Il disegno nella foto di Giuliano Fontanella riproduce Humphrey Bogart in

 

 

“Acquistare grazia senza perdere forza, questa è la cosa più difficile”, è stato il motto artistico di Raymond Chandler.

 

Nato a Chicago nel 1888, ma di formazione inglese (studia a Londra), trascorre infanzia e giovinezza con la madre, divorziata. Al suo ritorno in America dopo la prima guerra mondiale svolge vari lavori, poi entra nel mondo degli affari, diventa direttore di una mezza dozzina di compagnie petrolifere, finchè la Grande Depressione non lo rende disoccupato. Nel frattempo la madre era morta, e lui si era successivamente sposato con Cecily Bowen (lei al terzo matrimonio), di 18 anni più vecchia.

Nel 1933, a 45 anni, tornando alla sua aspirazione giovanile di scrivere, compone il suo primo racconto, “I ricattatori non sparano“, nel quale ricalca fedelmente le orme di Dashiell Hammett.

Raymond Chandler

Il racconto ha per personaggio principale un detective di nome Mallory, ed era un primo tentativo di creare quello che, circa sei anni dopo, sarebbe diventato il protagonista di tutti i suoi romanzi (7 in tutto, se si escludono i primi capitoli di The Poddle springs Story, rimasto incompiuto): Philip Marlowe.

Ma nel giro dei pochi anni precedenti l’uscita del primo romanzo, “Il grande sonno“, l’autore ebbe il tempo per distaccarsi dal modello, spingendosi verso altri confini. Dal tipo d’eroe duro e violento di Hammett, nacque un detective più distaccato e autoironico, e Chandler narrò le sue avventure con uno stile elegante, ricco di sottigliezze e sfumature, metafore e similitudini, aggiungendo alla brutalità intrinseca delle storie una sorta di lirica violenza, una poetica decadenza.

Riuscì insomma, con quella e con le altre sue opere, nel suo intento di elevare una forma narrativa di per sè relegata agli scaffali bassi delle librerie, se non addirittura alle edicole, al rango di vera letteratura.

Il suo altro manifesto artistico era questo:

“Nell’arte occorre sempre un principio di redenzione. Può essere alta tragedia, ironia, pietà, o l’aspra risata del forte… Nel poliziesco realistico è il detective. E’ l’eroe, è tutto. Un uomo completo, comune, eppure come se ne incontrano pochi. Il miglior uomo di questo mondo e abbastanza buono per qualsiasi altro mondo…”

Ovviamente viene spontaneo chiedersi: può essere realistico un romanzo che provenga da una simile utopia?

Lo stesso Chandler, dopo un maldestro tentativo di sucidio in seguito alla morte dell’amata ma in fondo tirannica “madre sostituta” Cissy, affermò:

“Non esistono persone come lui” riferendosi al suo unico “figlio” Marlowenella realtà i detective privati sono sporchi ometti che si occupano di divorzi…”

Nonostante Chandler abbia avuto sempre un rapporto conflittuale con Hollywood, dai suoi libri furono tratti vari film, i più importanti dei quali rimangono a tutt’oggi:

Il grande sonno” di Howard Hawks, con la magnifica interpretazione di Humphrey Bogart (che era già reduce del personaggio di Sam Spade ne “Il mistero del falco” da Hammett),

e “Il lungo addio“, con Elliott Gould. In quest’ultima pellicola Robert Altman, che ne fu il regista, pur tradendo nel finale lo spirito del personaggio, ha saputo trarne una lettura poetica ed originale.

Ne “L’investigatore MarloweJames Garner ne ha dato invece una brillante e forse superficiale interpretazione, in netto contrasto con quella fin troppo crepuscolare delle due pellicole con Robert Mitchum.

Le trame contorte dei romanzi di Chandler derivano in parte dall’assunto del leggendario Capitano Joseph T.Shaw, direttore del pulp magazine “Black Mask“: “Se avete qualche dubbio, fate entrare qualcuno con la pistola in pugno“… e bisogna ammettere che ancor oggi mettono in difficoltà ben più che un lettore. Ma ormai era nato un nuovo tipo di poliziesco, non era più necessario capire tutto e mettere ogni tassello della storia al posto giusto, come invece succedeva per il giallo all’inglese.

A tal proposito, in una lettera del ’49, Chandler ricorda:

… quando Howard Hawks girava il film, lui e Bogart ebbero una discussione a proposito di uno dei personaggi, se cioè veniva assassinato o si suicidava. Mi mandarono un telegramma, chiedendolo a me e, maledizione, non lo sapevo neppure io…

Vista l’ironia di cui sono impregnati i romanzi con Philip Marlowe protagonista, e il loro punto di vista così personale, Chandler non avrebbe potuto raccontarne le vicissitudini che in prima persona, perciò mi pare adatto concludere con un’ultima citazione dalle sue lettere:

Si direbbe che l’artista creatore sia quasi l’unica specie d’uomo che è assolutamente impossibile incontrare su un terreno neutro: Puoi solo incontrarlo come artista. Non vede niente obiettivamente, perchè il suo io è sempre presente in ogni scena, in primo piano. Quando non parla della sua arte, ciò che capita di rado, ci pensa“.

(disegno di Giuliano Fontanella)