La storia del giallo è un continuo rimando di nomi, somiglianze, analogie e similitudini.

Dal Dupin, protagonista dei primi racconti del mistero di Edgar Allan Poe al Lupin di Maurice Leblanc,

dal Sherlock Holmes di Conan Doyle alla sua caricatura Herlock Sholmes, nemico proprio del ladro gentiluomo,

dal socio di Sam Spade, Archer, nel Falcone Maltese di Hammett, al Lew Archer personaggio di Ross MacDonald, fino al detective Harper (stesso personaggio ma nome cambiato per il cinema da Paul Newman),

da Hammett stesso a Hammer, il brutale poliziotto privato di Mickey Spillane, a Ellery Queen, che è sia il nome del protagonista di una lunga serie di romanzi e racconti che lo pseudonimo dei due autori,

da Velma di Addio mia amata di Chandler a Velda la segretaria e donna amata da Mike Hammer…

 

Questi quelli che mi vengono in mente, ma l’elenco non si ferma certo qui. Insomma, bisogna stare attenti a non far confusione e confondersi.

Wade Miller è lo pseudonimo comune dietro il quale si celavano due autori:

Bill Miller e Robert Wade, che nel corso della loro carriera hanno pubblicato anche sotto i nomi di Will Daemer e Dale Wilmer (anagrammi di Wade Miller) e infine Whit Masterson.

Bill e io ci conoscemmo all’età di dodici anni, quando studiavamo il violino con lo stesso maestro. Né io né lui avevamo la minima attitudine per quello strumento” dice Wade, nel corso di un’intervista.

Avremmo preferito di gran lunga il pianoforte, ma le nostre famiglie non potevano permettersi il lusso di comprarne uno. Circa nello stesso periodo fummo invitati dal professore di lettere ad organizzare uno spettacolo per i compagni. Così scrivemmo un dramma in un atto (incidentalmente un mistery). Il lavoro ottenne un’ottima accoglienza da parte del pubblico ma, quello che più conta, ci fece scoprire che ci piaceva un sacco lavorare assieme“.

Il loro primo romanzo giallo fu Deadly weapon (1946), e fu scritto per corrispondenza durante la seconda guerra mondiale. Entrambi erano infatti arruolati in aviazione ma, mentre Miller si trovava nel Pacifico, Wade era in Europa.

Di fronte ad una coppia di scrittori che creano assieme i loro romanzi viene da chiedersi come procedano di fatto nel lavoro. A questa domanda, loro ironicamente erano soliti rispondere:

Wade scrive i sostantivi e Miller i verbi“.

In realtà” scriveva Alberto Tedeschisembra che il loro metodo si richiamasse un poco a quello che si può usare per la costruzione di una casa: ognuno porta il proprio contributo a seconda del suo talento e di ciò che gli è più congeniale“.

Alla stessa domanda, Robert Wade spiega più dettagliatamente:

Non ci può essere una sola risposta a questa domanda, perché ogni equipe trova la propria formula. Nel nostro caso, trovavamo un’idea interessante, ne parlavamo a lungo e preparavamo una scaletta dettagliata. Poi uno dei due scriveva una prima stesura completa. L’altro fungeva da estensore e cioè riscriveva tutto da cima a fondo. Revisioni e rifiniture venivano fatte congiuntamente.

La chiave della loro perfetta intesa era il rispetto per il gusto e le opinioni del partner, tanto che in tutti gli anni della loro collaborazione sembra non ci sia mai stato un serio screzio.

Alla fine il risultato furono 33 romanzi, e poi racconti, sceneggiature radiofoniche, cinematografiche e televisive.

Alla morte di Miller, nel 1961, Wade continuò a scrivere con il proprio nome e con lo pseudonimo Whit Masterson fino al 2012, quando, malgrado l’età avanzata (era nato nel 1920), pochi giorni prima di morire scrisse la sua ultima recensione per una rubrica mensile di romanzi polizieschi per un quotidiano di San Diego.

Proprio da un romanzo firmato Whit Masterson , Badge of evil (scritto però nel 1956, all’epoca della collaborazione con Miller) Orson Welles trasse l’ormai mitico noir Touch of evil (L’infernale Quinlan) nel 1958.

Per ragioni anagrafiche Wade Miller fu collocato come autore Hardboiled di seconda generazione.

Al ritorno della guerra i due soci avevano dato alle stampe il loro secondo romanzo, Guilty Bastander (Quattro giorni di guai, 1947) nel quale faceva la sua prima comparsa il detective privato Max Thursday, di San Diego.

Sarà la prima di sei avventure incentrate su questo personaggio, uomo discreto, a volte gentile, che svolge uno sporco e duro lavoro, e che fu definito “uno tra i più credibili fra tutti gli investigatori privati della letteratura gialla”.

“Quattro giorni di guai” fu paragonato a “Io, la giuria” (è dello stesso anno l’uscita del romanzo di Mickey Spillane con Mike Hammer protagonista) e fu portato sul grande schermo nel 1950, interpretato da Zachary Scott.

Alla domanda: “Chi sono i maestri del poliziesco?”

Wade risponde: “I miei preferiti sono Dashiell Hammett per la sua originalità, Raymond Chandler per lo stile, Philip MacDonald per il modo di raccontare, Ellery Queen per gli intrecci e G.K. Chesterton per i suoi rompicapo”.

E quando gli si chiese che fine aveva fatto Max Thursday, che nell’ultimo romanzo finiva con un braccio rotto in mezzo all’immondizia, Wade confidò che “Max, che il Saturday Review ha definito un investigatore privato tra i migliori, merita certamente una sorte diversa. Uno di questi giorni l’avrà“.

Sono passati molti anni da questa affermazione, ma purtroppo Wade non ha mai mantenuto la promessa. Probabilmente, in un non lontano futuro, un apocrifo farà tornare in vita quello che era un eroe da non abbandonare così presto.

A proposito di analogie e similitudini nella storia del giallo, mi viene in mente che la descrizione del detective Max Thursdayindividuo alto, magro, dagli occhi un po’ infossati ma dallo sguardo pungente, viso asciutto e scarno, e naso aquilino” che ne hanno dato gli autori, somiglia stranamente a quella che Conan Doyle fece tramite il fedele Watson del genio investigatore Sherlock Holmes, in Uno studio in rosso:

La statura di Holmes superava il metro e ottanta ed egli era tanto magro che sembrava più alto. Aveva gli occhi acuti e penetranti, salvo in quei periodi di torpore di cui ho fatto cenno; il naso, affilato e un po’ adunco, conferiva al viso un’espressione vigilante e decisa. Anche il mento, quadrato e pronunciato, denotava in lui una salda volontà“.

E che Umberto Eco riprende praticamente parola per parola nel primo capitolo de Il nome della rosa per Guglielmo da Baskerville:

La sua statura superava quella di un uomo normale ed era tanto magro che sembrava più alto. Aveva gli occhi acuti e penetranti, il naso affilato e un po’ adunco conferiva al suo volto l’espressione di uno che vigili, salvo nei momenti di torpore di cui dirò. Anche il mento denunciava in lui una salda volontà…

D’altra parte, si sa, il messaggio de Il nome della rosa è: i libri parlano ai libri…

Oddio, adesso che ci penso… Baskerville come il celebre Mastino dello stesso Doyle!

 

 

(disegno nella foto di Giuliano Fontanella elaborazione A.C.)