Borgo di Votigno: parole di pace tra Medioevo e Tibet

25 gennaio 1077. Votigno è un piccolo borgo a circa tre chilometri dal castello di Canossa, una delle residenze della Contessa Matilde, situato al centro di un feudo che comprende Lombardia, Toscana, Emilia e Romagna.

È inverno e, nonostante il territorio sia imbiancato e stia per scoppiare una bufera di neve, gli abitanti sono impegnati nelle azioni quotidiane.

Votigno è operoso e si anima fin dal mattino.

Gli animali domestici attraversano indisturbati le vie mentre gli artigiani e i mercanti iniziano le loro occupazioni nelle botteghe: il fabbro, il pellaio, il lanaiolo, il fornaio, il cerusico, l’oste, il banco dei saponi, delle candele, dell’erbario, dell’amanuense sono solo alcune delle attività che lo ravvivano.

Borgo di Votigno
Borgo di Votigno

Il ritmo del martello del fabbro, che forgia sull’incudine i ferri per i cavalli, crea una musica che accompagna il lavoro delle donne, intente a impagliare cesti e sedie.

Ma, a un certo punto, il suono si interrompe: un piccolo gruppo di pellegrini è arrivato per acquistare provviste e piantare le tende nei pressi di Canossa e tutti corrono a vedere.

No, non sono pellegrini!
Le voci si rincorrono: sono ambasciatori del Papa Gregorio VII.

No, sono messaggeri del re di Germania Enrico IV.

No! È il re scomunicato, Enrico IV, che si reca a Canossa per chiedere perdono al Papa, ospite della Contessa Matilde. Il gruppo che l’accompagna non reca con sé le insegne reali e questo ha confuso tutti.

Enrico IV è vestito di un semplice saio, il capo cosparso di cenere, accompagnato da un lungo bastone a cui si appoggia.

Attenderà scalzo, per tre giorni e tre notti, davanti all’ingresso del castello di Canossa e solo l’intercessione del suo padrino, l’abate Ugo di Cluny, e di Matilde, amica e consigliera del Papa, convinceranno Gregorio VII ad attribuire il perdono a un peccatore pentito, permettendogli di non perdere l’appoggio dei principi tedeschi.

25 gennaio 2018.

Borgo di Votigno: parole di pace tra Medioevo e Tibet 5Camminare per Votigno dona una serenità che stupisce: pare impossibile credere che, da qualche parte del mondo, stiano accadendo ingiustizie e drammi. Il tempo sembra essersi fermato, regalando una pace che rinfranca.

Si arriva al borgo situato su un crinale dichiarato patrimonio territoriale dell’UNESCO, percorrendo un viale al lato del quale si leggono frasi di Confucio, del Dalai Lama e di Madre Teresa di Calcutta.

La torre medioevale svetta sulle pietre del borgo: funge da avvistamento, difesa e rifugio in caso di attacco.

Il profilo dell’abitato è delineato da diverse case torri, dotate di porta sopraelevata a cui si accede tramite una scala retrattile.

I pensieri letti lungo il tragitto frullano nella testa, facendo riflettere, stimolati dall’aria magica che si respira: gli edifici sono magnifici e tutto è perfettamente in ordine.

Borgo di Votigno: tra Medioevo e TibetCi si aspetta di incontrare un abitante vestito con gli abiti dell’epoca di Matilde quando, arrivando nel centro, l’atmosfera medioevale è contaminata da presenze estranee: alcune statue di Buddha, un

Tempio tibetano accanto a una chiesetta dedicata a San Francesco, un Museo del Tibet e alcuni luoghi per la meditazione.

Nell’ingresso, da un capo all’altro dei cipressi, sventolano bandiere che recano le preghiere dei monaci mentre, su un grande masso, è dipinto un colorato “Buddha dell’accoglienza” realizzato, come il piccolo tempio buddista, da Tashi Lama, un abile pittore tibetano di fama internazionale.

Ma che c’entra il Tibet con un borgo medioevale che ha assistito allo svolgersi di un pezzo di storia medioevale?

1982. Il dottor Stefano Dallari, medico che vive ed esercita a Reggio Emilia, affascinato dalla cultura e dalla religione tibetana, si reca con il collega modenese Ugo Ferrari nel Ladakh, il Tibet indiano, per un’originale tesi di specializzazione in odontoiatria dal titolo: “I monaci buddisti tibetani hanno i denti cariati?”.

La conclusione del lavoro è che l’assenza di carie dei monaci sia dovuta all’alimentazione tradizionale priva di zuccheri, pur in assenza di igiene orale, mentre i bambini, che subiscono una dieta occidentale ricca di zuccheri, presentano malattie dentali che, senza adeguate cure, creano loro gravi problemi, costituendo una vera e propria piaga sociale.

Oltre a studiare il sorriso sulla bocca dei tibetani, Dallari conosce anche quello della loro anima: ciò che vive è talmente profondo da spingerlo a scrivere il libro “Sorridere con l’anima” in cui descrive una popolazione sempre gentile, pronta alla solidarietà, che vive in una società basata su rapporti equi e solidali.

Conosce il Dalai Lama, di cui ammira la politica ispirata al rispetto per la Natura, alla fratellanza universale, alla non violenza, alla realizzazione del bene per ogni essere vivente e alla percezione di un amore illimitato per tutti.

Una filosofia interpretata come “debolezza” dal governo cinese che ha occupato il Tibet militarmente nel 1950, reprimendo nel sangue ogni richiesta di autonomia e inducendo il Dalai Lama all’esilio.

L’esperienza arricchisce il medico reggiano, che decide di tornare periodicamente nel Ladakh per aiutare concretamente la popolazione: apre uno studio dentistico a Dharamsala, nel nord dell’India, la città in cui il Dalai Lama vive in esilio e uno a Bylakuppe, nel Sud, in cui assiste gratuitamente i profughi tibetani e forma i dentisti locali. Nel 2009 viene creata una clinica dentale in una tenda sulle montagne della regione posta tra le catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya.

Borgo di Votigno e TibetMarzo 1990. Dopo l’esperienza acquisita con i viaggi nel Tibet indiano, Dallari vuole divulgare in Italia la cultura di questo popolo fondando la Casa del Tibet Onlus a Votigno, prima realtà in Europa e unica nella nostra nazione.

Il borgo era stato recuperato con un lungo e paziente lavoro, a partire dagli anni Sessanta, che ne aveva rispettato le originarie caratteristiche: l’attività venne svolta da artigiani e volontari provenienti da tutto il mondo.

Un paese tornato a vivere grazie alla solidarietà delle persone non può che offrire il luogo ideale per ospitare e far conoscere la cultura tibetana.

La piazzetta del centro è dedicata a Giuseppe Barbieri, un artigiano locale abilissimo a lavorare la pietra, uno dei volontari che ha contribuito alla rinascita di Votigno.

Il silenzio che si respira e la bellezza del panorama incentivano una ricerca spirituale portata avanti con diverse iniziative: nell’abitato si può alloggiare in un Bed&Breakfast, vi sono spazi per tavole rotonde, seminari e corsi di meditazione zen, Reiki, danze sacre ma anche concerti di flauto indiano, mostre e, spesso, funge da scenario a suggestivi matrimoni.

Ogni anno si svolge un Ecomercato con bancarelle di prodotti biologici e di artigianato, con il sottofondo musicale di un piccolo busker’s festival coordinato dal musicista e disegnatore Gigi Cavalli Cocchi che, per alcuni anni, è stato il batterista del rocker Luciano Ligabue.

Nei mesi estivi alcune guide ambientali organizzano passeggiate serali in cui sono ammessi anche gli amici pelosi a quattro zampe.

Sono molteplici le attività con cui si ravvivano le vie di questo gioiello dell’architettura medioevale, riportandolo alla vitalità dei tempi passati.

25 ottobre 1999. Il 14° Dalai Lama, Tenzin Gyatso, dopo aver ricevuto la Cittadinanza Onoraria dei ventitré comuni matildici nella vicina S. Polo d’Enza, visita Votigno dove inaugura il Museo del Tibet, gestito dalla famiglia di un musicista e flautista tibetano, Nawang Dhundup, che vive nel borgo.

Sono presenti diverse personalità tra cui anche la cantante Ivana Spagna che ha composto una canzone, intitolata “10 marzo 1959“, ispirata alla data storica in cui il Paese delle Nevi, altro nome del Tibet, si è ribellato all’occupazione cinese subendo una repressione che ha portato alla morte di almeno 65.000 persone.

Il Dalai Lama ha apprezzato il piccolo Museo e i Thanka, i tipici dipinti tibetani che vi sono esposti. Ha dichiarato che Votigno è un luogo bellissimo, ideale per riposarsi e meditare.

“Alle persone che mi chiedono perché la cultura tibetana è così preziosa, rispondo che ha la capacità di mostrare i metodi per cambiare la mente e lo stato della propria interiorità.

Per questo ritengo che sia utile e possa dare un aiuto importante non solo al popolo tibetano, che segue la teoria buddista, ma a tutti gli esseri umani. Per questo è importante preservarla. La mia religione è una parola sola: gentilezza“.

Attraversare i vicoli dell’abitato di Votigno regala una sensazione di pace profonda.

È un borgo autentico che può preservare valori che sta perdendo chi vive nelle città, come la profondità del silenzio, l’ascolto interiore e il dialogo costruttivo con gli altri.

La meditazione insegnata non è una tecnica complicata: è la capacità di staccare “la spina” per rallentare e sintonizzarsi con il mondo reale.

Stefano Dallari racconta che è una medicina semplice, alla portata di tutti, con cui si può reagire ai mali del nostro tempo attraverso la forza di un sorriso proveniente dal profondo dell’anima.

In questi anni la casa del Tibet ha promosso iniziative con cui ispirare le istituzioni internazionali a una pacifica soluzione della questione tibetana improntata al dialogo, alla comprensione reciproca e alla non violenza.

Il Dalai Lama è stato contestato anche da una parte del suo popolo per l’atteggiamento giudicato troppo “remissivo” nei confronti del governo cinese.

Le violenze e i soprusi creano dolore e prostrazione difficili da accettare.

Le parole del Dalai Lama sono, però, molto significative perché indicano che l’unica strada da percorrere per dirimere le questioni umane non sia la violenza bensì la capacità di cambiare la mente e lo stato della propria interiorità, per vedere la realtà in maniera diversa. La filosofia tibetana insegna anche questo.

Un modo per affrontare contrasti e difficoltà che, nella società odierna, meriterebbe di essere divulgato per aiutare a risolverli in maniera differente da quella mostrata, nella quotidianità, dalle nostre cronache.

Una soluzione intuita da Tiziano Terzani che, dopo aver raccontato numerose guerre come inviato, concluse che l’unica rivoluzione in grado di apportare cambiamenti non fosse quella combattuta con armi e barricate bensì quella interiore:

Una trasformazione che dobbiamo portare avanti dentro di noi, nella nostra mente. La sola rivoluzione che è possibile fare è dentro di noi“.

É questo il messaggio che il borgo di Votigno cerca di diffondere all’umanità.

Foto del Borgo di Votigno di Paola Iotti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.