelle fabbriche per il bene del Paese, altre divennero segretarie e altre ancora tornarono nelle campagne.

L’occupazione americana minò nuovamente la loro reputazione.

I soldati americani, poco portati per le sottigliezze, chiamavano geisha qualsiasi donna sfortunata che offriva loro il suo corpo in cambio di un’oncia di cioccolato.

Vennero aperti bordelli per i militari stranieri, un’attività che il generale MacArthur, capo delle forze di occupazione, cercò di eliminare senza molto successo.

Nel leggendario quartiere di Yoshiwara di Tokyo, che esiste tutt’ora, quando si affermò la mafia giapponese, la yakuza, la vita dei suoi inquilini divenne ancora più squallida.

Nel 1958 la prostituzione fu definitivamente bandita, come abbiamo detto, e i quartieri di geisha rifiorirono a poco a poco, ma nulla sarebbe stato lo stesso.

In fondo anche i giapponesi, maestri della tecnica del kintsugi, sanno che qualcosa di rotto può tornare a nuova vita, ma non potrà essere lo stesso di prima.

Ci sono ancora giovani Geiko e Maiko, ma il loro numero, non più di un migliaio e diminuisce costantemente e anche la qualità, secondo alcuni.

Anche i tempi e il modo di formare a questa tradizionale professione si stanno accorciando e attualizzando.

I clienti provengono ormai principalmente dal turismo di alto livello, sono loro, spesso stranieri pieni di stereotipi, l’ultima ancora di salvezza dell’arte tradizionale e dello stile di vita della geisha.

Fonte: ikumatsu, japantimes, vam, Treccani Foto Japanexperterna, wikipedia

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