William Brooke O'Shaughnessy, il medico che portò la cannabis ad uso terapeutico in Europa

Molti potrebbero dire che il medico irlandese William Brooke O’Shaughnessy fece dall’India introducendo la cannabis ad uso terapeutico in Europa è simile quanto accadde nel nostro Medioevo con la polvere da sparo: scoprì qualcosa che altri già utilizzavano da secoli.

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William Brooke O’Shaughnessy e la cannabis ad uso terapeutico, esperimenti

L’uso della cannabis ad uso terapeutico e non solo era nuovo per lui e per il mondo occidentale, ma era una conoscenza della tradizione popolare nel continente asiatico da migliaia di anni, come svago e come medicina.

La cannabis è stata utilizzata da millenni come una pregevole fibra tessile e per questo coltivata in epoche storiche antiche, in Asia e in Medio Oriente: è stato ritrovato un pezzo di stoffa di canapa “vecchio” di circa 10 000 anni.

William Brooke O’Shaughnessy era nato a Limerick nel 1809 e studiò medicina alla Trinity University di Dublino, dove si era iscritto nel 1825, ma si laureò nel 1829 alla facoltà di medicina dell’Università di Edimburgo, in Scozia, che era un riferimento mondiale a quel tempo.

Nel 1829 fu assistente di William Alison. Nel 1831, all’età di 22 anni, a seguito della sua analisi del sangue delle vittime del colera, O’Shaughnessy gettò le basi, insieme a Thomas Aitchison Latta, per quella che sarebbe diventata la terapia endovenosa di sostituzione di liquidi ed elettroliti nel trattamento del colera.

Era quindi un buon ricercatore e medico quando si trasferì a Londra dove però ebbe difficoltà a trovare un lavoro, ma l’avventura che avrebbe segnato la sua vita professionale doveva ancora venire.

Aveva 24 anni quando accettò un lavoro a Calcutta come assistente chirurgo con la famosa Compagnia Britannica delle Indie Orientali (British East India Company) che avrebbe finito per controllare e governare vaste parti del subcontinente indiano.

Potremmo dire che O’Shaughnessy fu parte delle grandi fughe di cervelli dall’Inghilterra e dall’Irlanda dell’epoca che andarono in India per lavorare.

O’Shaughnessy e la cannabis in India

Il medico irlandese trascorse otto anni a Calcutta, lavorando come medico e sperimentando varie piante autoctone, tra cui l’oppio e la cannabis.

William Brooke O’Shaughnessy scoprì che la cannabis, così come altre piante, erano conosciute e utilizzate nella regione fin dai tempi antichi come rimedi per scopi medici e, potremmo dire, ricreativi.

la cannabis ad uso terapeutico
la cannabis

Nella letteratura medica occidentale dell’epoca non c’erano informazioni sull’uso della cannabis nei suoi effetti terapeutici.

Già nel 1839 pubblicò sulla rivista scientifica Journal of the Asiatic Society of Bengal un articolo sulla cannabis mentre raccoglieva in appunti e disegni dettagli sui diversi tipi di piante e sui loro sottoprodotti, su come i locali preparavano con loro più rimedi solidi e liquidi e sui loro vari effetti.

Il medico irlandese, membro della Medical and Physical Society of Calcutta pubblicò poi tutte le informazioni raccolte in un articolo intitolato “Sulla preparazione della cannabis indiana o gunjah (Cannabis Indica)” (On the preparations of the Indian hemp, or Gunjah (Cannabis indica): their effects on the animal system in health, and their utility in the treatment of tetanus and other convulsive diseases).

William Brooke O’Shaughnessy si dimostrò anche un buon sociologo e una persona di mentalità molto aperta per l’epoca osservando su come venisse usata la pianta fra la popolazione locale che, non va dimenticato il contesto, era considerata come mera fonte di potere e reddito per la Corona Britannica e soprattutto per la Compagnia Britannica delle Indie Orientali.

Scrisse che la droga veniva assunta da “tutti i tipi di persone”e aveva “tra gli affascinanti effetti” quelli di produrre una “felicità euforica”, “la sensazione di volare”, “un appetito vorace” e “un intenso desiderio afrodisiaco”.

William Brooke O’Shaughnessy e la cannabis ad uso terapeutico

Dopo essere arrivato a Calcutta, l’irlandese non ci mise molto ad esplorare i presunti effetti della pianta di cannabis, una sostanza ben nota socialmente ma non medicalmente.

Il medico condusse un’indagine rigorosa nelle sue ricerche, citando le sue fonti bibliografiche e umane, e compiendo esperimenti per vedere le reazioni su animali di ogni genere.

Topi e conigli, ma anche gatti e cani, su tutti questi e anche su altri animali provò l’effetto intossicante del farmaco costatando come cambiasse da un animale all’altro.

Una volta accertatosi che l’uso della cannabis fosse generalmente sicuro, O’Shaughnessy fece esperimenti anche su esseri umani, bambini e adulti provando la sostanza su malati di colera, reumatismi, rabbia, tetano e su chi soffriva di convulsioni nell’ospedale di Calcutta.

Il medico capì che la cannabis non poteva curare malattie i reumatismi o il colera ma O’Shaughnessy concluse pure che il derivato della pianta poteva aiutare a trattare e alleviare i sintomi di molti disturbi.

Poteva, ad esempio, lenire e alleviare il dolore di certe malattie e soffocare gli spasmi muscolari tipici di condizioni come il tetano o la rabbia.

Scrisse che la cannabis “portava via gli orrori della malattia“, anche se non necessariamente la rendeva meno letale.

Con la sostanza riuscì a prevenire le convulsioni di un neonato di soli 40 giorni e, scrivendo sul caso del bambino disse che “la professione aveva guadagnato un rimedio contro le convulsioni di grande valore“.

La sua proposta della cannabis ad uso terapeutico fu soprattutto come analgesico e venne accettata con entusiasmo crescente tanto che la pianta entrò a far parte della medicina occidentale.

Negli Stati Uniti e in Europa si cominciò a fare esperimenti per verificare tutte le proprietà della pianta e su quali malattie la si poteva impiegare con successo.

Dopo il successo della sua tesi sul potenziale medico della cannabis, gli interessi di O’Shaughnessy cambiarono completamente rotta e iniziò a dedicarsi all’ingegneria elettrica.

Tornò in India per una seconda fase in cui trascorse 15 anni a sviluppare una linea telegrafica. I suoi sforzi sarebbero stati premiati qualche tempo dopo con il titolo di Sir dalla regina Vittoria.

Alla fine, il dottore-ingegnere tornò in Inghilterra nel 1860, ma poco si sa della sua vita. Morì nel 1889 lontano dagli occhi del pubblico.

O’Shaughnessy, un medico e uomo di scienza che viveva nella ristretta mentalità dell’epoca vittoriana, era un sostenitore dell’idea di educazione medica nelle lingue native per le varie popolazioni.

Voleva anche che le fonti di medicina restassero disponibili a livello locale e venissero impiegate per fornire un aiuto economico.

Come insegnante, portava spesso gli studenti in escursioni nel giardino botanico per introdurli alle piante medicinali locali e nel 1837 preparò un manuale di chimica di cui furono stampate mille copie per l’uso a Calcutta.

La cosa più sorprendente di questa storia è che i principali usi medici della cannabis riconosciuti dalla scienza oggi sono ancora quelli che identificò a Calcutta William Brooke O’Shaughnessy più di 150 anni fa: come analgesico e come antispasmodico per malattie come l’epilessia.

Ma dal 1930, il suo uso cominciò a essere limitato. Nel 1937 la sua vendita negli Stati Uniti fu vietata, nel 1942 fu ritirata dall’enciclopedia farmacologica e dagli anni ’50 cominciarono ad essere introdotte multe per possesso.

Questa progressione fu simile in altri paesi e in Italia la storia non fu differente con leggi proibizioniste e iniziative coraggiose di riproporre la cannabis ad uso terapeutico.

Oggi, l’uso e l’accettazione della cannabis come trattamento medico rimane controverso e le leggi che la regolano continuano a cambiare in tutto il mondo.

Foto Wikipedia, elaborazione foto copertina Roberto Roverselli per CaffèBook

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