Jo la belle irlandaise Gustave Courbet Joanna Hiffernan

Accadde un’estate. A Deauville. Due uomini chiacchieravano camminando sulla battigia mentre le onde s’infrangevano nel sole basso e ambrato dei tramonti di Normandia. Possiamo immaginarli come se fosse allora, benché sia trascorso più di un secolo e mezzo da quel lontano 1866.

Jo la belle irlandaise (la bella irlandese) di Gustave Courbet

Jo la belle irlandaise di Gustave Courbet Joanna Hiffernan 2
Jo la belle irlandaise di Gustave Courbet Joanna Hiffernan

L’uno aveva il fisico grosso e possente d’un campagnolo della Franca Contea che ama la caccia, la buona tavola e il vino; l’altro, più giovane di quindici anni, sulla trentina, dalla figura asciutta e dal portamento signorile di chi proviene da West Point, aveva il viso lungo e aristocratico.

Erano entrambi pittori ma un tale abisso separava il loro stile che ancora oggi ci si domanda come riuscissero ad andare d’accordo. Gustave Courbet, da quel giorno in poi, fu solito definire James MacNeill Whistler, americano di remota origine celtica, “suo scolaro”, eppure non ci sono analogie nella loro pittura. Si assomigliavano soltanto perché erano degli artisti controcorrente, di quelli che, consci del loro valore, quasi si fanno un vanto della difficoltà d’affermarsi e dell’ostracismo dei critici.

A quel tempo, Whistler risiedeva a Londra ma veniva spesso in Francia, sia per esporre sia per trascorrere le vacanze a Deauville, sfogando la sua abilità di paesaggista in questa località marittima diventata di moda grazie al favore dell’imperatrice Eugenia e del duca di Morny (fratellastro di Napoleone III). In un centro così mondano, un tipaccio come Courbet, rude, passionale, rivoluzionario e futuro comunardo, parrebbe fuori luogo.

Nulla di più errato: un uomo infatuato di sé stesso com’era lui, che si dipinse in un’infinità di autoritratti e che per questo fu definito “il Narciso contadino” oppure, secondo il feroce parere di Dumas figlio, «il frutto d’un accoppiamento mitico tra una lumaca e un pavone», non disdegnava gli ozi della stazione balneare più in voga né il bagno quotidiano condiviso con un’élite conservatrice di sangue blu. Per il secondo anno consecutivo, era ospite addirittura di un nobile, un certo duca di Choiseul.

Gustave Courbet e James MacNeill Whistler

Gustave Courbet
Gustave Courbet
Ritratto di James MacNeill Whistler
Ritratto di James MacNeill Whistler

Gustave e James s’incontrarono quasi per caso, come capita in villeggiatura quando è facile che s’instaurino relazioni cordiali tra persone che frequentano la stessa spiaggia.

Courbet era attratto dal fresco entusiasmo del suo amico, lo ascoltava volentieri mentre gli esponeva i suoi progetti, mentre gli raccontava gli anni in cui aveva vissuto e studiato in Russia, mentre dissertava sulla forza poetica e spirituale delle sfumature, della luce e persino della nebbia. Ma noi sospettiamo che fosse attratto ancor più da una presenza devota e vivace che accompagnava sempre Whistler, la sua modella irlandese Jo.

In realtà si chiamava Joanna Hiffernan, ma per tutti era Jo dal canto di sirena, Jo dai capelli di tramonto.

Oh, il fascino che questa ragazza rosea come una pesca e rossa di capelli come una fiamma splendente esercitò su di lui dovette essere soprattutto artistico perché egli non ignorava che se Whistler la presentava come sua modella era per mascherare agli occhi dei benpensanti il fatto che, in realtà, fosse la sua amante! Courbet era uno scapolo impenitente, – è celebre la sua asserzione: «Ogni uomo ammogliato è un reazionario», – ma, da buon cacciatore, sapeva anche che è meglio non irrompere in una riserva altrui…

Nondimeno, continuava a fantasticare su di lei! Gli ricordava un’altra rossa, un’altra Jo che egli aveva conosciuto e amato in gioventù, quella Joséphine che gli aveva suggerito quadri notevoli come L’amaca, la cui maturità destò scalpore già nel 1844, o Gli amanti in campagna del 1845.

Gustave Courbet L’amaca
Gustave Courbet L’amaca

Non aveva mai avuto un interesse spiccato per le modelle di professione: troppo leziose nei loro atteggiamenti, troppo studiate per soddisfare la sua ricerca realistica. Egli preferiva schizzare le donne di paese nelle loro attività domestiche. Tuttavia, c’erano quei bei capelli rossi a tentarlo… Rossi come quelli di Juliette, la sorella prediletta, che spesso aveva avuto il capriccio di ritrarre, anche sotto le mentite spoglie di baronessa!

Ritratto di Joanna Hiffernan Jo, la bella irlandese
Ritratto di Joanna Hiffernan (Jo, la bella irlandese)

Potrebbe interessarti anche: Malcolm III e Margherita di Scozia: La Bella e la Bestia.

Infine si risolse. Fece la sua proposta a Whistler. L’americano, sul principio, rimase interdetto. Era certo un grande onore per la sua Jo essere scelta da un pittore famoso come Courbet e diventare la musa ispiratrice d’un nuovo quadro.

Il suo volto irlandese, però, era già noto ai Parigini:

l’avevano ammirato nel 1863, al Salon des refusés, un Salon parallelo a quello ufficiale nato per far conoscere al pubblico le opere d’artisti d’avanguardia che i “parrucconi” dell’Accademia di Belle Arti avevano rifiutato.

Era proprio Jo La fanciulla bianca che era stata esposta accanto al tanto discusso Déjeuner sur l’herbe di Manet e che era stata lodata per la raffinatezza compositiva, per l’immateriale studio sulle tonalità del bianco.

James Whistler, Sinfonia in bianco, ritratto n. 1 (Joanna Hiffernan la bella irlandese)

James Whistler, Sinfonia in bianco, ritratto n. 1 (Joanna Hiffernan la bella irlandese)

Potrebbe interessarti anche: Macbeatha, il Re degli Scozzesi, un personaggio scomodo tra storia e leggenda.

Altro che fanciulla bianca! Courbet rassicurò l’amico: lui la Jo la voleva rossa, viva, concreta. Voleva creare un’immagine meno decorativa, meno cerebrale di quella dipinta da Whistler. Voleva che s’imponessero la realtà e la somiglianza perché il ritratto per lui era e fu sempre il mezzo di fissare sulla tela il vero carattere del soggetto.

Con la Jo si mise a lavorare d’impegno. Le sedute di posa cominciarono proprio sulla spiaggia di Deauville. Ma Courbet non era contento: qualcosa gli sfuggiva. Quella donna estroversa che le asperità della vita avevano reso a tratti disinibita non corrispondeva all’effigie che di lei intuiva sotto il velo dell’esuberanza. Desiderava che quei suoi lineamenti soavemente irregolari emergessero con straordinaria e indefinibile nobiltà. Non ebbe mai l’idea d’utilizzarla per un nudo, sebbene fossero proprio quelli gli anni delle sue figure più scandalose. No, il mistero della Jo risiedeva nei suoi occhi profondi, ombreggiati dai riccioli rossi.

La stagione estiva volgeva ormai al termine. Whistler assecondò Courbet, per il quale nutriva una sincera venerazione, e gli promise che lo avrebbero seguito a Parigi affinché potesse terminare il quadro. Jo si recò ancora tante volte nello studio che Courbet aveva in rue Hautefeuille. Una rinnovata confidenza si stava instaurando tra modella e pittore. Probabilmente divennero pure amanti, con buona pace di Whistler.

La ragazza si trasformava: traspariva a poco a poco la sua schiettezza, la sua essenza celtica. Ecco che sulla tela il rosso dei suoi capelli s’animava vibrante, drappeggiando l’ovale proteso allo specchio come un manto selvaggio! Ecco che gli occhi guardavano l’immagine riflessa come se in essa leggessero la malinconia del tempo che fu, malinconia che si stempera appena in un abbozzo di sorriso…

Lo spirito politico e battagliero di Courbet, ereditato dal nonno giacobino, avvertiva che quella che aveva davanti non era semplicemente la Jo, una giovane la cui esistenza appassiva monotona nel mestiere di modella. Egli s’accorgeva d’apprezzarla ogni giorno di più per la sua distinzione innata, atavica come un marchio di razza.

All’inizio aveva pensato di siglare il suo quadro con il nome di lei. Adesso quel diminutivo, che sarebbe potuto appartenere a chiunque, non gli sembrava sufficiente.

Nella sua mente andava delineandosi il solo titolo appropriato, il titolo con cui l’opera ancora oggi è catalogata: Jo, la belle irlandaise.

Nel ventennio che s’era concluso, l’opinione pubblica internazionale (e quella francese in particolare, che già aveva fraternizzato con gli insorti irlandesi durante la grande Rivoluzione) aveva assistito con commozione crescente ai drammi dell’Irlanda. Non era possibile rimanere insensibili di fronte a tragedie come le carestie ricorrenti tra il 1845 e il 1850 e s’affermava il desiderio di capire quali motivazioni ci fossero dietro il terrorismo agrario e dietro la nascita della Lega Feniana.

Si è spesso accusato Courbet d’essere un po’ pigro nell’applicare i suoi ideali socialisti al di fuori del mondo dell’arte. Si è detto che, tranne la parentesi della Comune parigina, egli non abbia partecipato attivamente alla realtà storica a lui contemporanea.

Questa riserva non può essere connessa al quadro della Jo, nel quale noi interpretiamo l’omaggio ad una nazione cui, allora, non era dato d’esistere.

In lei viene colto ed evidenziato lo spirito irlandese, quell’anima di tanti patrioti che oscilla tra l’impeto combattivo e la rassegnazione. Le sue dita chiare e affusolate si agitano nel fuoco della chioma come sembianze solitarie in un incendio che sta per divampare.

Non c’è civetteria nell’atto di contemplarsi, di spiegare la preziosità dei capelli: ci sono piuttosto un sogno distante, dai contorni irrisolti, e un attimo intenso concesso alla riflessione. La dolcezza delle labbra pare contrarsi in un fremito, quasi che lo sguardo scorga nel passato che l’immagine virtuale rievoca qualcosa di grato e di triste come la nostalgia, qualcosa che il presente non riesce a cancellare. La camicia accollata profuma di lino irlandese, dei bucati fatti in campagna, nel cortile sul retro della casa.

Anni dopo, James Whistler mutò il titolo del suo quadro La fanciulla bianca – Ritratto di Jo in Sinfonia in bianco n°1. Perché lo fece? Per una palese ragione stilistica? O forse perché la “sua” Jo era troppo diversa dalla “bella irlandese” di Courbet?

Neanche un blasone aristocratico avrebbe potuto nobilitare Jo più di quella breve espressione apposta al suo diminutivo, che ne fa un simbolo del suo popolo.

E quanto rispetto pose Courbet nel chiamarla “bella irlandese”! Egli aveva una sensibilità quasi femminea nel dipingere i volti muliebri, in contrasto con la pennellata vigorosa delle marine e delle scene di lavoro contadino. Ebbene, la “bella irlandese” esprime più d’ogni altra questa sua prerogativa perché vi fu una sorta di tacita deferenza, la stessa che si prova per una madre, per una figlia molto cara, nel concepire il suo ritratto.

Nella luce brillante dei capelli rossi di Jo egli ci ha donato tutta l’Irlanda così come noi l’amiamo, ci ha donato un inno eterno alla sua storia e alla sua bellezza.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.