Parlare a voce alta: una questione di maleducazione o altro

Come mai le persone sono, da un lato, così gelose della personale privacy ma, dall’altro, assai disponibili a far sapere i fatti propri raccontandoli a voce alta?
Quando si viaggia in treno si è spesso costretti ad ascoltare la telefonata del viaggiatore che si trova parecchi posti distante dal proprio.

A Parlare a voce alta: una questione di maleducazione o altro bSe, poi, questo non parla la nostra lingua, il filo dei pensieri o la ricerca di riposo è ugualmente impedita dall’alto volume del discorso incomprensibile.

Altre volte si è obbligati a conoscere i problemi medici del dirimpettaio, i particolari dei sintomi e i nomi dei farmaci utilizzati mentre parla al cellulare col suo dottore.

In vacanza, i vicini di ombrellone riescono a coprire il rilassante sciabordio delle onde marine condividendo telefonate e chiacchiere che svelano abitudini, nomi di parenti o amici, situazioni climatiche, dimensioni e numero dei chicchi di grandine caduti altrove e, in generale, eventi delicati che dovrebbero rimanere conosciuti dai soli protagonisti.

Come mai le persone parlano con tono così alto, quasi fossero soli in un deserto sperduto, convinti che gli altri siano sordi?

E, nel caso in cui gli altri mostrino il fastidio di essere investiti da conversazioni che non interessano, talvolta ribattono offesi che sono proprio gli altri a origliare questioni che non li riguardano e che non dovrebbero ascoltare!

Perché la natura umana si manifesta in tale maniera?

Di sicuro l’uomo è la specie più egoista esistente sulla terra:

quando percepisce uno stato d’animo, ritiene che debba essere condiviso anche dagli altri presupponendo che i sentimenti altrui siano coerenti al proprio o, se diversi, meno importanti.

Ma si tratta anche di un fattore culturale:

chi vive nel Nord Europa si comporta diversamente da latini e arabi.

Colui che viaggia in treno in Germania, Francia o Portogallo viene avvisato dagli altri viaggiatori o dai controllori di essere tenuto a parlare a voce bassa o invitato a tacere poiché sul mezzo deve regnare il silenzio.

In Finlandia può accadere che, se si chiacchiera con tono sostenuto su un mezzo di trasporto pubblico, chi è seduto accanto si giri comunicando che non gli interessa ascoltare la conversazione.

Per i finlandesi il silenzio ha un valore difficilmente comprensibile da un italiano.

I latini amano la compagnia, i luoghi affollati e la confusione mentre i nordici hanno un rapporto intimo con la natura.

I finlandesi amano passare i fine settimana in cottage isolati in riva al lago in cui assaporano il silenzio e le emozioni provocate dal contatto con l’ambiente.

Una questione di cultura?

All’Università di San Diego, in California, alcuni psicologi hanno effettuato uno studio secondo il quale sentir parlare una persona al cellulare e ascoltare parte del dialogo costituirebbe un fastidio più stressante rispetto al rumore prodotto da treni e autobus in corsa in quanto impedisce di concentrarsi, costringendo gli uditori “forzati” a interrompere l’attività che svolgono.

La conclusione è che, in quella circostanza, la conversazione udita obbliga il cervello a sforzarsi parecchio per mantenere la concentrazione, producendo stress.

Parlare a voce alta non costituisce solo un fastidio ma mostra anche il vuoto creato dalla superficialità della vita moderna.

Sembra quasi che il rumore assordante che inquina l’odierna società allontani dall’ascolto della propria interiorità, che viene quasi svuotata dall’apparenza che regna all’esterno.

Un vuoto che spinge l’individuo ad aggrapparsi alle futilità che il chiasso, le parole e le immagini creano.

Il rumore si trasforma in un alibi con cui si evita di sentire la propria solitudine, quasi un anestetico.

Un filosofo come Kierkegaard sosteneva che il mondo fosse ammalato che la medicina per guarirlo potesse essere solo il silenzio.

Una religiosa come Madre Teresa di Calcutta affermava che la natura crescesse in silenzio e gli astri si muovessero senza far rumore, ricordando che solo il silenzio riesce a toccare l’animo umano.

Parlare a voce alta non è, quindi, solo un’abitudine maleducata ma, in qualche modo, indica l’allontanamento dell’uomo dall’autentico sé che porta a esteriorizzare l’esistenza, rafforzando un ego che sa di essere inconsistente.

Ascoltare il silenzio è una capacità che non tutti sono in grado di praticare:

si rivela principalmente a contatto con la natura, con la meditazione, ma è strettamente connesso alla parola rispetto, termine che si sta dimenticando.

Regolare il volume della voce e spegnerlo, ogni tanto, aiuta a essere consapevoli dell’immensità che circonda la limitatezza umana.

Permettere al silenzio di mostrare la sua affascinante armonia insegna anche a rispettare sé stessi e gli altri, rafforzando il legame con la natura e migliorando la salute del mondo.

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