Psicologa. La sua attività di psicologa è affiancata anche da quella di consulente in sessuologia e da quella di grafologa. Il mio sito è: notedipsiche.wordpress.com

 

Un treno deragliato, un terremoto, un’alluvione, un’aggressione fisica, un attacco terroristico, sono una tragedia psicologica a cui fare fronte.

In questi giorni tutti siamo raggiunti dalle immagini apocalittiche dello scontro tra due treni avvenuto in Puglia. Durante le interviste ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime notiamo che ognuno reagisce secondo una propria modalità di carattere, ma lo shock accomuna gran parte del loro resoconto su quanto hanno vissuto.

Questo bagaglio emotivo è molto pesante, sia per chi ha perso all’improvviso e senza motivo una persona cara, sia per chi si sente immotivatamente miracolato, sia per chi dovrà affrontare giorni, se non mesi, ricoverato in ospedale subendo interventi e riabilitazioni per tornare a star bene.

Per sostenere il peso di questo drammatico evento, a cui è impossibile trovare una giustificazione razionale e che è ancor più doloroso accettare, interviene la psicologia dell’emergenza.

Essa si occupa di gestire la crisi nei momenti immediatamente successivi all’evento traumatico, quando le persone si sentono vulnerabili ed impotenti, ma hanno la necessità di accettare l’accaduto ed imparare da subito a conviverci.

Lo psicologo dell’emergenza deve utilizzare una sorta di contenimento emotivo verso le vittime, la comunità in cui sta agendo e verso se stesso. Questo contenimento consiste nell’insegnare a gestire l’ansia, l’angoscia e la disperazione alle persone traumatizzate.

I cambiamenti che più frequentemente le persone subiscono riguardano:

  • lo stravolgimento dei riferimenti spazio-temporali

l’evento traumatico fa sparire i normali punti di riferimento e provoca disorientamento

  • l’accentuazione delle reazioni emotive

un disastro improvviso colora il mondo di emozioni negative:

ansia, paura, apatia, collera e provoca reazioni aggressive

  • ricerca spasmodica di informazioni

per rendersi conto meglio di quanto sia successo e per non temere il futuro

Pertanto il sapere, il conoscere l’evento elimina la creazione di fantasmi che impediscono il ripristino della propria vita e la capacità di attivare le proprie risorse.

 

Questo lavoro di intervento psicologico non avviene nel solito ambiente clinico, bensì nei pressi dell’evento traumatico (rifugi, centri di accoglienza, scuole, ospedali, domicilio) per insegnare a gestire precocemente lo stress e ad utilizzare tecniche concrete di problem-solving.

Tanto più l’evento è imprevedibile, quanto più sarà difficile comprendere e accettare che sia avvenuto. La psicologia dell’emergenza interviene sul singolo e sulla comunità proprio per aiutare a comprendere meglio come affrontare concretamente un evento di questo tipo, fornendo informazioni collettive per contenere il panico suscitato, accogliendo i singoli traumi psichici delle persone coinvolte, evitando ulteriori paure ingiustificate.

L’attenzione al trauma psichico serve a prevenire la comparsa di un quadro psicopatologico che danneggi la qualità di vita delle vittime.

Le vittime si suddividono in quelle di:

  • primo livello, ossia chi ha subito direttamente l’evento critico
  • secondo livello, cioè i parenti e gli amici delle vittime
  • terzo livello, ossia i professionisti, soccorritori e volontari coinvolti negli aiuti
  • quarto livello, ovvero i membri della comunità al di fuori dell’area colpita ma comunque interessati da quanto accaduto.

Le vittime di primo livello sono quelle che subiscono le conseguenze più gravi, in quanto sono state esposte in prima persona al pericolo e al rischio di morte.

Quanto più si è assistito a scene stressanti, ad odori fastidiosi, a rumori spiacevoli, tanto più è probabile che si sviluppino i sintomi di un forte stress e che questo contagi anche chi vive accanto a loro (trauma vicario).

La prima fase successiva all’impatto traumatico è caratterizzata da reazioni emotive lievi o intense di collera, senso di impotenza, disperazione, irritabilità, terrore, dissociazione, senso di colpa. Cognitivamente si hanno, invece, deficit della concentrazione, della memoria e della capacità di prendere decisioni, confusione, calo dell’autostima, ricordi intrusivi ricorrenti e preoccupazioni esagerate.

Altri effetti riguardano la sfera fisica e frequentemente si manifestano con cefalee, senso di affaticamento, insonnia, calo dell’appetito e della libido, iperattività o problemi gastro-intestinali.

Nella sfera interpersonale solitamente vi sono ripercussioni nelle relazioni a causa di un aumento di conflittualità, inefficacia sul lavoro, ritiro sociale.

Questi disturbi normalmente si ripristinano nell’arco di 6-16 mesi dall’accaduto.

Il manuale psichiatrico dei disturbi mentali DSM definisce questa situazione col termine di Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) e la diagnosi di tale disturbo viene posta ove siano presenti sintomi quali:

ansia, depressione, abuso di sostanze, disturbi psicotici (allucinazioni, deliri o catatonia) comparsi a seguito di un evento traumatico sùbito direttamente o indirettamente, che interferiscano con le normali attività del soggetto in questione, ossia sulle sue relazioni, sul tempo libero, nella cura di sé, sullo studio o nel lavoro, e persistenti nel tempo.

Il soggetto rivive l’evento continuamente attraverso pensieri e ricordi spiacevoli, incubi ricorrenti, sensazioni di rivivere l’esperienza (flashback).

E’ necessario che qualsiasi manifestazione di queste venga trattata il prima possibile affinché non si cronicizzi.

Ovviamente ogni persona risponde in base alla propria personalità e in base alla soggettiva percezione del pericolo e pertanto non tutti svilupperanno i medesimi sintomi e con la medesima gravità.

Solitamente un 20% di persone coinvolte in un evento traumatico mantiene un sufficiente autocontrollo a fronte di un 80% che vive il trauma con reazioni sintomatologiche.

L’apparato psichico si difende dal dolore interiore sviluppando inoltre anche alcune reazioni quali:

l’aumento del livello di tolleranza nei confronti di eventi che generano incertezza, reazioni di fuga, adattamento passivo alle nuove condizioni, la negazione di quanto è successo.

La percezione infantile si distingue da quella adulta. Innanzitutto più il bambino è piccolo e più percepirà soltanto le sensazioni autocentrate senza capire l’evento in sé. Quanto più il bambino è fisicamente vicino al disastro tanto più intense e pervasive saranno le sue emozioni.

Un altro fattore particolarmente critico è la concomitanza dell’evento con le fasi critiche dello sviluppo (inizio della scuola, perdita di una persona cara, adolescenza).

Tenendo conto quindi delle caratteristiche cognitive dei bambini si interviene con strumenti specifici adatti alla loro capacità di comprensione, permettendo loro di esprimere il disagio interiore e le emozioni che lo accompagnano attraverso giochi, disegni, narrazioni e drammatizzazioni dell’evento.

La conferma della paura o della rassicurazione è comunque sempre cercata dai bimbi nello sguardo degli adulti, ed è quindi necessario che vengano tranquillizzati da chi si occupa di loro.

Tra le paure più comuni vi è quella di separarsi dai genitori e di rivedere i luoghi dell’evento traumatizzante; esse creano in loro fobie (timore dei temporali, di animali, di alcuni oggetti) e provocano in loro ipervigilanza, difficoltà di addormentamento e dell’attenzione, svogliatezza nel divertirsi e distacco dagli amici e familiari. Nei ragazzi più grandi le risposte negative all’evento portano all’abbandono scolastico, alla violenza familiare e all’uso di sostanze.

Gli interventi che solitamente vengono realizzati dagli psicologi dell’emergenza

sono  di impronta cognitivo-comportamentale,  e si realizzano attraverso le tecniche del Defusing e Debriefing.

Il Defusing consiste nel far raccontare liberamente in gruppo quello che è accaduto, ciò che si è visto o sùbito, ascoltando con attenzione ed empatia;

si lasciano così manifestare le emozioni dando loro un nome e cercando di localizzarle anche fisicamente nel corpo.

Questa tecnica è finalizzata a ridurre l’isolamento, rinvigorendo il senso di appartenenza ad un gruppo di persone che ha subito il medesimo trauma.

La condivisione della stessa esperienza crea l’opportunità di sentirsi un tutto con gli altri, ripristinando a breve la normalità di percezione degli eventi e stabilizzando le emozioni.

Il Debriefing consiste invece in specifici gruppi di discussione strutturati e coordinati da un esperto nella gestione di eventi critici e sono tesi a ridurre l’impatto emotivo delle esperienze con le quali ci si è confrontati.

Si insegnano inoltre tecniche di rilassamento per abbassare il livello di arousal (attivazione fisiologica innescata dall’evento e che si ripresenta durante i flashback, gli incubi e nei pensieri intrusivi creando tensione) e ripristinare il battito cardiaco, il ritmo della respirazione e la pressione arteriosa,

 

 

Bibliografia:

 

A.P.A. (American Psychiatric Association) (2014), DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), Ed. Raffaello Cortina

Francescato D., Tomai M., Ghirelli G. (2011), Fondamenti di Psicologia di Comunità, Ed. Carocci

Pietrantoni L., Prati G. (2009), Psicologia dell’emergenza, Ed. Il Mulino

 

 

 

(foto da delo.si)