La storia di Benkei, il monaco guerriero giapponese che morì combattendo e restando in piedi, nel Paese del Sol Levante è estremamente popolare e risale tanto indietro nel tempo che la realtà ormai si confonde con la leggenda.

Akira Kurosawa, uno dei più conosciuti registi giapponesi (con Yasujiro Ozu), ne fece una pellicola adattando la trama di una datata scenografia del teatro kabuki (teatro tradizionale nipponico) intitolata Kanjinchō.

teatro kabuki Kanjinchō, Benkei, il monaco guerriero giapponese 3
Immagine per teatro kabuki Kanjinchō,

Ma Akira Kurosawa girò la pellicola in tempo di guerra (1945), ed in seguito la censura ne bloccò a lungo la diffusione, rendendo il film, della durata di poco meno di un’ora, una delle opere più introvabili e meno viste del regista nipponico.

Come nasce la leggenda di un monaco guerriero: la nascita di Benkei

A Benkei sono attribuite origini divine che lo identificano come una sorta di demone per il suo aspetto fisico poco piacevole che gli valse il soprannome Oniwaka (bambino-orco).
C’è, tuttavia un’altra versione sull’origine del monaco guerriero, più prosaica ma di certo più credibile.
Un monaco molto importante di un tempio aveva preso sua madre con la forza.

Alla nascita, che sarebbe avvenuta nell’anno 1155, il bambino sarebbe poi entrato nel monastero.
Questo spiegherebbe anche la relazione di Benkei con il mondo religioso e il fatto che sarebbe diventato un monaco sin dall’infanzia, viaggiando per i monasteri buddisti del Giappone.
A quel tempo, i monasteri non erano solo luoghi di ritiro spirituale, come accadeva nell’Europa medievale, ma erano autentiche comunità depositarie di cultura, centri economici e persino militari.

ll giovane Benkei avrebbe così appreso le arti marziali ed in particolare l’uso della naginata (un’ arma formata da un palo di legno con posta una lama a forma di mezzaluna).

Benkei da monaco a quasi samurai

La leggenda anche qui si prende la sua parte. Si dice che il ragazzo fosse alto più di due metri e che fosse diventato molto abile con le armi, ma che non fosse diventato un soldato…
Benkei a diciassette anni entra a far parte dei Yamabushi, una sorta di setta ascetica di eremiti seguaci della dottrina Shugendō.

Nel Shugendō, che predica “la via del potere spirituale mediante l’ascesi“, si sincretizza il buddismo, il taoismo, lo shintoismo e l’animismo.
Gli Yamabushi erano asceti, guaritori e monaci ma anche guerrieri esperti nelle arti marziali e si schieravano nelle guerre di potere.

Benkei, con i suoi combattimenti, entra nell’iconografia classica vestito con il caratteristico cappuccio nero dello Yamabushi brandendo la sua naginata o, altre volte, il kanabō (un bastone simile a una mazza da baseball ma costellato di punte).

Lo scontro sul ponte di Gojo

Lo scontro sul ponte di Gojo fra Benkei, il monaco guerriero e Yoshitsune
Lo scontro sul ponte di Gojo fra Benkei, il monaco guerriero e Yoshitsune

Benkei, diventato un veterano, vaga per le strade di Kyoto sfidando tutti i samurai.

Il suo scopo era di strappare loro spade e formare una collezione che comprendesse 1000 katane.
È però sul ponte di Gojo, oggi una struttura moderna che nulla ricorda il suo passato medioevale, che il destino del guerriero monaco cambia.

Il monaco guerriero Benkei e Yoshitsune sul ponte Gojo
Il monaco guerriero Benkei e Yoshitsune sul ponte Gojo

È qui che incontra un giovane samurai che attira la sua attenzione perché sta camminando con una spada dorata al fianco suonando il flauto.
L’avversario che dovrebbe essere inesperto, e di certo è meno forte e robusto di lui, non solo accetta la sua sfida ma riesce anche a vincerlo.
Per Benkei quella è la sua prima sconfitta.
Il misterioso samurai al quale non aveva potuto strappare la katana era Yoshitsune il figlio più giovane del capo del clan Minamoto.

La guerra fra i clan Taira e Minamoto

Lo scontro fra i due clan rivali dei Taira e dei Minamoto è un punto importante della storia del Giappone. Fra il 1159 e il 1192 le due fazioni rivali si contesero il potere e lo shogunato con alterne vicende.

Il clan Taira (o Heike) aveva inizialmente sconfitto e massacrato i principali appartenenti al clan Minamoto.
Solo tre dei bambini erano stati risparmiati e fra questi Yoshitsune, che fu mandato nel tempio Kurama dove crebbe con il nome Ushiwakamaru.

Ma nel 1180, Yoshitsune con il fratello maggiore Yoritomo, diventato capo del clan, riprese la guerra con il clan rivale nelle armate dei Minamoto.
A questo punto lo scontro sul ponte di Gojo era già avvenuto e Benkei, sconfitto ammirando Yoshitsune, ne era diventato vassallo e fedelissimo amico.
Yoshitsune fu determinante nello scontro con il clan Taira in quella che sarebbe stata chiamata la Guerra dei Genpei.
La guerra si concluse con la vittoria finale del clan Minamoto che diede inizio allo shogunato Kamakura nella persona di Minamoto no Yoritomo, il fratello maggiore di Yoshitsune.

Yoshitsune e Benkei la storia fra teatro Kabuki, cinema e realtà

È a questo punto che la storia del clan Minamoto, e quella raccontata nel teatro nell’opera kabuki Kanjincho si rassomigliano molto.
La sceneggiatura teatrale alla quale il regista Kurosawa si è poi ispirato per il suo film (titolo in italiano: Gli uomini che mettono il piede sulla coda della tigre) comincia con la diffidenza di Yoritomo, capo del clan, per il fratello Yoshitsune.
Nella pellicola di Akira Kurosawa, che ha molti punti in comune con la storia, Yoshitsune e Benkei sono costretti a fuggire e a nascondersi.
Yoritomo temeva la popolarità che il fratello aveva acquisito come comandante in guerra e ne impedì la nomina a governatore.

I giochi di potere sono simili in tutti i grandi regni del passato, accomunano imperatori romani, sultani ottomani e quindi anche gli shogun giapponesi.
Yoritomo tramava di uccidere il fratello e Yoshitsune fugge e cerca di trovare un alleato nell’imperatore Go-Shirakawa Tennō il cui potere era ormai molto diminuito.
Yoshitsune alla fine, tradito e sconfitto, è costretto a rifugiarsi nel castello di Koromogawa con pochi fedeli soldati e con l’amico Benkei.

La morte in piedi del monaco guerriero Benkei trafitto dalle frecce

Fujiwara no Yasuhira è questo il nome del traditore che provocò la fine di Yoshitsune
Yasuhira è convinto da Yoritomo a schierare le sue truppe attorno alla residenza di Yushitsune.
Siamo nel 1189 e ancora una volta subentra la leggenda che vorrebbe Yushitsune sfuggire alla morte per vivere ad Hokkaido sotto falso nome, ma ciò che sappiamo è che, circondato e non accettando la resa, abbia fatto seppuku dopo aver ucciso la moglie e il figlio.

Benkei torna a questo punto ad essere il protagonista della storia.
Gli assalitori tentano di passare sul ponte dove lui si era appostato ad attenderli:

il suo compito è resistere affinché il suo signore abbia il tempo di salvare il suo onore con l’atto estremo riservato ai samurai.

Benkei resiste ed uccide più di trecento nemici e i soldati cominciano ad aver paura di affrontarlo così decidono di colpirlo con le frecce.
Ma il monaco guerriero, trafitto innumerevoli volte non cade, resta fermo e impassibile in posizione di guardia attendendo altri attacchi.
Allora i soldati con cautela si avvicinano a Benkei dopo aver atteso nella speranza che perdesse le forze e cadesse, rendendosi conto solo a questo punto, che il loro invincibile nemico era già morto.
Benkei aveva dato il tempo al suo amico e signore di fare seppuku e di salvare il suo onore e di certo aveva creato attorno a sé un alone di leggenda che lo avrebbe reso per sempre parte della storia giapponese.

Leggi anche: La geisha, la storia del mondo fluttuante Fonte: samurai-archives (.com), Wikipedia

Il video del film su Benkei di Akira Kurosawa Quelli che camminavano sulla coda della tigre

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