Uno dei capisaldi del Decadentismo e dell’Estetismo europeo è il romanzo “À Rebours” (in italiano “Controcorrente“) dello scrittore francese J. K. Huysmans; il suo protagonista, Des Esseintes, è un grande estimatore dell’arte a lui contemporanea e possiede una ricca collezione di dipinti dei più grandi pittori dell’epoca.

In un brano piuttosto celebre egli si sofferma sulla descrizione dell’acquarello di Gustave Moreau intitolato “L’apparizione“, che ritrae Salomè contemplante la testa mozzata di San Giovanni Battista:

Il delitto era compiuto; ora il carnefice stava impassibile, con le mani sul pomo della lunga spada, macchiata di sangue. La testa decapitata del santo si era sollevata dal piatto posato sul pavimento e guardava, livida, con le labbra esangui, aperte, con il collo scarlatto, gocciolante lacrime.

Un mosaico circondava il volto da cui si sprigionava un’aureola irradiandosi in fasci di luce sotto i portici, illuminando la spaventosa ascesa della testa, accendendo il globo vitreo delle pupille, fissate, quasi aggrappate alla danzatrice.

Con un gesto d’orrore, Salomè respinge la terrificante visione che la inchioda, immobile, sulle punte; i suoi occhi si dilatano, la mano stringe in modo convulso la gola. È quasi nuda; nella frenesia della danza, i veli si sono sciolti, i broccati sono caduti; é vestita solo di gioielli e lucidi minerali; un corpetto, come un busto, le stringe la vita e, a mo’ di superbo fermaglio, un meraviglioso gioiello dardeggia lampi di luce nell’incavo dei seni; più in basso, una cintura le circonda le anche, nasconde la parte superiore delle cosce battute da un gigantesco ciondolo dove scorre un fiume di carbonchi e di smeraldi; infine, sul corpo rimasto nudo, tra il corpetto e la cintura, il ventre s’inarca, scavato da un ombelico il cui foro sembra un sigillo di onice, dai toni lattiginosi, dalle tinte di un rosa d’unghia“.

(Joris-Karl Huysmans, “Controcorrente“, capitolo V).

 

Il Decadentismo francese ama i toni morbosi, macabri, la “bellezza della putrefazione” inneggiata da Baudelaire, il grande Vate della poetica di questi intellettuali. In tal contesto ben si inserisce la concezione di Salomè che Huysmans propone attraverso il suo personaggio, che viene del tutto rapito da come essa appare dipinta da Moreau:

(Des Esseintes) aveva acquistato i due capolavori [di Moreau a lei dedicati] e, per notti intere, sognava davanti a uno di essi, il quadro di Salomè così concepito (…)

Nell’odore perverso dei profumi, nell’atmosfera surriscaldata di quella chiesa, Salomè, col braccio sinistro teso in un gesto di comando, il braccio destro piegato, tenendo all’altezza del volto un grande loto, si avanza lentamente sulle punte, agli accordi di una chitarra di cui una donna rannicchiata pizzica le corde.

Col volto raccolto, solenne, quasi augusto, ella comincia la lubrica danza che deve risvegliare i sensi assopiti del vecchio Erode; i seni le ondeggiano e, al contatto delle collane agitate, le loro punte si ergono; sul madore della pelle, i diamanti aderenti scintillano; i braccialetti, le cinture, gli anelli sprizzano faville; sulla veste trionfale, intessuta di perle, ricamata d’argento, laminata d’oro, la corazza delle oreficerie di cui ogni maglia è una gemma, entra in combustione, intreccia serpenti di fuoco, fa formicolare sulla carne opaca, sulla pelle rosa tea, quasi degli splendidi insetti dalle elitre sfolgoranti, venate di carminio, punteggiate di giallo aurora, screziate di azzurra acciaio, tigrate di verde pavone.

Concentrata con gli occhi fissi, simile a una sonnambula, ella non vede né il tetrarca che freme, né sua madre, la feroce Erodiade, che la sorveglia, né l’ermafrodito o l’eunuco che sta, con la sciabola in pugno, ai piedi del trono, una terribile figura velata fino alle gote, la cui mammella di castrato pende con una fiasca sulla tunica variegata di arancione

(Idem , cap. V).

Queste pagine diedero l’ispirazione a Oscar Wilde per la sua “Salomè“.

Huysmans e Moreau sono i principali fautori della visione wildiana della biblica danzatrice, che appare altrettanto lunare e perversamente bella nel dramma da lui scritto (il quale venne in un primo tempo censurato, poiché non si riteneva lecito portare sulla scena personaggi della Bibbia).

Wilde ha ripreso i toni e i colori impiegati da Moreau e descritti da Des Esseintes per dipingere la propria incarnazione teatrale della seducente giovane principessa, che reca in viso il pallore argenteo della luna e possiede “occhi d’oro sotto le palpebre dorate“.

La Salomè di Wilde si crede padrona della propria volontà, mentre in realtà cede al capriccio:

Io non ascolto mia madre. È per il mio proprio piacere che chiedo la testa di Iokanaan in un bacile d’argento. Tu hai giurato, Erode. Non dimenticare che hai giurato“.

L’orgoglio ferito per essere stata respinta l’ha resa fautrice di un delitto che neppure Erode stesso avrebbe osato compiere di propria iniziativa.

Salomè fa uccidere l’uomo di cui si è innamorata perché era l’unico a non guardarla e a non bramarla.

Vede in lui una bellezza sublime quanto spaventosa, bacia le labbra esanimi della sua testa mozzata:

Ah! Ah! Perché tu non mi hai guardata, Iokanaan. Se mi avessi guardata tu mi avresti amata. Lo so bene che tu mi avresti amata, e il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte. Solo l’amore si deve guardare (…) Ah! Io ho baciato la tua bocca, Iokanaan, io ho baciato la tua bocca. C’era un acre sapore sulle tue labbra. Era il sapore del sangue?… Ma era forse il sapore dell’amore. Dicono che l’amore ha un acre sapore… Ma cosa importa? Cosa importa? Io ho baciato la tua bocca, Iokanaan, io ho baciato la tua bocca

(Oscar Wilde, “Salomè”).

La degenerazione e la follia della giovane sono tali che Erode, inorridito, ne ordina l’omicidio.

L’estetica del Decadentismo tocca in questi versi una delle proprie vette più significative.

Si ricordi infatti che questa corrente artistico-letteraria inneggia al concetto di “arte per arte” e non intende formulare alcun giudizio etico su quanto elegge a proprio argomento, bensì stupire, inebriare, sconvolgere i sensi, dimostrando il potere assoluto della parola, dell’immagine, dell’atto creativo disancorato da ogni morale, che nulla concede alla logica dettata dalla razionalità. L’idea suprema di bellezza perseguita non ha nulla a che vedere con le concezioni estetiche greche o rinascimentali, percorrendo altre vie, come l’esplicito riferimento alla “decadenza” può ben far comprendere.

Richard Strauss accolse quasi integralmente la versione teatrale di Wilde per il libretto della propria opera lirica:

la voce del profeta Jokanaan (Giovanni Battista, designato con il nome ebraico anche nel dramma wildiano) che scatena gli eventi, le ammonizioni a non guardare la bellezza conturbante di Salomè, tale da rapire i sensi e suscitare passioni incontrollabili, le discussioni tra i Giudei per stabilire chi sia veramente il profeta: tutto ciò ricalca la versione del grande Irlandese; ma soprattutto la perversione quasi ingenua e al contempo diabolica della fanciulla, in un epoca in cui il Decadentismo sta venendo meno, essendo ormai trascorsa la “fin du siècle” (l’opera è datata 1905), mette il punto a ciò che è la visione della Salomè decadente, creatura di bellezza tenebrosa, di affascinante morbosità.