È spesso citata la frase “Non ti curar di loro, ma guarda e passa”, ma Dante Alighieri nella Divina Commedia a Virgilio fa pronunciare:  “non ragioniam di lor, ma guarda e passa.”

 

Niente può sostituire la lettura completa di un libro, tanto meno se si parla di opere senza tempo come il poema dantesco. Questi articoli non hanno neppure la pretesa di una critica approfondita, ma solo l’intenzione di rendere un modesto omaggio al 750/esimo anniversario dalla nascita del Sommo Poeta.

Cercherò di toccare quei punti che pur ricorrendo spesso nell’uso quotidiano nascondono incertezze, dimenticanza o, potremmo dire, qualche inganno alla memoria.  

Gli Ignavi

Canto III dell’Inferno.

Gli ignavi sono coloro che della loro vita non hanno fatto niente, né di buono né di malvagio, niente che li rendesse meritevoli d’essere ricordati.

Le loro colpe, inesistenti all’apparenza, sono le peggiori e non consentono a queste anime né di accedere al Paradiso né all’Inferno.

Hanno vissuto una vita vuota, sprecando il tempo e le capacità loro concesse. Fra queste ci sono anche gli angeli che non si schierarono né con Dio né con Lucifero.

La condanna è pesante per gli Ignavi che vissero vita oscura è tanto spregevole e che sono invidiosi di ogni altra condizione.

Il disprezzo di Dante per gli ignavi nasce dalla convinzione che ognuno di noi debba contribuire come può alla vita della propria famiglia e alla società.

Ricorda, in questo, il pensiero greco espresso da Pericle nel suo discorso agli Ateniesi in cui le persone che non si curavano tanto degli interessi privati quanto delle questioni pubbliche non erano considerati uomini pacifici, ma addirittura inutili.

Il terzo canto dell’Inferno è poi una miniera di frasi entrate, anche se nel tempo cambiate, a far parte nei nostri modi di dire. IL ”Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.” è diventato “lasciate ogni speranza o voi che entrate.

 

      ‘Per me si va ne la città dolente,

      per me si va ne l’etterno dolore,

       per me si va tra la perduta gente.

 

       Giustizia mosse il mio alto fattore;

       fecemi la divina podestate,

       la somma sapïenza e ‘l primo amore.

 

       Dinanzi a me non fuor cose create

       se non etterne, e io etterno duro.

        Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

 

          I versi degli Ignavi.

È qui che l’espressione “sanza ‘nfamia e sanza lodo.” Inizia il suo cammino per diventare la più tollerante “ senza infamia e senza lode”.

 

         E io ch’avea d’error la testa cinta,

         dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?

33     e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».

       

         Ed elli a me: «Questo misero modo

         tegnon l’anime triste di coloro

36     che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

 

          Mischiate sono a quel cattivo coro

          de li angeli che non furon ribelli

39       né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

 

          Caccianli i ciel per non esser men belli,

          né lo profondo inferno li riceve,

42      ch’alcuna gloria  i rei avrebber d’elli».

         

          E io: «Maestro, che è tanto greve

           a lor che lamentar li fa sì forte?».

45       Rispuose: «Dicerolti molto breve.

 

           Questi non hanno speranza di morte,

           e la lor cieca vita è tanto bassa,

48        che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

 

           Fama di loro il mondo esser non lassa;

           misericordia e giustizia li sdegna:

51        non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

        

          E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna

         che girando correva tanto ratta,

54     che d’ogne posa mi parea indegna;

 

         e dietro le venìa sì lunga tratta

         di gente, ch’i’ non averei creduto

57     che morte tanta n’avesse disfatta.

 

Dopo Dante mostra la fine di chi “dispiace” tanto a Dio quanto ai suoi nemici: correre senza sosta ignudi e continuamente punti da mosconi e da vespe.