Il poeta maledetto, Charles Baudelaire, moriva il 31 agosto 1867.

Charles Baudelaire

C’è qualcosa di paradossale nella sua morte in un’anonima clinica parigina in rue du Dôme:

che un uomo così loquace esali il suo ultimo respiro senza poter parlare, vittima di afasia, una conseguenza della sifilide che lo accompagnava almeno dal 1860, quando, dopo un attacco, disse di sentire il leggero battito delle ali dell’imbecillità.

Nella tua vita ci sono una serie di episodi rilevanti che possiamo usare come un album di ricordi.

Il primo è nel febbraio del 1848, durante “La primavera dei popoli”.

Fu in quel periodo particolare della storia europea conosciuto anche come come La rivoluzione del 1848 in cui i popoli si ribellarono ai governi della Restaurazione e tentarono di sostituirli con governi liberali, non è un caso se si dice ancora “fare un quarantotto”…

Charles ha ventisette anni ed ha sprecato parte della eredità del padre e incita le barricate ribelli a porre fine alla vita del generale Aupick, sposato in seconde nozze a sua madre. Non gli prestarono molta attenzione.

Quella fu una costanza dei suoi giorni, gridare e notare una profonda indifferenza come per un bambino che ha perso la strada.

Quattro anni dopo la situazione politica è cambiata.

Napoleone III ha fondato il Secondo Impero e incaricato il suo prefetto, il potente Barone Haussmann, di riformare Parigi.

Le strade strette dovevano sparire per offrire dei larghi viali che evitavano la formazione di aria insalubre e sfavorivano cose spiacevoli come le rivoluzioni.

Il cambiamento sarebbe stato descritto anche così:

“Dalle tenebre siamo passati alla luce dei viali. Una casa assomiglia ad un’altra e lo stesso vale per gli uomini. Tutto si ripete all’unisono per generare una noia immensa”.

Baudelaire era un dandy e si doveva distinguere per atteggiamento e vestiario.

In questo vagabondaggio fra le novità capì che l’effimero del presente poteva anche essere chiamato modernità.

Improvvisamente le persone smisero di salutarsi a vicenda.

Nella poesia “A une passanteBaudelaire capisce il cambiamento radicale della nuova città, perché tutto il moderno deve essere urbano, dove non entrano la natura né i piaceri rurali.

Lui nell’incontro di sguardi con una ragazza percepisce l’amore e subito dopo osserva l’impossibilità di un altro incontro.

 

Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

 

                                             Un lampo… poi la notte! – Fuggitiva bellezza
                                             Il cui sguardo mi ha fatto improvvisamente rinascere,
                                             Non ti vedrò più che nell’eternità?

 

Ailleurs, bien loin d’ici! Trop tard! Jamais peut-être!
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
Ô toi que j’eusse aimée, ô toi que le savais!

 

                                              Altrove, molto lontano da qui! Troppo tardi! Forse mai!
                                              Poiché ignoro dove tu fuggi, né tu sai dove io vado,
                                              tu che avevi amato, tu che lo sapevi!

 

Da queste indagare era nata l’essenza della sua lirica.

Ma un altro aneddoto, spesso raccontato, trasforma la genesi fino al parossismo, e ci fa immaginare il poeta negli Champs-Élysées in piena costruzione.

Sta andando al bordello, non sappiamo se per incontrare la sua amata, la prostituta mulatta Jeanne Duval.

Nell’attraversare la strada, una carrozza lo infanga, il poeta perde la sua corona d’alloro, ma sale al bordello.

La solennità ne resta devastata.

 

Charles Baudelaire nella fine del mondo

La difficoltà di Baudelaire era quella di Manet e degli altri rivoluzionari borghesi della sua generazione: erano sull’orlo della fine di un mondo che si ostinava a negare la propria imminente scomparsa.

Il Secondo Impero era l’epoca di fantasmagorie, un’apoteosi dell’apparenza riluttante ad accettare un sole che, senza precedenti, sorgeva potente all’orizzonte.

Quando nel 1857 pubblicò la “I Fiori del Male” la società non poteva accettare quei versi.

Il suo fallimento tematico, conteneva lampi di trasgressione e di chiaroveggenza. Voleva raggiungere il fondo dell’ignoto per trovare il nuovo.

Erano una sentenza gridata che superava le soglie di una porta troppo stretta e da tempo bloccata.

La pubblicazione delle sue poesie fu uno scandalo che coinvolse l’autorità giudiziaria, lo stesso che era accaduto a Gustave Flaubert con la sua Madame Bovary.

Ma se il normanno finì con il raccontare che il suo era un personaggio, Baudelaire ricevette l’etichetta di morboso e il divieto di pubblicare sei poesie, che non poterono vedere la luce ufficialmente fino al 1949, riabilitate dalla Corte di Cassazione.

Baudelaire coltivò senza dubbio la sua maledizione, ma allo stesso tempo la voleva allontanare perché voleva il successo.

Jean-Paul Sartre lo spiega molto bene in un suo saggio sul poeta descrivendo Baudelaire in certi suoi comportamenti.

Nel 1863 voleva occupare un posto vacante presso l’Académie française.

Sainte-Beuve, critico dei critici, lo considerò un imbroglio, quasi un esperimento sociologico: un nome inesistente per le più alte istanze.

Eppure Baudelaire fu, senza dubbio, lo scrittore più puro del suo tempo, un autore che seppe compiere la sua funzione critica senza lasciarsi condizionare.

Secondo Paul Valéry, vide prima di chiunque l’importanza di Edgar Allan Poe, e fu simile a personaggi come Eugène Delacroix, Richard Wagner, Gustave Courbet e Édouard Manet.

Baudelaire è la bestia che abbatte il muro e prepara il passaggio ai paradigmi che avrebbero segnato la cultura occidentale per un secolo.

Il suo problema oggi è quello di molte altre icone, che sono diventate importanti per sfornare slogan piacevoli sulle magliette, decontestualizzare le loro frasi nelle reti sociali e sembrare molto celebrate quando di fatto sono cadute nell’amata trappola della banalizzazione.

Rimbaud, Joyce, Proust e molti altri sono molto menzionati e poco letti.

Servono sia per emozionare sia per convenienza, e con tale uso totalmente tossico il loro potere sciamanico viene annullato a beneficio di una presenza rappresentativa che li disattiva e li trasforma in uno atto effimero.

Forse questo completerà la serie di paradossi del personaggio.

Giudicò la fotografia qualcosa di mediocre, ma è ancora oggi uno dei primi totem immortalati dalla telecamera grazie al suo collega Nadar.

In quelle istantanee sembra pazzo, arrogante e molto orgoglioso.

Non fu una colpa dei “maledetti” per quanto accadde nella poesia in seguito, anche se il suo elfo fu la chiave per propagarlo come mito indistruttibile, che questo essere tali abbia poi dato molti poeti cattivi e peggiori versetti.

Se guardiamo altri grandi poeti, da Mallarmé a Eliot a Gil de Biedma: strinsero le mani alla poesia senza accettare quell’offerta avvelenata.

In ogni caso forse è giunto il momento di leggere Charles Baudelaire con occhi diversi e di valorizzare le chiavi meno superficiali della sua immensa eredità.

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