Sabrina Granotti è nata a Genova il 13 settembre 1969. Laureatasi in Filosofia e successivamente in Storia moderna, ha intrapreso la carriera dell'insegnamento, senza mai mettere da parte la propria passione per la letteratura. Nel 2014 ha pubblicato in edizione Ebook il suo primo romanzo, Selene; in breve tempo sono comparsi i tre volumi della collana S.O.S. Filosofia e i cinque di S.O.S. Storia. Nello stesso anno è stato edito nel medesimo formato anche la raccolta di racconti brevi Le straordinarie vite di gente poco importante, scritti in periodi differenti. Nel 2015 è uscito il secondo romanzo L'acuto in controcanto; il 2016 ha visto la pubblicazione del romanzo storico Il rogo di Campo dei Fiori. Sabrina Granotti è un'Autrice indipendente: tutta la sua produzione è disponibile in formato Ebook presso il Kindle Store di Amazon.it. I libri dell'autrice Sabrina Granotti: Il Rogo di Campo dei Fiori, Un romanzo che celebra il libero pensiero e la forza di perseguirlo. Le straordinarie vite di gente poco importante, Un viaggio nei meandri della mente insieme a personaggi che vi si sono smarriti.

Il samovar, utensile-simbolo di molte culture, usato per la preparazione del tè, bevanda di ampio consumo in svariate parti del mondo.

Nei capolavori letterari russi è citato in continuazione, compare in numerosissime scene anche cruciali per lo svolgimento della narrazione; i protagonisti bevono vodka e tè, per il quale è necessario impiegare questo attrezzo quasi sacro.

Samovar nella Letteratura Russa

Infatti durante l’Ottocento l’uso del samovar si diffuse a macchia d’olio nelle grandi città come San Pietroburgo e Mosca, così da unirsi in modo inscindibile alla cultura russa: lo citano nientemeno che scrittori del calibro di Tolstoj, Puškin, Gogol’, Dostoevskij e Čechov.

La padrona di casa sedette al samovar e si tolse i guanti. Spostando le sedie con l’aiuto dei camerieri che non si facevano notare, la compagnia si distribuì in due gruppi, uno accanto al samovar intorno alla padrona di casa, l’altro all’estremo opposto del salotto, intorno alla bella moglie di un ambasciatore, dalle sopracciglia scure marcate, in un abito di velluto nero.

La conversazione nei due gruppi, come del resto avviene sempre sulle prime in un ricevimento, oscillava interrotta dagli incontri, dai saluti, dal tè, come se cercasse un argomento su cui fissarsi (…)

Intanto, anche intorno al samovar e alla padrona di casa, la conversazione, dopo aver oscillato allo stesso modo per un po’ fra i tre temi inevitabili: l’ultima novità mondana, il teatro e la maldicenza, si era fatta stabile, appena toccato l’ultimo tema, quello della maldicenza”.

In questa scena mondana di Anna Karenina il samovar è presente, come una sorta di convitato di pietra, tanto da farsi personaggio intorno al quale ruotano gli avvenimenti.

È come se ascoltasse i dialoghi annuendo, testimone silenzioso di tutto quanto si svolge in sua presenza. Il passo seguente è tratto da I Demoni di Dostoevskij:

“-Kirillov, voi avete sempre il tè; avete un po’ di tè e il samovar?

– Kirillov, che stava passeggiando per la stanza (secondo il suo solito, tutta la notte, da un angolo all’altro) si fermò di colpo e fissò attentamente l’altro che era entrato di corsa: senza particolare meraviglia, del resto. – C’è il tè, c’è lo zucchero, c’è il samovar. Ma il samovar non occorre, il tè è caldo. Sedetevi e bevetelo così. –

– Kirillov, si è dormito insieme in America… m’è arrivata la moglie… Io… Datemi un po’ di tè… Ci vuole il samovar. –

– Se c’è la moglie ci vuole il samovar. Ma il samovar dopo. Ce n’ho due. Ora prendete la teiera dalla tavola. È caldo, caldissimo. Prendete tutto; prendete lo zucchero, tutto. Il pane… molto pane: tutto. C’è della vitella. Soldi: un rublo (…)”

In questo brano il samovar assurge al significato simbolico della necessità primaria, di qualcosa la cui mancanza implica indigenza; un oggetto imprescindibile, per la sua valenza culturale prima che per la sua mera utilità.

Samovar

Un elemento irrinunciabile dal quale neppure l’Oblòmov di Gončarov, nella sua assoluta indolenza e mancanza di ogni entusiasmo, potrebbe prescindere.

“Poi, quando il caldo cadesse un po’, ce ne andremmo in telega col samovàr e del dessert nel boschetto di betulle o in un prato, sull’erba falciata, stenderemmo tra i covoni dei tappeti e ce la godremmo fino all’ora della bistecca e della cotoletta”.

Ecco l’ideale di felicità del nostro protagonista. Il termine oblomovismo indica appunto uno stato di profonda apatia, di disinteresse per tutto quanto avviene intorno a noi; eppure non poter far bollire il tè sarebbe un evento che scuoterebbe qualsiasi russo, perfino colui che, per definizione, non si agita neppure in mezzo a una tempesta.

Samovar e Letteratura Russa

Oggetto mitico e mitizzato, eppure apparentemente così quotidiano, il samovar ci apre la via verso un universo letterario ricchissimo e variegato: lo citano parimenti il grottesco Gogol’ e il mostro sacro Tolstoj.

Tuffiamoci dunque in uno di questi immortali capolavori… sorseggiando una tazza di buon tè bollente!