Coerentemente col percorso intrapreso, le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia hanno accolto altri dipinti dell’Ottocento italiano. Stavolta, l’ospite principale era “di casa”: Tranquillo Cremona (Pavia, 1837 – Milano, 1878), grande pennello della Scapigliatura.

 

La mostra si è conclusa il 5 giugno 2016, ma non è un motivo per tacere.

Perché quello scapigliato resta un indimenticabile movimento lombardo, onnipresente sui libri di scuola, ma trattato come “minore”.

Eppure, è un unicum nel panorama dell’Italia unitaria, capace di riassumere il Decadentismo europeo, il Naturalismo francese, i postumi del Romanticismo e – allo stesso tempo – di dare un calcio al manzonismo imperante.

Scapigliato”, primariamente, significa “spettinato”.

In seconda istanza, vuol dire “scapestrato, scialacquatore, libertino”.

È l’equivalente del francese bohémien, lo “zingaro” che rifiuta di “farsi una posizione” comprensiva di “moglie, mestiere, macchina” (anzi, calesse).

L’uso di tale nome per indicare un genere di artista lombardo della seconda metà dell’Ottocento si deve a Cletto Arrighi (Milano, 1828 – ivi, 1906), pseudonimo di Carlo Righetti.

Nel 1862, uscì il suo romanzo La Scapigliatura e il 6 febbraio.

Il titolo si riferisce al moto mazziniano del 6 febbraio 1853, a Milano. Per quanto riguarda il termine, giova lasciar la parola ad Arrighi stesso:

In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui di ambo i sessi, fra i venti e i trentacinque anni, non più; pieni d’ingegno quasi sempre; più avanzati del loro tempo; indipendenti come l’aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; irrequieti, travagliati,… turbolenti – i quali – o per certe contraddizioni […] fra ciò che hanno in testa e ciò che hanno in tasca – o per certe influenze sociali da cui sono trascinati – o anche solo per una certa particolare maniera eccentrica e disordinata di vivere – o, infine, per mille altre cause, […] meritano di essere classificati in una nuova e particolare […] casta sui generis distinta da tutte le altre. Questa casta o classe – […] serbatoio del disordine, della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti; – io l’ho chiamata appunto la Scapigliatura.

(Presentazione di un frammento, intitolato Uno scapigliato, del romanzo La Scapigliatura e il 6 febbraio, pubblicato nel 1857 sull’«Almanacco del Pungolo»”).

Alla Civica Scuola di Pittura, Cremona non ebbe solo una formazione sotto il bergamasco Giacomo Trecourt, ma anche l’occasione di stringere una delle sue amicizie: quella col pittore Federico Faruffini (Sesto San Giovanni, 1833 – Perugia, 1869).

Proseguì all’Accademia di Venezia, poi a Brera. È ricordato per i suoi ritratti di eleganti signorine, che abitavano in quelle case dove gli scapigliati erano ospitati da borghesi benestanti e anticonformisti.

Lo stile “sfumato” di Cremona avvolse i soggetti in una sorta d’alone magico:

impressionista quanto a tecnica, ma volto a rappresentare gli intimi sentimenti, più che i guizzi della luce fisica.

Pare che la sua abitudine di usare il proprio braccio come tavolozza gli fosse costata la vita, per intossicazione.

La prima cosa che colpisce, nella vita di Cremona, è l’elenco di amici:

Daniele Ranzoni (Intra, 1843 – ivi, 1889); Giuseppe Grandi (Ganna, 1843 – ivi, 1894); Giuseppe Rovani (Milano, 1818 – ivi, 1874), il summenzionato Cletto Arrighi; Carlo Dossi (Zenevredo, 1849 – Dosso, 1910).

Gli Scapigliati erano legati fra loro, a prescindere dal fatto che fossero pittori, scultori, o letterati. Anzi: le loro stesse arti erano sorelle fra loro, secondo Rovani.

La sensibilità scapigliata era sinestesica.

Gli scrittori erano ispirati da dipinti, i pittori da musiche e romanzi.

I pittori Ranzoni e Cremona e lo scultore Grandi erano inseparabili, “i tre nani giganti”, come si autodefinivano.

Ranzoni era fortissimo di spalle e trasportava su di esse accovacciati Grandi e Cremona, ciascuno dei tre recando due candele in mano” ricorda Dossi. “

E camminavano di notte per le strade, dicendo di fare “la bestia infernale.” (Note azzurre, Milano 1964, Adelphi, n. 4844).

Gli Scapigliati erano legati da una comune scelta di vita e, allo stesso tempo, da un destino.

Erano figli delle disillusioni post-risorgimentali, di un’Italia bensì libera e unita, ma trapassata da forti disparità sociali, analfabetismo endemico, precarietà finanziaria.

In una civiltà dominata dall’industria e dalla scienze esatte, quasi nessun posto pareva possibile per i letterati.

Gli Scapigliati scelsero di abitare solo i margini di quel mondo “non loro”:

le notti, le osterie, le periferie.

Eppure, la propria emarginazione volontaria fu anche la loro fortuna: permise – come si è accennato – che fossero ospitati da ricchi committenti, che amavano proprio il loro modo di essere sopra le righe.

In campo pittorico, questa contraddizione si risolse nel rifiuto della pittura accademica e convenzionale, nell’intimismo, nella preferenza per il non-finito – e nel debordare di soggetti borghesi, come salotti, signorine, ritratti, affetti familiari.

Nelle tele di Cremona, Faruffini e Ranzoni, balza agli occhi il debordare di presenze femminili. La donna è spregiudicata Lettrice in Faruffini (1864), che si dà ai romanzi e al fumo, benché fossero piaceri “non consoni a una brava donna”.

È la Falconiera (1880) di Giovanni Segantini (Arco, 1858 – Schafberg, 1899), che traveste in abiti medievali l’amante di una vita. È un’eroina romantica che beve un Amaro calice (1865) in un olio di Cremona, o una figura leggiadra che ride nella High Life (a Piquant Conversation) del medesimo (1876-1877).

È poi l’arcigna Portinaia (1920) che terrorizzava lo scultore Medardo Rosso (Torino, 1858 – Milano, 1928), o la verghiana Capinera di Luigi Conconi (Milano, 1852 – ivi, 1917).

Desiderata, reclusa, spaventosa o inarrivabile, la donna è passione e – quindi – non può mancare all’artista.

Così come non gli può mancare lo sguardo sulla realtà, compreso quel tipo di dandy che riassume un’epoca: il Ritratto di Nicola Massa (1867), in cui Cremona fissa il languore e il lusso fattisi scelta di vita.

Il realismo, il senso di decadenza morale, l’attrazione anche per gli aspetti oscuri della vita e della passione animò un filone macabro di cui Conconi fu maestro.

Sua è una Sala anatomica, in cui i corpi sono resi mostruosi dalla nudità stessa della loro struttura (troppa verità, insomma).

Ma è delizioso soprattutto il suo Ruit Hora (1893-1896), acquaforte col progetto per il quadrante di un orologio: al centro delle ore, un teschio che ricorda come finisca lo scorrere del tempo. L’apparecchio non fu mai realizzato. Peccato.

In compenso, il tempo si è fermato per la fratellanza fra gli Scapigliati, tutti riuniti nelle epigrafi del “portico degli amici” a Villa Dossi Pisani (1897 – 1910), a Cardina (CO).

Essa è la concretizzazione della sinestesia fra le arti ad opera di Conconi. Dossi, il committente, vedeva infatti l’architettura come imparentata con la musica (per i rapporti matematici) e con la scultura (Note azzurre, n. 741 e n. 2512). All’arredamento, avrebbero dovuto cooperare anche sculture di Grandi e tele di Cremona.

Fra il verde scuro sul colle, il capolavoro della Scapigliatura guarda ancora il visitatore con occhio distaccato – e par che sorrida.

 

Per approfondimenti: Tranquillo Cremona e la scapigliatura , a cura di Simona Bartolena e Susanna Zatti, Milano 2016, Skira.