Il tema del rapporto intersoggettivo, che assume un ruolo di primaria importanza nel pensiero filosofico del Novecento, costituisce una delle problematiche fondamentali dell’opera di Jean-Paul Sartre, il quale ne ha offerto un’interpretazione a lungo meditata.

 

Egli sottolinea l’aspetto conflittuale delle relazioni umane e la difficoltà ad instaurare una comunicazione sincera ed autentica: da ciò derivano le sofferenze e il dolore che gli uomini si infliggono l’un l’altro.

   Le ragioni che inducono Sartre ad esprimersi con toni così negativi su tutto quanto riguarda il rapporto dell’individuo avec autrui derivano dalla constatazione che l’uomo subisce dai propri simili una violenza aberrante e paradossale: essi lo guardano e lo giudicano come se fosse un oggetto, disconoscendone ogni soggettività; ogni tentativo di sottrarsi a tale reificazione è inesorabilmente votato al fallimento.

L’unica difesa possibile è alzare a propria volta lo sguardo (parola che in Sartre assume una valenza terribile, dal punto di vista psicologico) sugli altri, per operare ai loro danni il medesimo processo di trascendimento.

A questo punto risulta indispensabile chiarire la differenza che il filosofo francese pone tra la sfera del pour-soi (per-sé), ovvero della coscienza di ogni individuo e quella extracoscienziale dell’en-soi (in-sé), che riguarda l’essere delle cose e si pone come correlato necessario della coscienza stessa.

 Il per-sé esercita sull’in-sé il proprio potere nullificante, modificandolo, servendosene a proprio piacimento per utilizzarlo in vista dei propri progetti.

Il problema sorge quando lo sguardo di un soggetto umano si posa su un proprio simile: ecco che egli risulta incapace di riconoscerlo come diverso dai semplici oggetti, di porlo sul proprio stesso piano.

Considerare un altro soggetto alla stregua di un oggetto significa sottoporlo alla peggiore degradazione, riducendolo a mera passività senza concedergli alcun potere di agire sul mondo che lo circonda.

Si perviene dunque alla radice di ogni impossibilità di un incontro reciproco e paritetico con l’altro: se ogni coscienza opera il processo di reificazione nei confronti delle altre, finirà per cogliersi come unico soggetto in un mondo completamente costituito da oggetti inerti.

A questo punto Sartre incontra il problema del solipsismo:

ne è del tutto conscio, tanto più che definisce il solipsismo stesso come un errore dal punto di vista gnoseologico.

Tuttavia quando si volge alla ricerca di un punto di vista superiore a quello meramente individuale, all’intersoggettività, al Noi, il pensatore francese si arena di fronte alla propria visione della coscienza singola, che fallisce nella ricerca di una via di comunicazione con le altre solitudini.

L’uomo sartriano è dunque condannato a rimanere solo con sé stesso, pur vivendo in mezzo agli altri?

Sartre non ha mai inteso mettere in dubbio che gli altri esistano; il fatto è che ogni coscienza li percepisce come assoluta estraneità, ovvero manca per me ogni contatto con l’individuo che io non sono:

il per-sé avverte di fronte all’altro per-sé un non-essere-questo analogo a quello sperimentato di fronte all’in-sé, ovvero alle cose ed assume un atteggiamento non dissimile a quello adottato innanzi agli oggetti; deve però prendere atto dell’impossibilità di ignorare la soggettività altrui quando riceve analogo trattamento da parte dell’altro: una reciprocità che tuttavia non offre alcun ausilio nel tentativo mancato di raggiungersi l’un l’altro; anzi, segna uno scacco definitivo.

L’altra coscienza c’è; il problema è riuscire a coglierla in quanto tale.

Quella illustrata da Sartre risulta in ultima analisi un’assoluta solitudine psicologica, conseguenza dello spiccato individualismo che caratterizza il suo pensiero d’anteguerra.

L’incontro con l’altro avviene solo sul piano di un aspro conflitto tra soggettività, ognuna delle quali sente minacciato il proprio potere di agire sul mondo secondo la propria volontà, vedendosi addirittura inglobare all’interno di esso.

Di fronte all’altro si prova insicurezza, timore, senso di impotenza: da lui non si riceve che infelicità. Queste sono le posizioni concettuali che sottendono il celebre romanzo “La Nausea” ed il saggio filosofico “L’Essere e il Nulla” e che conducono alla scioccante conclusione formulata nella pièce “A porte chiuse”: “l’enfer, c’est les autres” (l’inferno sono gli altri).

La guerra e la prigionia in un campo di concentramento nazista determineranno in Sartre un cambiamento che lo spingerà a superare, almeno in parte, la visione del tutto pessimistica della relation à autrui espressa ne “L’Essere e il Nulla”; non si creda tuttavia che egli sia passato alla sponda opposta del fiume, rinnegando in modo deciso le posizioni originarie: la lotta e la conflittualità tra gli individui non scompariranno nelle opere successive, pur facendosi strada l’idea di una possibilità di incontro e di comunicazione mediante un impegno (il famoso engagement” sartriano) volto alla realizzazione di un progetto esistenziale finalizzato ad agire sulla realtà e nella storia, come avviene nel caso dello scrittore, che scrive “per essere letto”, per esprimersi e comunicare il proprio pensiero agli altri, magari per sollecitarli ad agire a loro volta (come si legge in “Che cos’è la letteratura?”) o in quello politico del rivoluzionario, il quale mira a mutare le condizioni sociali ingiuste che opprimono le classi subalterne (si veda a tal proposito il saggio “Materialismo e Rivoluzione”).

In definitiva, nonostante nel dopoguerra si realizzi una svolta nella riflessione sartriana, l’accento posto sulla conflittualità permane.

L’altro resta in fondo sempre il “ladro di mondo” de “L’Essere e il Nulla”.

 

 

 

 

 

 ( foto dal sito espanol.rfi.fr, wikipedia.org)