Tardi ho conosciuto la scrittura
Tanto antica, eppure tanto nuova.
La sua voce ha vinto la mia sordità.
La sua luce ha illuminato la mia cecità.
Ma sei apparsa, ti ho gustato e ora
Non posso fare a meno di te.

Questi versi sono di Giuseppe Carnovale, un semianalfabeta che, mentre scontava una pena in carcere, ha scoperto il potere della poesia, si è impegnato per imparare ed è riuscito a pubblicare i suoi testi in una raccolta dal titolo “Nessuna pagina rimanga bianca”.

In carcere si entra perché si è commesso un reato e la pena detentiva dovrebbe servire a far comprendere all’individuo di aver commesso qualcosa di grave, allontanandolo dalla società in cui può costituire ancora pericolo col fine di rieducarlo, per fargli capire l’errore e permetterne il reinserimento nella collettività.

Elio Fassone, magistrato, componente del Consiglio Superiore della Magistratura e senatore per due legislature, è autore del libro “Fine pena: ora” in cui racconta la corrispondenza epistolare durata ventisei anni con un ergastolano da lui condannato. Il giudice s’interroga sul senso della pena e riferisce una frase dell’uomo: «se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia».

Ho ascoltato un carcerato sostenere che la prigione incattivisce le persone, rendendole peggiori di quel che erano prima.

Ad alcuni viene offerta l’opportunità di partecipare, una volta la settimana, ad un laboratorio di scrittura e lettura.

Succede nel carcere di Opera, a Milano, che contiene il maggior numero di detenuti in Italia e anche il regime carcerario più duro, come il 41-bis, l’E.I.V. (elevato indice di vigilanza) e l’A.S. (alta sicurezza).

Il progetto si chiama Leggere libera-mente e viene condotto, a titolo volontario, dalla professoressa Silvana Ceruti.

I commenti di chi partecipa sono illuminanti.

C’è chi afferma di aver trascorso ore di libertà vivendo sensazioni nuove, lontane dai discorsi ascoltati quotidianamente su malattie e malavita, come se si fosse trovato su un altro pianeta, finalmente occupato con qualcosa di diverso.

Altri raccontano di aver scoperto la libertà nel carcere, sentendosi liberi dentro e capaci di volare, riuscendo a pensare per un attimo a un futuro migliore.

Gli psichiatri parlano di Biblioterapia riferendosi a una attività che porta alla crescita personale, ma chi ama leggere e scrivere ne conosce perfettamente gli effetti positivi:

stimolo della capacità d’ascolto e d’immedesimazione negli altri, osservazione di differenti realtà per allargare la mente, facilitazione delle relazioni con gli altri e con sé stessi.

In un carcere il valore terapeutico aumenta perché arricchisce gli argomenti di conversazione, permettendo di mantenere un rapporto con i parenti, soprattutto i figli, dando l’opportunità di confrontarsi con altre posizioni, di esprimere meglio i sentimenti senza sfociare in azioni aggressive, sviluppando un’analisi introspettiva che consente di valutare criticamente il proprio operato e, non meno importante, di fuggire dalla quotidianità di un ambiente terribile, evadendo le regole malavitose con pensieri alternativi.

Poesia in Carcere

In questo frangente un libro costituisce una medicina perché aiuta le persone a riflettere mediante l’osservazione di come altri hanno affrontato analoghe difficoltà: stimola lo sviluppo di abilità empatiche, crea la consapevolezza di come lo stesso problema possa essere visto attraverso prospettive diverse, fa comprendere come, talvolta, le avversità possano rafforzare e migliorare gli individui.

La poesia spesso nasce dalla sofferenza.

Chi è in prigione ha fatto patire molte persone ma è obbligato a vivere privato della libertà, avvolto in un silenzio e in un tempo che pare non scorrere mai: i ricordi si dissolvono e ci si allontana da famiglia ed esistenza.

Lettura e scrittura aiutano a riacquistare la coscienza necessaria per comprendere l’importanza della vita e della libertà, per trasformare il tempo ossessionante in un amico che permette di sognare, elevandosi con le ali della mente e conoscere il significato della parola speranza.

La poesia diventa strumento per rielaborare il dolore interiore, il rimorso e il senso di colpa; per liberarsi dal dolore, redimersi e sollevarsi dal buio in cui si era caduti e, infine, per sperare. Fa nascere la speranza di uscire dalla prigione in cui si è rinchiusi, ma anche di liberare l’anima dalla cella in cui era stata segregata.

La detenzione dovrebbe distogliere i condannati dal percorso di violenza e dare un senso all’esistenza, per evitare che chi esce ripeta il vecchio cammino in quanto l’unico conosciuto.
Il linguaggio poetico e letterario può aiutare a mutare schemi, paure e timori, trovando un punto d’incontro e di riscatto.

I partecipanti raccontano che, stare assieme in biblioteca condividendo l’amore e la passione per la poesia, costituisca qualcosa di prezioso: il clima negli altri ambienti del carcere è ben diverso e sottolineano quanto apprezzino la relazione che si crea fra loro, grazie alla lettura dei loro versi.

«Con la poesia le parole arrivano direttamente al cuore, passando per la mente, facendoti riflettere e sognare a occhi aperti».
«Perché scriviamo?»
«Per cercare di esternare le nostre emozioni»
«Io per me stesso»
«Per comunicare»
«Per migliorare il mio stato d’animo, per stare meglio».

È vero: scrivere e leggere aiutano a stare meglio.

Giuseppe Carnovale, i cui versi iniziano questo articolo, ha imparato a leggere in prigione e il caso lo ha portato a scrivere poesie.

Era stato sollecitato da un compagno a frequentare il corso ma si era sempre rifiutato, sentendosi inadeguato.

Accadde che l’amico compilò, a sua insaputa, la domanda d’iscrizione e un giorno fu chiamato in laboratorio: l’aspettava Silvana Ceruti, l’insegnante che lo gestisce, invitandolo a provare.

Per oltre quindici anni Giuseppe ha partecipato all’attività, arrivando a vincere diversi concorsi di poesia e pubblicando le sue liriche in una raccolta dal titolo “Nessuna pagina rimanga bianca”.

La poesia ha cambiato l’esistenza di Giuseppe: scrivere è la prima cosa che fa quando si sveglia. Fissa sulla carta tutto quello che gli viene in mente: sensazioni, riflessioni, idee.

Racconta che prima non si chiedeva nulla, mentre ora s’interroga su cosa abbia fatto nella vita, rendendosi conto di aver gettato al vento tanto e che non gli sia rimasto nulla in mano… solo una vuota esistenza. Ecco la ragione del titolo della raccolta: fare in modo che sul bianco delle pagine rimanga un segno, qualcosa di personale che sia utile e non evanescente.

È significativa la rivelazione che non sia stato il carcere ad averlo cambiato ma l’incontro con persone come Silvana Ceruti, a cui deve molto perché gli ha donato una grande opportunità di crescita.

Anche Silvana è arrivata alla casa circondariale di Opera per caso.

È una professoressa che teneva corsi di aggiornamento ai colleghi: nel 1994 le proposero di effettuarne uno, retribuito, rivolto ai detenuti.

La risposta fu affermativa perché interessata all’esperienza umana, anche se all’inizio si trovò in difficoltà nello scegliere la maniera di porsi.

Il corso era finalizzato alla lettura, ma ben presto a essa si aggiunse la scrittura in quanto Silvana ritiene che, per leggere bene, occorra saper scrivere.

Fece conoscere diverse opere, le relative recensioni, incoraggiò gli allievi a inventare titoli per libri e a redigerne la recensione.
Gli incontri non hanno lo scopo d’insegnare per forza qualcosa, ma di condividere momenti tra persone “dentro” al carcere e persone “fuori”.

Quindi c’è anche chi non scrive nulla ma partecipa per stare insieme, perché si trova bene.

Ed è questo che conta per Silvana: non sono i premi a starle a cuore (nel 2012 il Comune di Milano le ha riconosciuto l’Ambrogino d’oro), ma vedere che i partecipanti trascorrono scampoli di serenità, interessandosi agli altri.

La donna sa che le attività culturali aprono lo spirito e la mente. Le persone che sono finite in carcere spesso provengono da ambienti degradati. Lei sostiene che quello che è mancato a tutti è l’apertura alle cose belle della vita, quelle che fanno sognare e regalano valori.

Saper leggere insegna ad ascoltare in profondità.

Molti detenuti hanno fatto ricorso alla violenza perché non erano in grado di esprimersi con le parole.

Silvana racconta il caso di un uomo la cui emarginazione lo conduceva ad agire con aggressività:

partecipando al laboratorio imparò a sostituire la parola al gesto violento.

Terminato il primo corso, nel 1995, i partecipanti manifestarono disappunto per l’interruzione dell’attività e, di fronte alla loro reazione, l’insegnante decise di continuare a titolo gratuito, consapevole che si era formato un gruppo che interagiva in maniera sincera. Gli uomini si toglievano le maschere che li abbruttivano e tiravano fuori potenzialità che li migliorava.

Ogni volta che Silvana assiste alla lettura di una poesia creata dai carcerati rivela di presenziare a una sorta di miracolo, ed è per lei un’emozione molto forte, paragonabile a quella provocata da un bambino che impara a leggere per la prima volta.

Credo che solo chi è capace di commuoversi, individuando un miracolo nelle piccole cose, spesso scontate, possieda quella ricchezza interiore che permette di trasmettere energie e attivare i cambiamenti.

È molto profondo anche il pensiero della professoressa sul ruolo del carcere.

La prigione è una difesa necessaria nei confronti degli autori di gravi offese, ma è un luogo che divide.

Isola le persone impedendo loro di crescere e recuperarsi. Non evita la recidiva di chi esce e costituisce un grande costo economico per la collettività.

Quello che fa Silvana nel suo corso è creare legami in soggetti che sono stati allontanati, dando vita a momenti di libertà in cui non ci sono giudizi ma un clima di fiducia reciproca, propedeutica alla correzione.

Sono rimasta colpita da queste parole:

«Sono molto fiera di “non aver scelto” il luogo dove svolgere il mio volontariato, perché mi viene sempre in mente ciò che rispondeva Madre Teresa di Calcutta a chi le diceva:

“Cosa crede di fare, di salvare il mondo aiutando le poche persone moribonde che riesce ad accostare?” E lei: “no, io mi occupo soltanto di quelli in cui inciampo”.

Ecco, io credo di essere “inciampata” nel carcere. Alcuni mi hanno detto: “ma perché non vai in ospedale o altrove?” ma ho incontrato questa situazione, non altre».

Ho incontrato questa situazione e non altre”… la trovo una frase bellissima.

Talvolta le persone, abili nell’indirizzare gli altri e meno nel trarre ispirazione dall’opera altrui, lanciano critiche gratuite.

Chi fa volontariato con i carcerati, con gli animali o in generale con soggetti valutati “di serie B”, incorre spesso in commenti secondo cui sarebbe meglio aiutare altre categorie, come i malati negli ospedali, i bambini bisognosi, gli anziani negli ospizi, i senzatetto per le strade…

Credo che tutti abbiano diritto a essere soccorsi ma che ognuno possieda caratteristiche differenti che lo portano a scegliere il percorso che percepisce più vicino alla propria sensibilità.

Non si può programmare: il più delle volte è il destino, il caso, gli episodi sincronici ad avvicinare a quei percorsi. È giusto che ognuno individui autonomamente il proprio, perché l’azione parte da dentro e non può essere imposta:

se sento di dipingere non mi si può dire che devo comporre musica.

E nemmeno che la musica è più profonda della pittura. In caso contrario, il gesto non arriva e non produce nulla.

Silvana ha piantato un seme nel carcere attraverso la poesia.

Giuseppe e tanti altri hanno colto l’invito, facendolo germinare.