Disturbo d’Ansia Sociale (DAS), noto anche come “fobia sociale”

Timore di sostenere una conversazione; incontrare nuove persone; partecipare ad una festa; parlare di fronte a persone che rappresentano un’autorità e/o un gruppo di persone; esprimere un’opinione controversa o disaccordo; entrare in una stanza affollata; essere al centro dell’attenzione; mangiare o bere davanti agli altri; scrivere o compiere errori davanti agli altri… sono alcune delle situazioni temute da chi è ritenuto una persona timida e da chi ha un Disturbo d’Ansia Sociale (DAS), noto anche come “fobia sociale“.

Come possiamo distinguere la timidezza dalla fobia sociale?

La timidezza è un tratto di personalità molto comune ed è caratterizzata da ansia o timore relative alle situazioni sopra citate.

Può esser considerata patologica quando impatta significativamente in ambito sociale, lavorativo e in altre aree importanti di funzionamento.

In tal caso, allora, si può prendere in esame la possibilità di diagnosi di DAS.

La fobia sociale esordisce, in genere, nell’adolescenza ma può apparire anche prima, ovvero nel corso dell’infanzia.

Può scaturire in seguito a un’esperienza stressante o umiliante (esempio essere vittima di bullismo) e in età adulta successivamente a cambiamenti di vita che implicano nuovi ruoli sociali (esempio promozione a lavoro).

Sembra che il disturbo sia lievemente superiore negli uomini.

Può essere associato ad altri disturbi d’ansia, al disturbo depressivo maggiore e all’ uso di sostanze.

Nei bambini frequentemente è comune la comorbilità con autismo e mutismo selettivo.

Il DAS è caratterizzato da “paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri” (APA, 2014).

Aspetti importanti e che sono alla base di tali timori sono il forte desiderio di dare una buona impressione e una forte incertezza nel poter raggiungere tale scopo.

Il fobico ha la credenza di essere stupido, noioso ed incompetente. Ha delle “regole” rigide relativamente a come dovrebbe comportarsi, ad esempio:

“Devo piacere a tutti”, “Non devo mai far vedere che sono nervoso”, “Devo sempre apparire perfetto”, “Devo sempre avere qualcosa di interessante da dire”…

Suppone, ad esempio, che compiere un errore porterà gli altri a ritenerlo stupido; che se una sola persona non lo trova interessante, allora non potrà piacere a nessun altro.

Nel caso di DAS l’attenzione del soggetto è autocentrata portandolo addirittura a perdere o ignorare alcuni importanti segnali sociali nel corso delle interazioni.

Tale focus su se stessi avviene a causa di un aumento della sintomatologia fisiologica sperimentata nelle situazioni sociali: quando diventiamo più ansiosi le nostre sensazioni corporee si intensificano (aumenta il battito cardiaco, la sudorazione…) e ciò comporta uno spostamento dell’attenzione su se stessi e sul proprio corpo col risultato di percepirsi molto evidenti agli altri.

Le credenze sopra citate portano il fobico ad adottare dei “comportamenti di sicurezza“ e gli evitamenti. Entrambe queste strategie non fanno altro che mantenere e peggiorare la sintomatologia del DAS.

“Comportamenti di sicurezza” ed evitamenti: cosa sono e come mantengono la fobia

Entrambe queste strategie sono adottate al fine di ridurre l’ansia e proteggersi dai danni sociali.

L’evitamento porta l’individuo ad evitare determinate situazioni; i “comportamenti di sicurezza”, invece, consistono nel mettere in atto precauzioni finalizzate a prevenire o minimizzare un esito temuto.

Ad esempio: ripetere incessantemente cosa si vuol dire nel corso di una conversazione e preparare le domande da fare in anticipo; sedersi nell’ultima fila in classe o nell’angolo della sala riunioni; indossare abiti leggeri per evitare di sudare o mettere una giacca sulla maglietta per nascondere la sudorazione; portare con se il partner o un amico.

DAS Timidezza o fobia sociale
DAS: Timidezza o fobia sociale?

È importante comprendere, però, che tali comportamenti mantengono e peggiorano l’ansia poiché non rendono possibile appurare se gli esiti negativi che ci si aspetta si verifichino o meno.

Ad esempio, non parlando mai in pubblico non ci si potrà mai rendere conto se si è in grado o no di farlo e/o se gli ascoltatori sono meno critici di quanto si teme.

Altro aspetto da non sottovalutare è che essi trasmettono agli altri un messaggio che potrebbe essere dannoso: se nel corso di una conversazione sono impegnato a ripetermi mentalmente le domande e le risposte da dire e non mi concentro, invece, sul mio interlocutore potrei sembrare ai suoi occhi disinteressato, distaccato e non interessato alla conversazione e ciò aumenterebbe la possibilità di essere “socialmente rifiutato”.

Tale esito lo si ottiene anche declinando costantemente gli inviti (evitamento): l’altra persona potrebbe stancarsi di ricevere sempre un “no” e smetterebbe, pertanto, di invitarmi.

L’effetto di entrambi questi comportamenti è, quindi, di mantenere le credenze negative relative a se stessi e le aspettative negative su che cosa accadrebbe se ci si trovasse in una delle situazioni temute.

DAS: come si manifesta in bambini e adolescenti?

Mentre un adulto può riconoscere l’eccessivo disagio che sperimenta nelle situazioni sociali ciò può non avvenire nel caso di bambini ed adolescenti. In età evolutiva bisogna, pertanto, prestare attenzione anche ai seguenti sintomi:

  • paura o mancanza di interesse nel provare cose nuove;
  • tremori;
  • paura estrema se si trovano in situazioni in cui vi sono estranei;
  • attacchi d’ansia che si manifestano prima o nel momento in cui devono affrontare una situazione sociale (andare ad una festa, chiedere qualcosa..);
    riluttanza a partecipare alle gite scolastiche;
    difficoltà nell’ingresso a scuola e rifiuto per la scuola (causato da timore relativo a prestazioni scolastiche e sociali);
  • scarsa o assente partecipazione alle discussioni in classe;
  • vuoti di memoria nel corso delle verifiche scritte ed orali.

Cosa fare se si soffre di fobia sociale?

Come per qualsiasi difficoltà il DAS tende a cronicizzarsi nel tempo se non si interviene.

La terapia cognitivo – comportamentale si è dimostrata efficace per la cura di tale disturbo.

L’obiettivo principale è aiutare la persona ad accettare un livello maggiore di rischio della brutta figura.

Per ottenere tale risultato è necessario lavorare per piccoli passi e obiettivi, tra cui:

la modificazione delle credenze; delle rappresentazioni; l’esposizione agli eventi temuti; l’incremento delle abilità sociali; il training di assertività.

Nel caso di bambini ed adolescenti è necessaria anche la collaborazione con la famiglia e la scuola.

Le terapie farmacologiche (antidepressivi e in alcuni casi ansiolitici) possono aiutare nella terapia.

È bene sottolineare, però, che la sola terapia farmacologica ha maggiori probabilità di ricaduta.

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