Romanov
Una ragazza come tante, con tante passioni, tra cui la scrittura. Sono curiosa di natura, amo leggere e informarmi.

Le cause e la fine di una intera dinastia: i Romanov

Nei primi anni del Novecento, in Russia si sviluppò sempre più l’industria e, di pari passo, crebbe il malcontento della popolazione.

L’era industriale aveva sì portato maggiore ricchezza all’impero più vasto e popoloso di Europa, ma aveva coinvolto solo le grandi città. +

Le ampie aree agricole delle campagne continuavano a vivere nella miseria e, anzi, il distacco tra ricchi e poveri si era fatto ancora più notevole.

Inoltre, Nicola II aveva lanciato una guerra contro il Giappone che si era, infine, rivelata disastrosa.

Le proteste crebbero a tal punto che, dopo una prima rivoluzione popolare sedata attraverso un ampio spargimento di sangue, lo zar fu costretto a concedere alcune libertà costituzionali.

Nel 1906 aveva quindi costituito la Duma, ovvero il Parlamento, con al quale affidava il potere legislativo. Il nuovo organo costituito dall’impero, però, si dimostrò quasi subito ostile allo zar e per questo venne presto dissolto.

Nel paese presero dunque a mobilitarsi le forze rivoluzionarie di ispirazione socialista, divise in due fazioni: i menscevichi e i bolscevichi. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914, poi, non fece altro che accelerare la crisi dello zarismo russo.

Tre anni dopo, nel 1917, scoppiò la rivoluzione russa. Il 15 marzo 1917, lo zar Nicola II fu costretto ad abdicare e lui e la sua famiglia segregati nel palazzo imperiale, l’Alexander Palace.

Dopo cinque mesi, in agosto, la famiglia reale venne condotta in Siberia, a Tobolsk, per essere rinchiusa nella magione del governatore del posto. Complici la guerra e la rivoluzione, il cibo scarseggiava, c’erano poche possibilità di riscaldare l’ambiente e i prigionieri avevano ben poco da fare per trascorrere le loro giornate.

Quello stesso anno, in ottobre, Nikolaj Lenin guidò i bolscevichi per rovesciare il governo provvisorio della Russia che aveva preso il posto dello zar.

Dopo questo secondo colpo di stato, l’esercito si era diviso in due fazioni: le armate bianche, truppe controrivoluzionarie e l’armata rossa.

I bolscevichi che avevano preso in custodia i Romanov, quindi, cominciarono a non trattarli più come una famiglia imperiale in esilio, ma, piuttosto come prigionieri di guerra, impedendo loro anche quelle poche passeggiate esterne che erano state concesse fino a quel momento e sottraendo loro tutto ciò che di valore erano riusciti a portare con sé.

Gli ultimi giorni dei Romanov.

Nel maggio 1918, la famiglia imperiale subì un nuovo trasferimento. Fu condotta nella città mineraria di Ekaterinburg, presso la casa di un mercante di nome Ipatiev, trasformata in prigione. La giustificazione adottata, fu quella dell’avvicinarsi di truppe delle Armate bianche.

Le condizioni di vita dello zar e della sua famiglia peggiorarono ulteriormente. Il cibo era ancora più scarso, i vestiti ridotti a brandelli, la casa insopportabilmente calda e le guardie, che ora dipendevano dalla Ceka, la polizia segreta, erano ancora più cattive.

Fu solo l’arrivo del capo della Ceka, Jacob Jurovskij, che vide un miglioramento nel trattamento riservato ai Romanov.

Egli, infatti, si preoccupava quasi giornalmente della salute del piccolo Aleksej, emofiliaco, e della zarina Aleksandra, che soffriva di sciatica.

Era passato solo un anno e mezzo dalla morte del monaco Rasputin. Il 12 giugno 1918, venne eseguito il primo di una lunga serie di omicidi che ebbero come vittime i componenti della famiglia Romanov.

Uno dei fratelli dello zar Nicola II venne giustiziato e il suo corpo bruciato per confondere le acque.

Mentre, assieme alle sue ceneri, veniva sparsa anche la voce di una sua fuga all’estero per mettersi in salvo dalla tragedia che incombeva sulla sua famiglia, complici le Armate bianche, le guardie rosse diffusero anche la falsa notizia della morte dello zar.

In realtà, Nicola II era ancora vivo e vegeto, tenuto segregato assieme alla moglie e ai figli. L’esperimento, però, funzionò: nessuno, né tra le alte sfere, né nella Chiesa Ortodossa, né tra il popolo, sembrò preoccuparsi del fatto che lo zar fosse deceduto.

Nessuno pareva sentire la mancanza di un imperatore tanto debole quanto spietato. Quello pareva essere il momento giusto per condurre al culmine la rivoluzione russa.

Cominciarono quindi a farsi i piani per sterminare definitivamente i Romanov. Durante il consiglio dei Soviet, che si tenne per decidere quali sarebbero stati i bersagli, però, le guardie rosse si rifiutarono di sparare sui ragazzi.

Pertanto, si decise di chiamare alcuni ex prigionieri di guerra austro-ungarici, che avevano aderito alla rivoluzione, per fare da boia. Fu ordinato quindi di procurare 11 pistole, in quanto 11 sarebbero state le vittime: 7 Romanov più 4 componenti della servitù.

Era il 16 luglio 1918. Erano 78 giorni che la famiglia imperiale si trovava prigioniera a Ekaterinburg. Jurovskij svegliò la famiglia Romanov a mezzanotte, dicendo loro di prepararsi per una fuga improvviso, in quanto, a causa dell’arrivo dell’Armata bianca, era scoppiata una sommossa ed era pertanto più sicuro trasferirsi altrove. Nicola II, la moglie e i figli, vennero condotti nello scantinato della casa.

Lì, vi trovarono Sergei Botkin, medico di famiglia, il valletto dello zar, il cuoco e la cameriera. I prigionieri vennero fatti mettere in posa e disposti su due file: davanti Nicola II con in braccio il figlio Aleksej e accanto la zarina Aleksandra; dietro, le quattro ragazze e, ai lati, la servitù.

La scusa era quella di scattare una foto.

Oltre a loro, nello scantinato, era presente Jurovskij, che, gelido, improvvisamente, si rivolse allo zar, condannandolo a morte. Senza concedergli tempo per comprendere, il capo della Ceka gli sparò in pieno volto. In quel momento, fece il suo ingresso una schiera di uomini armati di mitra.

La prima a morire, dopo lo zar fu Aleksandra. Poi Aleksej e la servitù. Quando le armi vennero rivolte verso le quattro Granduchesse, Anastasia  Olga, Tatjana, Maria, però, accadde l’incredibile. I proiettili le colpivano di striscio, ma non riuscivano a trapassarne le carni.

Rimbalzavano sui loro vestiti.

Prima che gli uomini si spaventassero, pensando a chissà quale magia, Jurovskij si fece portare delle baionette con le quali ordinò che trafiggessero le quattro ragazze.

Compiuto l’eccidio, gli uomini avvolsero i cadaveri in lenzuola e li trasportarono su un camion che li aspettava fuori, portandoli nella vicina foresta di Kopathaiki, dove si trovava una miniera abbandonata.

Qui li abbandonarono, tornando poi, il giorno successivo, per terminare il lavoro.

Caricarono nuovamente i corpi per portarli altrove, ma il camion si impantanò e furono quindi costretti a seppellirli lì dove si trovavano.

Quando li spogliarono dei loro abiti, capirono ciò che aveva inizialmente protetto le granduchesse: all’interno degli abiti erano stati cuciti i gioielli di famiglia che la zarina era riuscita a portare via dal palazzo imperiale.

In questo modo, forse, se fossero sopravvissuti, avrebbero avito qualcosa con cui vivere.

Ma i loro corpi vennero bruciati e, le ossa rimaste, gettate in una buca e cosparse di acido solforico.

Ceneri e resti vennero invece gettati nel pozzo minerario. I Romanov non esistevano più e nessuno avrebbe mai saputo cosa era stato loro fatto. O così credevano i bolscevichi, almeno fino ad una sera di febbraio di tre anni dopo.