Oscar Wilde, il genio dell’anticonformismo

La perfezione è fatta di inezie, ma la perfezione non è un’inezia”.

Questo aforisma di Oscar Wilde esprime l’essenza di tutta la sua poetica:

l’estetismo implica accuratezza maniacale nei dettagli,

l’Arte e la Bellezza non ammettono approssimazioni.

Wilde
Oscar Wilde

Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde nacque a Dublino il 16 ottobre 1854 e la sua opera rappresentò il culmine del Decadentismo e dell’Estetismo;

in piena età vittoriana, questo dandy si dimostrò dotato di un anticonformismo e di un’ironia capaci di sconvolgere l’aplomb anglosassone e il rigore morale del suo tempo,

tanto da sostenere che il proprio secolo aveva saputo rispondere a tutto, fuorché alla morte e alla volgarità (il che significa non aver saputo trovare una soluzione agli unici due problemi veramente seri).

In un mondo in cui il progresso e l’utilità economica rappresentavano i sommi valori, egli si unì a quegli intellettuali che, portando avanti quel concetto di Arte per Arte che li rendeva indisponibili a inchinarsi a null’altro se non alla Bellezza, affrontò ogni ostacolo per realizzare il compito culturale ed esistenziale che si era prefisso.

La sua arma vincente? L’ironia:

Ho dei gusti semplicissimi, mi accontento sempre del meglio”.

Non fu facile incarnare fino in fondo un simile modo di concepire la realtà umana e sociale e un siffatto costume di vita in un Paese in cui la sovrana faceva coprire le gambe dei tavoli “per non suscitare pensieri peccaminosi”.

Wilde 2Fuori dagli schemi anche in amore, Wilde pagò la propria omosessualità con due anni di carcere, lasciandoci tuttavia una delle sue opere più ricche di pathos espressivo:

il “De prufundis”,

un’accorata lettera dedicata all’amato Alfred Douglas in cui egli analizza e comprende con dolore quanto quella relazione sia stata causa di tante lacrime e della sua stessa rovina,

senza tuttavia mai perdere lucidità, anzi vedendo chiaro ogni aspetto della vicenda proprio mediante la scrittura, che è l’essenza stessa dell’anima di Wilde.

Non vi sono libri morali o immorali: vi sono libri scritti bene e scritti male”.

Questa avalutatività dell’Arte, questo dichiarato di immoralismo, parafrasando André Gide, sottende il grande capolavoro wildiano: Il ritratto di Dorian Gray,

dove la ricerca della Bellezza in quanto valore assoluto non indietreggia neppure di fronte a una sorta di patto con il Demonio.

La splendida immagine del giovane raffigurato subisce uno sfregio in conseguenza a ogni sua azione malvagia, ma il viso e l’elegante figura rimangono inviolati, attraverso i decenni in cui Dorian persegue la propria ricerca di un ideale estetico che risulterà ineffabile.

Quel colpo di pugnale, volto a cancellare l’oscenità derivata dal nefando comportamento del protagonista, uccide lui, non la bruttezza ripugnante che egli vorrebbe cancellare: l’essenza dell’anima deturpata la vince sulla perfezione manifestata dal corpo.

Lord Henry Wotton, che nel romanzo è il portavoce dello stesso Wilde, plasma Dorian con la propria eloquenza, ne crea il destino così come Basil Hallward, il pittore, ne immortala l’immagine nel pieno del suo fascino;

in un gioco di specchi in cui ciò che appare si sostituisce alla realtà profonda delle cose, l’effigie all’essenza ontologica del protagonista,

Dorian non potrà sopportare la vista del ritratto mostruoso, poiché non basta coprire la bruttezza con un pesante drappo scuro per eliminarla dal mondo e da sé stessi.

Il manifesto dell’Estetismo trova dunque nel finale del romanzo una smentita?

Una simile chiave di lettura si accorderebbe con il gusto di Lord Wotton per i paradossi e i sofismi capaci di ribaltare ogni concetto; in realtà ogni conclusione definitiva, così come qualsiasi implicazione morale, è qui estranea agli intendimenti dell’opera, che al limite esprime quanto sia arduo pervenire al coronamento della ricerca della somma perfezione estetica; considerando poi che “la vita imita l’arte molto più di quanto l’arte non imiti la vita”, il gioco non è mai concluso, né fallito:

la ricerca prosegue, poiché un ideale va sempre perseguito senza pietrificarlo con un punto di arrivo invalicabile e al limite il dandy può sempre ricorrere a un appropriato escamotage:

O si è un’opera d’arte, o la si indossa”.