La musica non è un lusso per pochi: a scuola diventa la storia d'Italia

**Lunedì al Teatro alla Scala il ministro Valditara incontra la direzione del teatro più famoso al mondo: il melodramma deve tornare nelle scuole, non solo per formare musicisti, ma per unire tutti gli italiani. Una proposta che parte da Verdi e punta al futuro di tutti i ragazzi.**

Lunedì pomeriggio, alle 17.30, nel Ridotto dei palchi del Teatro alla Scala, si terrà un incontro che potrebbe cambiare il futuro della musica nelle scuole. Ci saranno il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara e Fortunato Ortombina, sovrintendente e direttore artistico del più celebre teatro d'opera al mondo. Il titolo dell'incontro è chiaro e non lascia spazio a dubbi: «Il melodramma come letteratura nazionale. Idee e progetti per l'insegnamento della musica nelle scuole».

Il problema è noto e se ne parla da tanto. Da quando la musica è stata tolta in pratica dai programmi scolastici, il tema torna sempre più spesso. Più ancora, per certi versi, delle altre arti. Eppure la musica è una delle prime cose che sperimentiamo nella vita. È un suono, un ritmo, una storia che ci accompagna sin dall'inizio.

La tesi di Ortombina è semplice e forte: il melodramma dell'Ottocento, Verdi in particolare, è stata la vera esperienza culturale e popolare che ha unito l'Italia. Più della letteratura, persino più di Manzoni. «Il melodramma ha coagulato gli italiani dando loro un senso di unità nazionale e linguistica», dice Ortombina. E aggiunge che oggi i programmi scolastici sono stati disegnati quasi un secolo fa, quando c'era un pregiudizio: l'opera era vista come genere «troppo popolare». «Oggi non si può non vedere che è stata la nostra letteratura nazionale».

Ma la musica non è solo meno presente nei banchi: è affrontata in modo diverso. Quando si insegna pittura, per esempio, non si cerca di formare dei pittori: si vuole aprire un universo culturale a tutti gli studenti. Con la musica invece ci si concentra sullo strumento. «Dimenticando che l'opera è letteratura della vita e dovrebbe far parte della formazione umanistica di tutti i cittadini», osserva Ortombina. «Non tutti diventeranno musicisti, ma tutti possono diventare ascoltatori».

E la musica unisce anche fuori dai confini. Ogni volta che la Scala viene presentata all'estero, si vede quante persone si avvicinano alla nostra lingua grazie a Verdi e Puccini. Non è solo arte: è un veicolo internazionale che porta l'Italia nel mondo e ci fa conoscere.

Ortombina non mette in competizione strumento e letteratura: sono due facce della stessa medaglia. «Apprendere il linguaggio dello strumento dà il senso dell'armonia e della relazione con gli altri», spiega. Ma c'è di più: bisogna insegnare il ruolo che il melodramma ha avuto nella formazione della coscienza degli italiani. Basti pensare al significato, per un popolo riunito da poco più di vent'anni, delle parole di Otello, in scena per la prima volta il prossimo 7 dicembre: «La parola dogale è nostra legge». L'opera insegnava a riconoscersi come comunità e a rispettare l'autorità dello Stato unitario. E diffondeva l'italiano, nell'Italia fatta di dialetti.

I passi avanti ci sono stati: l'istituzione dei licei musicali e la sostanziale parificazione tra Conservatori e università. «I Conservatori sono un'eccellenza del nostro paese», sottolinea. «In tutte le orchestre del mondo si trovano strumentisti italiani, e molti sono i nomi sul podio». Ma il suono, la musica, sono il mezzo per raccontare una storia. «Il racconto è l'essenza del Teatro, luogo dove a volte torniamo a sentirci raccontare una storia che conosciamo già: un po' per riscoprirla in modo diverso e un po' per sentirci parte di questa narrazione, condividendola con gli altri».

E non serve avere paura del futuro: la tecnologia è un aiuto, non una minaccia. Le sale sono piene, e ci sono strumenti nuovi per portare l'opera in tutto il mondo. La Scala ha iniziato presto, con una collaborazione con la Rai che sta per compiere 50 anni: oggi ci sono anche la piattaforma LaScalaTv e i social, che tengono viva e connessa la comunità degli appassionati.

Alla fine, la domanda che resta è semplice e va al cuore: a chi serve la cultura? A chi la usa come scudo per pochi, o a chi la usa come ponte per tutti? Ortombina e Valditara, davanti a quella Scala, sembrano averlo capito: la musica non appartiene a pochi eletti, ma è un dono che va condiviso. Perché la vera storia d'Italia la possono raccontare tutti, se solo qualcuno la insegna a tutti, senza esclusioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Logo di CafféBook.it
CaffèBook
Panoramica privacy

Il seguente pannello ti permette di personalizzare le impostazioni relative al consenso all’utilizzo di cookie o di qualsiasi altra tecnologia di identificazione impiegata direttamente da noi o da terzi. Per saperne di più, controlla la descrizione di ogni categoria e la cookie policy. Potrai rivedere e modificare le impostazioni in qualsiasi momento.