Caterina Oddenino si considera un’artista a 360°, non per quello che scrive, o dipinge o propone di se stessa, ma per quello che è: una creativa, unapennanelvento che si lascia trasportare dalle nuvole. Scrive da sempre. Proviene dalla Accademia di Belle arti, pittrice e scrittrice, ha raccolto consensi e riconoscimenti lungo un percorso decisamente variegato. Ha collaborato con gallerie d’arte, associazioni, compagnie teatrali e quant’altro e ha maturato, attraverso la sua eclettica esperienza, uno stile e un’impronta che la contraddistinguono ovunque. Ha formato persone e scoperto talenti. Collabora tutt’ora con associazioni, librerie e compagnie teatrali. Ha camminato abbattendo muri e saltando fili spinati e alternando prati di rose a cardi palustri camminando in tondo nello stagno e in silenzio e in compagnia di se stessa ha attraversato montagne a piedi scalzi e trascinato pietre lisce e dorate, e ornamenti di perle sul capo hanno adombrato la fronte… Ora sa che la sua vocazione è scrivere. Ogni giorno riempie una pagina della sua vita e i suoi pensieri definiscono la via e corrono veloci e si rivede attraverso gli occhi della consapevolezza e si rivela, attraverso il fluttuare degli eventi. La sua ultima creazione è l’associazione salottoletterario che la porta a condividere pensieri ed opinioni sulla falsa riga di un libro a tema in un percorso itinerante in strutture quali associazioni e librerie disponibili ad allargare cultura e comunicazione. Viviamo in un’epoca in cui predomina l’individualità e l’obbiettivo di Caterina Oddenino è di creare comunicazione e condivisione attraverso l’arte e la cultura, i suoi salotti e il suo scrivere.

 

Italia di ieri, Italia di oggi

Il romanzo per ragazzi Cuore, che ha reso celebre il suo autore Edmondo De Amicis (1846-1908), viene pubblicato nel 1886 dalla casa editrice Treves:

il successo di Cuore è inconfutabile tant’è vero che vende quarantamila copie solo nell’anno della pubblicazione fino ad arrivare a un milione nel 1923. Il romanzo, di chiaro intento pedagogico, diventa portavoce dell’esigenza di unità nazionale ben integrata nel contesto storico risorgimentale.

 

I funerali di Vittorio Emanuele II     17, gennaio.

Quest’oggi alle due, appena entrato nella scuola, il maestro chiamò Derossi, il quale s’andò a mettere accanto al tavolino, in faccia a noi, e cominciò a dire col suo accento vibrato, alzando via via la voce limpida e colorandosi in viso: – Quattro anni sono, in questo giorno, a quest’ora, giungeva davanti al Pantheon, a Roma, il carro funebre che portava il cadavere di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, morto dopo ventinove anni di regno, durante i quali la grande patria italiana, spezzata in sette Stati e oppressa da stranieri e da tiranni, era risorta in uno Stato solo, indipendente e libero; dopo un regno di ventinove anni, ch’egli aveva fatto illustre e benefico col valore, con la lealtà, con l’ardimento nei pericoli, con la saggezza nei trionfi, con la costanza nelle sventure. ………………………….

…….seguito da un corteo di mutilati, da una selva di bandiere, dagli inviati di trecento città, da tutto ciò che rappresenta la potenza e la gloria d’un popolo………………………………

……..In questo momento l’Italia dava l’ultimo addio al suo re morto, al suo vecchio re, che l’aveva tanto amata, l’ultimo addio al suo soldato, al padre suo, ai ventinove anni più fortunati e più benedetti della sua storia. Fu un momento grande e solenne. ………………

…… in atto di saluto, le bandiere dei nuovi reggimenti, le vecchie bandiere lacere di Goito, di Pastrengo, di Santa Lucia, di Novara, di Crimea, di Palestro, di San Martino, di Castelfidardo, ottanta veli neri caddero, cento medaglie urtarono contro la cassa, e quello strepito sonoro e confuso, che rimescolò il sangue di tutti, fu come il suono di mille voci umane che dicessero tutte insieme: – Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché splenderà il sole sopra l’Italia. – Dopo di che le bandiere si rialzarono alteramente verso il cielo, e re Vittorio entrò nella gloria immortale della tomba.

Parliamo di un romanzo per ragazzi ambientato nella Torino dell’Unità d’Italia nel periodo tra il 1878 (anno dell’incoronazione del Re Umberto I) ed il 1886 (anno della sua uscita) e più precisamente gli eventi raccontati si snodano tra il 17 ottobre 1881 al 10 luglio 1882.

Di origine ligure, lo scrittore Edmondo De Amicis, presto si trasferisce a Torino, dopo aver combattuto a Custoza nel 1866 e si dedica al giornalismo, respirando i moti patriottici del Risorgimento; in questo clima scrive il libro Cuore, impegnandosi a insegnare ai ragazzi a diventare gli uomini del domani, promotori delle virtù civili, morali e patriottiche.

Dai vari episodi raccontati, emergono l’amore per la patria, il rispetto per i genitori e per ogni forma di autorità, lo spirito di sacrificio e l’importanza dell’eroismo.

Un romanzo per ragazzi che ha fatto storia ed è stato uno dei libri più letti in Italia, in cui si narra ciò che accade nella scuola con gli insegnanti e tra compagni, attraverso gli occhi di Enrico Bottini, il quale, nella sua ingenuità di bambino, riporta nel suo diario uno spaccato di storia italiana.

Un ragazzino che riporta solo ciò che osserva, mostrando un’Italia priva di radici comuni, che lotta e che vuole superare diversità sociali e culturali, costruendo una base per la sua Unità. Chiaro è l’intento del nostro autore.

Oggi sono spariti dalla scuola italiana anche tutti quei valori di radicamento alla cultura e alle tradizioni, che sono contenuti nel libro Cuore e descritti retoricamente nei funerali di Vittorio Emanuele II, con sventolamento di bandiere e una scenografia ricca e sontuosa di armigeri e medaglie e la presenza degli inviati di trecento città, presentati come valori che avrebbero permesso ai ragazzi di crescere un’idea di Patria.

Leggo sul Web: ” È giusto che uno studente arrivi all’età dei primi amori del tutto ignaro della storia della sua patria e magari esposto a chi gliene racconta una inventata su misura?”

Ivo Mattozzi, docente di didattica della storia e storia moderna a Bologna e presidente di «Clio ’92», l’Associazione di insegnanti e ricercatori in didattica della storia, risponde di no.

E cita a conforto quanto sostiene la studiosa inglese Keith Crawford, secondo la quale

«il segno di un maturo Paese democratico, sicuro di sé e del posto che occupa nel mondo, è dato dalla misura in cui riesce a far sì che i suoi giovani possano sentire di appartenere a un’esperienza storica le cui radici vanno ben più a fondo di problematiche puramente nazionali».

Ma ci si può radicare nell’appartenenza a una patria più grande ignorando quella di partenza?

E ancora Indro Montanelli:” Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.

 

Ma cos’è l’amor di patria?

L’amor di patria è amore e attaccamento alla propria terra e non è un sentimento antico o superato;

la terra contiene origini, tradizione, cultura e famiglia, creando un vincolo potente che oggi, purtroppo, si sta affievolendo.

Un tempo, i sentimenti verso la propria terra erano più intensi e sentiti, in simbiotica appartenenza.

 

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Un tempo, i sentimenti verso la propria terra erano più intensi e sentiti e in simbiotica appartenenza. Oggi sono presenti razze ed etnie diverse e questo senso di appartenenza si dissolve di fronte all’espandersi veloce della globalizzazione, il cui scopo è quello di unire tutti gli abitanti della terra in un’unica grande famiglia. Rimane il saluto alla bandiera in molte nazioni e scuole oppure il canto del proprio inno in particolari circostanze, come per esempio all’inizio di avvenimenti sportivi.

Una forma di patriottismo particolare e a sè stante è quella delle dittature.
Per il lettore di oggi, se qualcuno legge ancora il libro Cuore, risulta difficile comprendere un testo così rigido e pragmatico, con una forma stilistica non delle migliori e poco curata. Le tematiche trattate sono ancora valide anche se poco sentite: parliamo di unità, di patriottismo, e di spirito di sacrificio svaniti a fronte di un individualismo sempre più dilagante.

È evidente l’intento di De Amicis di favorire l’integrazione tra le varie parti d’Italia sia da un punto di vista politico che culturale. A tal proposito emblematico è l’arrivo di un bambino dalla Calabria e il suo inserimento in un contesto completamente diverso da quello in cui è nato. Si evincono gli aspetti educativi che stimolano fortemente quel patriottismo che oggi manca; non si tratta di certo di un capolavoro stilistico ma di un libro che racconta l’amore verso la patria, la famiglia e i compagni di scuola.

L’Art. 52 della Costituzione dice: “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”.

La Costituzione elenca numerosi diritti e doveri dei cittadini italiani, ma quello della difesa della patria è l’unico che definisce “sacro”. Tutti proviamo un qualche sentimento nei confronti della terra in cui siamo nati. Il sentimento diventa patriottico e parliamo di patriottismo quando ci tocca difendere la nostra terra; non è un caso che patrioti per definizione siano Mazzini, Garibaldi, Cavour e tutti martiri del Risorgimento che lottarono e spesso morirono per l’Unità d’Italia o comunque per una causa politica e di cui racconta il nostro De Amicis.

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Di questo termine se ne è anche abusato portandolo all’esasperazione, rendendolo meno credibile e superato e trasformandolo in nazionalismo.

In nome del patriottismo, nella prima guerra mondiale furono massacrati milioni di uomini e i nazisti riuscirono a mobilitare milioni di tedeschi.

La situazione oggettiva in cui viviamo oggi tende a far scomparire il patriottismo: la tecnologia elimina barriere e confini e i mezzi di trasporto ci permettono di raggiungere ogni angolo della terra; per non parlare del cellulare che ci permette di parlare in tempo reale con chiunque e ovunque. Neppure le differenze di lingua sono più un ostacolo e i mezzi di comunicazione di massa aiutano, accanto all’inglese che è diventato lo strumento di comunicazione più usato.

Di Edmondo De Amicis  IL 20 SETTEMBRE 1870

Anch’io gl’intesi i primi inni guerrieri
Sonar ne la città sacra a le genti,
E scendere a fiumane i reggimenti
Per le solenni vie belli ed alteri!

Scendean raggianti, tempestosi e neri
Fra i muti chiostri e gli alti monumenti,
E le grida e i singhiozzi dei redenti
Eran dell’onda armata i messaggeri;

E mentre qui tra le fraterne schiere
Rompea la folla, le invocate lame
Baciando e i volti amati e le bandiere,

Fuggìa di là stravolto e fremebondo,
Coll’onta in core, il mercenario infame
E rovinava sui suoi passi un mondo.

 

( foto da Luigi Fornabaio angolo della memoria, wikipedia.org)