Con la serie di articoli intitolati “Quelli dell’Hardboiled School

ho voluto presentare quelli che, a mio parere, sono stati gli scrittori più importanti dell’epoca d’oro del giallo americano.

Con “I duri dell”Hardboiled

voglio invece parlare più approfonditamente di alcuni loro principali personaggi (anche se talvolta è difficile distinguere il creatore dalla creatura, perché tutto, in definitiva, ha un fondo autobiografico), quelli che hanno poi creato una scia di imitatori e di epigoni, e del perché essi siano stati così influenti per lo sviluppo del giallo e del noir moderno.

 

Ovviamente sono costretto a ripartire da Dashiell Hammett, proclamato da tutti fondatore della Scuola dei duri, e dalla cui opera tutta la corrente letteraria ha avuto origine.

Quando negli anni Venti del secolo scorso Hammett pubblicava ancora racconti per la rivista pulp più in voga, Black Mask, usava come motore per le sue storie Continental Op, sorta di prototipo d’investigatore, senza nome, fornendone una descrizione sommaria, di modo che praticamente ogni maschio americano vi si potesse identificare.

Non si trattava di una figura particolarmente affascinante, né dotata di chissà quali doti investigative o fiuto particolari.

Era un personaggio realistico, che risolveva casi per conto della grossa agenzia per la quale lavorava (Hammett stesso aveva lavorato per la Pinkerton).

Una sorta di Grande Vecchio assegnava all’Op l’incarico (un po’ come succederà più tardi con James Bond e il capo dell’MI6) e lui partiva per occuparsene.

Ma, dopo aver raggiunto un solido successo con i primi due romanzi pubblicati,

The Dain curse (Il bacio della violenza, 1928)

e Red harvest (Piombo e sangue, 1929),

Hammett abbandona il personaggio anonimo per crearne uno che più caratterizzato non avrebbe potuto essere.

La mascella di Samuel Spade era ossuta e pronunciata, il suo mento era una V appuntita sotto la mobile V della bocca. Le narici disegnavano un’altra V, più piccola. Aveva occhi giallo-grigi, orizzontali. Il motivo della V era ripreso dalle spesse sopracciglia che si diramavano da due rughe gemelle al di sopra del naso aquilino e l’attaccatura dei capelli castano chiari scendeva a punta sulla fronte partendo da un’ampia stempiatura. Somigliava, in modo abbastanza attraente, a un diavolo biondo.”

È il folgorante e visivo inizio de The Maltese Falcon (Il Falcone Maltese, 1929), che si può tranquillamente considerare “Il Noir” per eccellenza.

In questo caso lo scrittore sceglie di personalizzare il suo eroe in una maniera precisa, tagliata con l’accetta, di farlo subito entrare in scena come un “duro” di prima categoria e di prenderne immediatamente anche le distanze (seppure nelle foto del bell’Hammett giovane si può ritrovare quasi integralmente la descrizione di Spade) raccontando la sua avventura non più in prima, come nei racconti dell’Op, ma in terza persona.

Con l’adozione di un punto di vista esterno Hammett imprime maggiore incisività alla caratterizzazione di Spade, facendone l’incarnazione romantica del codice del detective privato.

L’investigatore non discute mai del caso in cui si trova coinvolto, e la storia viene raccontata soltanto per mezzo dei dialoghi e delle azioni dei personaggi.

Hammett aveva lavorato al romanzo per quasi un anno, un periodo piuttosto lungo per i suoi gusti. Mentre i precedenti libri erano stati scritti per essere pubblicati a puntate, ed erano in definitiva una serie di racconti interconnessi, Il Falcone nasce come romanzo a tutti gli effetti e rappresentava, scrisse Hammett stesso, “il meglio che fossi capace di scrivere nel momento in cui lo scrivevo“.

L’editore pubblicò il romanzo in cinque parti, che uscirono mensilmente tra il settembre 1929 e il gennaio 1930, ma Hammett non concesse nulla alla pubblicazione in rivista, niente colpi di scena né stacchi concertati in funzione dell’attesa delle puntate successive.

Al suo terzo volume, egli aveva creato un nuovo detective, un tipo ostinato, abituato a lavorare in maniera indipendente, talvolta al di fuori della legge, che reagisce con violenza alla violenza.

Come il suo predecessore incarna lo stesso codice morale, possiede chiara l’idea di ciò che è giusto e sbagliato, disprezza la corruzione e l’incompetenza nella polizia, tuttavia rispettando con una certa riluttanza i poliziotti onesti.

Lui stesso non è del tutto onesto e senza macchia, intrattiene infatti una relazione con la moglie del suo partner, Archer, cosa che non gli impedirà di cercare di acciuffarne l’assassino, quando lo stesso socio verrà ucciso.

Spade non ha avuto modelli” scriverà Hammett nell’introduzione per l’edizione Modern Library del 1934 “

è una creatura ideale nel senso che è ciò che la maggior parte dei detective privati con cui ho lavorato avrebbe voluto essere e ciò a cui, nei momenti di maggior presunzione, hanno pensato di essersi avvicinati.

Poiché l’investigatore non vuole (o non voleva dieci anni fa quando era mio collega) essere un erudito solutore di indovinelli, alla Sherlock Holmes; vuole essere un tipo duro e scaltro, in grado di badare a sé stesso in qualsiasi situazione, e capace di tirare fuori il meglio da chiunque incontra, criminale, testimone innocente o cliente che sia“.

Per il suo cinismo, Spade è stato giudicato dalla critica di volta in volta stupido o corrotto ma, naturalmente, non è né l’una né l’altra cosa. Fa il suo lavoro come può e sa fare, usando il buon senso che gli viene dall’esperienza e dall’istinto di sopravvivenza.

Quel che è certo è che la sua comparsa sulla scena del romanzo poliziesco americano spazza via definitivamente le figure alla Philo Vance, con la loro prosopopea enciclopedica e la tronfia onnipotenza, facendole diventare ridicole e sorpassate all’istante.

Nell’America di quegli anni il giallo classico sopravvive soprattutto con Ellery Queen (le cui storie hanno comunque ben più spessore di quelle di Van Dine, vari livelli di lettura, e che in vari casi sfiorano perfino il metafisico) e poi con il Nero Wolfe di Rex Stout, altro personaggio degno di nota, le cui avventure fondamentalmente “all’inglese” hanno resistito al passare degli anni e delle mode.

Qui non ci sono le grossolane indagini delle riviste da dieci centesimi l’una” scrisse Donald Douglas sul New republic a proposito del Falcone Maltese. “Qui c’è la presenza genuina del mito. Nessuno, oltre a Mr Hammett, potrebbe aver ordito una tale maglia di acciaio argentato“.

Walter Brooks aggiunse:

Questa non è solo la miglior detective story che ci sia mai capitato di leggere, è un romanzo scritto straordinariamente bene. Tra i contemporanei di Hammett, pochi sono in grado di produrre una prosa così chiara, intensa e realistica“.

Ted Shane, del Judge, dichiarò:

La scrittura è migliore di quella di Hemingway, perché dissimula non la dolcezza, ma la durezza“.

Sulla trama del romanzo non voglio dire nulla, né dilungarmi sul pretesto storico dell’ordine religioso degli Ospedalieri di San Giovanni e del falco tempestato di pietre preziose (simbolo nel romanzo della ricerca di un sogno inafferrabile) che essi dovevano donare all’Imperatore Carlo V in tributo per la concessione di quattro isole (Malta, Tripoli, Goro e Comino).

Né mi perderò in chiacchiere a proposito del fatto che Hammett, in questo romanzo, introduce il tema dell’omossesualità nel romanzo poliziesco nel personaggio di Joel Cairo (uno dei ricercatori del famoso Falco), riesce a rendere alla perfezione il fascino nebbioso di una San Francisco ancora non impreziosita dal Golden Gate, e consolida la figura della dark lady, alla quale fin dal 1924 aveva cercato di dare vita con il suo lavoro letterario.

Dirò invece che l’importanza che Il Falcone Maltese ricopre come capostipite Hardboiled e che Sam Spade ottiene come prototipo di ogni altro investigatore privato nato dopo di lui, dipendono in parte dal fatto che questa è l’unica storia in cui compare l’eroe.

E’ pur vero che più tardi Hammett scrisse tre racconti con Spade protagonista, cercando di capitalizzare la popolarità raggiunta col libro, ma non si tratta purtroppo delle migliori prove dell’autore.

Possiamo solo immaginare però cosa avrebbe potuto fare se avesse scritto una serie di storie incentrate sul suo personaggio più forte e caratteristico.

Ma lo scrittore era un incostante.

Sono alto, asciutto, grigio di capelli e molto pigro” aveva rivelato nel 24. E poi: “non ho nessunissima ambizione, nel senso comune del termine; mi piace vivere il più possibile vicino al centro di grandi città, e non ho né svaghi né hobby“.

Come Spade?

Nei romanzi successivi crea altri personaggi degni di nota: Ned Beaumon, una sorta di gentiluomo-tirapiedi di un ambiguo uomo politico, in The glass key (La chiave di vetro, 1930), libro che lo scrittore prediligeva, e Nick Charles, ne The thin man (L’uomo ombra,1934), che fu scritto sicuramente sotto l’influenza dell’ambiente teatrale, visto che da anni l’autore si accompagnava alla commediografa Lillian Hellman.

Egli dirà più tardi che il Falcone gli sembrava “troppo costruito” e che L’uomo ombralo aveva sempre annoiato“.

Fortunatamente non tutti furono d’accordo con la sua dura autocritica. A cominciare dal cinema, che sfruttò L’uomo ombra creando una serie pressoché infinita di commediole gialle dai dialoghi brillanti, ma che nulla avevano a che fare con la purezza di diamante delle scene e del parlato del libro.

Mi è sempre dispiaciuto, in un certo senso, che Humphrey Bogart abbia impersonato sul grande schermo sia Sam Spade ne Il mistero del falco di John Huston (l’unico memorabile tra i tre film tratti dal romanzo) che il Philip Marlowe da Il grande sonno di Raymond Chandler, creando forse una certa confusione nei meno esperti del genere.

Bogart non aveva nulla, fisicamente, del Sam Spade descritto nel libro, né l’altezza, né i capelli chiari, niente sopracciglia spesse e naso aquilino, ma riuscì a supplire le mancanze con la solidità della recitazione, capace di rendere dal di dentro la solitudine dell’eroe urbano.

Hammett aveva conosciuto la Hellmann nel 1930, e con lei i suoi amici. Tutti intellettuali, laureati, gente colta e brillante, classici personaggi alla Scott Fitgerald. Non certo persone che consideravano la detective story alla stessa stregua della vera letteratura.

Mi sono fatto l’idea, non supportata da fatti storici veri e propri, che forse Hammett, uomo dalla modesta istruzione ma con desiderio di fama letteraria, pensò che la popolarità raggiunta con i suoi libri fosse solo dovuta alla fortuna e cominciò a vergognarsi un poco del suo lavoro.

A quel punto avrebbe voluto creare qualcosa di “letterario”, per ottenere l’approvazione della cerchia di amicizie. Ma il suo solo campo di azione era la detective story, e così finì per giudicarsi incapace di scrivere.

Joe Gores, lo studioso ammiratore di Hammett, afferma che per supportare la tesi basti confrontare l’abbozzo dell‘Uomo ombra del 1930 con la versione definitiva del 34.

Il primo, dice, è in stile Hammett; di uno cioè che conosce il mestiere di detective e ne è orgoglioso.

Poi quattro anni passano e tutto cambia. Hammett si obbliga a scrivere chiudendosi in un albergo per settimane intere, senza più sbronze, feste e baldorie.

Ma ormai ha perso la sicurezza nel controllo delle situazioni impreviste e la spavalderia tipica del suo Sam Spade. Si è trasformato in Nick Charles, affascinante ex detective alcoolizzato, che sembra non prendere nulla sul serio, e che vive amministrando il patrimonio della ricca e bella moglie Nora.

Charles viene sollecitato da più parti a risolvere il caso, ma l’unica cosa che desidera veramente è poter tornare a bere. Come Hammett.

Lo scrittore che ormai non credeva più nel mondo in cui era vissuto e che aveva creato, e che da quel momento lasciò per sempre la macchina da scrivere.

Sbagliando in pieno, penso. Non mi trovo d’accordo neanche con Gores, dato che L’uomo ombra nella sua versione definitiva è sempre stato uno dei miei romanzi preferiti. Pur non credendoci del tutto, con questo libro Hammett aveva sicuramente intrapreso un’altra strada giusta.

Quel che sembra certo in compenso, è che le sue capacità letterarie da quel momento in poi furono riversate nelle opere della Hellman.

C’è chi dice che la sua impronta di grande scrittore traspare dappertutto.

 

 

 

(disegno nella foto di Giuliano Fontanella)