Lagâri Hasan Çelebi, il turco che volò su un razzo

Non è stato un americano, come si crede normalmente, ma un turco Lagâri Hasan Çelebi il primo aviatore. Secondo il racconto di un altro turco, Evliya Çelebi, Lagâri Hasan Çelebi ha compiuto il primo volo su un razzo propulso a polvere nera al termine del quale sarebbe ammarato sano e salvo.

L’anno? Il 1633, ma il racconto richiede qualche precisazione…

Lagâri Çelebi, turco u un razzo, barone di MünchhausenNella seconda metà del XVIII secolo giravano storie fantastiche raccontate dallo stesso barone di Münchhausen, un nobile e militare tedesco, che si incarnarono letterariamente nel romanzo Le avventure del barone di Münchhausen di Rudolf Erich Raspe.

Sono racconti di imprese divertenti e bizzarre fra le quali la più iconografica è, senza dubbio, quella che ha portato il barone a sfuggire al nemico salendo su una palla di cannone scappando così in un improbabile volo.

Ma, per quanto incredibile possa sembrare, questo volo senza precedenti… ebbe quello che possiamo considerare un precedente: il volo che un ottomano fece in un razzo un secolo prima.

Torniamo indietro, quindi, nel tempo all’anno 1633 per la precisione e cambiamo anche la posizione geografica per localizzarci a Istanbul.

Di fronte alla fertile immaginazione del millantatore teutonico, gli eventi accaduti a Istanbul in quell’anno sono di solito considerati veri, anche se le obiezioni scientifiche alla questione suggeriscono che potrebbe essere un’altra leggenda.

Lagâri Çelebi, turco su razzo, Evliya ÇelebiNaturalmente è tutto debitamente glissato dallo scrittore Evliya Çelebi che a volte dava anche alle sue storie un tono fantasioso, cosa normale in quei tempi fra i viaggiatori che mettevano le proprie esperienze su carta.

Ci basta ricordare le “inesattezze” che Marco Polo (Venezia, 1254 – Venezia, 8 gennaio 1324) dettò al suo compagno di cella Rustichello per le memorie Divisiment dou monde (Devisement du monde), noto in seguito, come “Il Milione” o alla storia lasciata Frate Marco da Nizza (Nizza, 1495 circa – Città del Messico, 25 marzo 1558) sull’esistenza delle sette città di Cibola.

In questo caso, la storia è documentata da Evliya Çelebi, il nome con cui è conosciuto il viandante Ibn Darwish Mehmed Zilli, nella sua opera Seyahatname (Libro dei viaggi).

Sono dieci volumi che contengono una descrizione dettagliata di tutti gli aspetti (storici, politici, geografici, economici …) dei popoli che facevano parte dell’Impero Ottomano, il risultato delle esperienze di viaggio dell’autore in questi territori per oltre quattro decenni.

I libri di Çelebi appartengono a quel genere letterario musulmano chiamato rihla, la narrativa del viaggio, originata nel XII secolo e tra i cui rappresentanti più illustri ci sono Abu Hamid al-Garnati (1080-1170), il valenciano Ibn Yubayr (1145-1210), l’Omar Patún di Avila (1491–1495) la cui rihla è scritta in spagnolo) e, soprattutto, il tangerino Ibn Battuta (1304- tra 1368 e il 1377).

Tra le cose che vengono raccontate nel Seyahatname (Libro dei viaggi) c’è un episodio insolito che vede protagonista un suo contemporaneo, anch’esso nato a Istanbul: Lagâri Hasan Çelebi.

Nel 1633 governava il sultano Murad IV, un uomo tanto corpulento (così testimoniano la sua armatura e le sue spade, conservate nel Palazzo Topkapi) quanto implacabile, il cui mandato fu caratterizzato dalla guerra contro Abbas I, l’istituzione di relazioni diplomatiche con l’impero Mughal, la promozione di costruzioni architettoniche e la riluttanza ad applicare la Sharia o Shariʿah.

Lagâri Çelebi, turco su razzo, Murad IVPur con questa durezza di carattere, Murad IV prese una consorte, Haseki Ayşe, che gli avrebbe dato una figlia.

In gravidanza, non sapendo se fosse un maschio o una femmina, (mentre si sperava che fosse un maschio per garantire la successione) fu organizzato uno degli spettacoli preparati per celebrare l’evento, e fu davvero straordinario.

Secondo Evliya Çelebi, Murad IV aveva solo una sposa sultana, appunto Haseki Ayşe, ma avrebbe avuto fino a trentadue fra figli maschi e femmine,

Lagâri Hasan Çelebi e il volo su un razzo

Il già citato Lagâri Hasan Çelebi promise di compiere un volo salendo su un razzo che sarebbe decollato da Sarayburnu, il promontorio che separa il Corno d’Oro dal Mar di Marmara e che si trovava proprio accanto al palazzo.

Gli ottomani usavano i razzi prima del 1453, quando esisteva ancora il nome di Costantinopoli prima della fine dell’impero bizantino (è noto persino il nome di un famoso costruttore e artigliere del XVII secolo, Bayramoglu Ali-Aga).

Probabilmente li avevano conosciuti dai mongoli, con i quali avevano buoni contatti commerciali perché confinanti, e questi, a loro volta, ne avevano appreso l’uso dai loro inventori, i cinesi, che inizialmente li utilizzavano come semplici elementi festivi delle loro cerimonie religiose preconfuciane, ma che in seguito li applicarono all’uso militare.

Lagâri Çelebi turco e razzo 2Probabilmente l’invenzione di Lagâri era costituita da una struttura metallica cilindrica all’interno della quale sarebbe rimasto protetto l’aviatore dai sette razzi che, attaccati ad essa, la circondavano.

Qualcosa di abbastanza lontano dai moderni razzi riciclabili (o meglio riutilizzabili, anche se non sempre…) con cui Elon Musk e altre imprese aerospaziali solcano la nostra atmosfera.

Per ottenere la spinta di questo predecessore dei nostri mezzi a propulsione sarebbero stati utilizzati 63,5 kg di polvere nera come propellente.

Non ne sappiamo più sul “mezzo”, né molto sul fatto, dal momento che lo scrittore archivia l’episodio con poche frasi. Non ci sono informazioni sul materiale con cui fosse fatta quella strana nave, né quanto tempo riuscì a restare in aria, il percorso che compì o… se fosse stato presente.

Lagâri Hasan Çelebi aveva un fratello di nome Ahmed Hezarfen Çelebi, che condivideva con lui la passione tanto che riuscì a planare dalla torre di Galata (Galata Kulesi in turco) con delle ali artificiali, e dopo un volo di 6 km, ad atterrare nel quartiere Scutari (in turco Üsküdar) sul lato asiatico.

Il Sultano gli diede un sacco di oro, ma poi ritenne che fosse “un uomo spaventoso” in grado di fare quello che voleva e, così per precauzione, lo esiliò in Algeria. Oggi è considerata una delle più grandi figure della scienza turca e un aeroporto della città porta il suo nome.

C’era una certa tradizione tra gli studiosi musulmani nel cercare di far volare l’uomo.

Il caso più famoso fu quello del famoso Abbás Ibn Firnás, che nell’anno 852 si lanciò da una torre a Cordova (in spagnolo Córdoba) usando una grande tela come paracadute. Soffrì solo alcuni lividi che non solo non lo dissuasero dal suo obiettivo, ma lo convinsero che si poteva fare di meglio.

Dopo ventitré anni di studi utilizzò ali di legno coperte di stoffa e piume. Il volo si concluse con le sue due gambe rotte nel brusco atterraggio, ma riuscì a restare una dozzina di minuti in aria davanti a una folla sbalordita; in seguito lasciò scritto che avrebbe dovuto aggiungere una coda alla sua invenzione.
Ritornando al caso dell’ottomano, secondo la storia di Evliya Çelebi, al momento in cui fu annunciato il parto della futura figlia di Murad, Lagâri Hasan Çelebi esclamò “Oh mio sultano! Sii benedetto, parlerò con Gesù!“. E accese la miccia iniziando il primo volo con il mezzo di cui abbiamo notizie (siano autentiche o meno).

Il razzo non avrebbe potuto rimanere in volo per molto tempo, naturalmente. I calcoli attuali dicono che con quella quantità di polvere da sparo non sarebbe rimasto in aria più di mezzo minuto, sufficiente per percorrere i metri che lo separavano dall’acqua e cadere dentro di essa, come farebbero i moduli spaziali del ventesimo secolo.

La narrazione del Seyahatname è piuttosto breve ma dice che, una volta raggiunta l’altezza massima, Lagari ha aperto alcune ali e si è separato dal razzo, questo è stato interpretato come se fosse stato munito di un qualche tipo di paracadute. Abbiamo già visto che non era un congegno sconosciuto (il paracadute) e che era già stato sperimentato sin dal Medioevo (con differenti esiti).

Grazie a questo paracadute, comunque, quello strano tipo di proto aeronauta non si schiantò violentemente sulla superficie del mare.

Il trionfante Lagari, probabilmente soddisfatto dell’esperienza, rientrato a nuoto dimostrò anche un invidiabile buon senso dello humour esclamando, in riferimento alle sue precedenti parole: “Oh mio sultano! Gesù le manda i suoi saluti!“.

Murad, grato per lo spettacolo, lo ricompensò nominandolo sipahi (cavaliere, titolare di un feudo, la versione equestre dei giannizzeri), oltre a concedergli una ricompensa d’argento.

Morì anni dopo combattendo in Crimea. E, come dice l’aforisma, se non è vero è ben trovato.