Direttore responsabile di CaffèBook. Giornalista iscritto all’albo (Odg. Toscana) Coautore del documentario sulla crisi economica Eterna.

 

Nel novero sempre in crescente di scrittori che hanno firmato degli articoli su CafféBook c’è una pletora di sensibilità che con stili espressivi diversi e unici tocca tutte le tematiche care al sito. Da quelle sociali a quelle culturali, passando per delle analisi mai banali dei singoli autori, abbiamo scoperto le loro propensioni di volta in volta all’ironia, alla critica sociale, alla letteratura di qualità ect…

 

I lettori ci hanno chiesto di conoscerne anche uno spaccato dei loro lavori mettendoli per giunta alla prova su un tema ben preciso e unico per tutti: il tema è l’ambientazione estiva.

In 10 hanno risposto dal mondo di Facebook pubblicando i propri racconti e le poesie che poi noi abbiamo raccolto in questo articolo.

 

È quanto riproponiamo qui in ordine rigorosamente alfabetico per nome dell’autore.

Ci sono poesie e brevi racconti che invito a leggere tutti con la stessa attenzione, magari tornado più volte su quest’articolo, perché sono tutti volti al sorprendere e coinvolgere il lettore.

Nelle poesie c’è il lavoro certosino della ricerca della parola adatta e del giusto ritmo, nel racconto breve c’è il faticoso e doloroso lavoro di limatura senza la perdita dell’effetto necessario a trasmetterne l’emozione.

 

Gli autori sono:

Alessandra Toti, racconto “L’allievo e il maestro” autrice del romanzo: “Il giglio nordico”.

Alex Volo, racconto “La prima”.

Chiara Albertini, poesia “Margherita” autrice del romanzo: “Nel cuore di una donna”.

Ginevra Bottini, racconto inedito “Tutto può cambiare”, autrice del romanzo: “Ritorno a quale origine – Homing- “.

Irene Marchi, racconto “La valigia” autrice del libro di poesie: “Fiori, mine e alcune domande”.

Luca Macavero, poesia “Ode al ventilatore” dal suo blog Teoria del niente

Maddalena Cioce, racconto “La Sirena” autrice del romanzo “Forgotten Times – La Redenzione dei Dannati”.

Maddalena Tiblissi, poesia “Il viaggiatore” autrice del romanzoInnamorarsi a Firenze”.

Roberto Tedesco, racconto biografico “Prima vacanza al mare” tratto dal libro: “Un cammino arduo, tra sogno e realtà”.

Silvia Scibilia, racconto “Sussurri al mare” autrice del romanzoL’ombra del peccato.”

 

 

Alessandra Toti, racconto “L’allievo e il maestro” autrice del romanzo “Il giglio nordico”

 

“Sedevo sulla sponda Nord-orientale del lago, vicino al suo immissario, in posa del fiore di loto e con le mani unite nel sigillo del Grande Mudrâ, su una spiaggetta di sassi bianchi deserta. Gli alberi del bosco alle mie spalle vigilavano quel luogo e le loro fronde cantavano con il soffio del vento, la piccola cascata che si tuffava nel lago faceva loro da coro.

Quella sarebbe stata un’estate che non avrei più dimenticato, la più calda degli ultimi centocinquant’anni, si diceva, un vero dramma per un amante del freddo e l’inverno come me. Era stata l’anno prima che avevo voluto unirmi a quell’associazione di sciamani a cui avevo creduto di appartenere, non fosse stato a causa di una stronza che mi aveva tolto le speranze, spingendomi a lasciare tutto, credendo di esser stata odiata da tutti. Ma di recente avevo scoperto che era lei a manovrare tutto, parlando male di tutti coloro che erano in quel gruppo.

Era stata cacciata e quando lo venni a sapere provai un forte dolore per coloro che si erano fidati di lui, ma soprattutto per il fondatore dell’associazione, colui che tale non si definiva ma che io chiamavo Maestro.

Guardai Celsius seduto vicino a me: il mio Maestro sciamano era concentrato ad ascoltare le sue guide. Lui era stato capace di stare lontano da giudizi e forse aveva sempre nutrito speranze in me. Quell’estate non l’avrei scordata: era tornato per cercarmi e riportarmi sul cammino con lui, lì dove Celsius diceva che dovevo stare.

-Cosa accadrà ora, Maestro? – gli domandai rispettosamente.

-Segui sempre il flusso, segui ogni ciclo come le stagioni si susseguono. Dopo l’estate tornerà l’autunno e l’inverno e dopo primavera si rinascerà in primavera-.

Sorrisi: -Io rinasco in inverno, Maestro-

Celsius rise: -Allora inizierai a camminare prima di quanto avevo creduto-“

 

 

Alex Volo, racconto “La prima”

 

La prima volta che ho fatto l’amore non è stato un gran che divertente. Ero teso ero spaventato era un momento troppo importante.

Da troppo tempo lo aspettavo ed ora che era arrivato non era come nelle canzoni mi avevano imbrogliato.

Eugenio Finardi (Non è nel cuore).

Sedici anni Gargano. Lei trenta anni, milanese. Vicina di tenda in campeggio. Ridere scherzare. Sarà che caga proprio me. Ubriacarsi di birra. Ubriacarsi di vino. Ubriacarsi di vita. Mattina presto torna dalla discoteca. Ale. Ale sveglia. Ale mi ha piantato. Chi. Il pezzo di merda. Piange è ubriaca tanto per mettere le cose in chiaro. Vieni qua. Asciugami le lacrime. Sono sola Ale. Sola. I capelli. Il sudore. Spogliarsi piano. L’odore. Quell’odore strano. Nuovo. Il sapore delle sue troppe sigarette. La pancia che fa male. Il silenzio dopo. Le domande imbarazzanti dopo. La voglia di uscire all’aria aperta. Il raccontare tutto al tuo amico. Le attese. Le attese al buio in tenda. La sera dopo. Le sera dopo torna finalmente tardissimo. Abbracciata al pezzo di merda. Le mani sulle orecchie. Il treno. Il ritorno. Fine.

Si chiamava Simona. Di Milano.

 

 

Chiara Albertini, poesia “Margherita”, autrice del romanzo: “Nel cuore di una donna”.

 

Da sempre e per sempre tu esisti,

con forza e candore persisti.

Con petali bianchi tu abbracci,

stringendo più cuori in lacci.

In te una nobile natura,

vita e morte alcuna paura.

Con semplice coraggio tu nasci,

esisti, persisti e mai lasci.

 

 

Ginevra Bottini, racconto inedito “Tutto può cambiare”, autrice del romanzo “Ritorno a quale origine – Homing- “.

 

La mia vita era una routine: sveglia per andare al lavoro, rincasavo la sera, mangiavo, doccia veloce, notiziario per vedere che il mondo non era cambiato.

Ero completamente dedita alla mia carriera. Due anni senza prendermi un giorno di ferie per sperare in quella promozione che non era ancora arrivata.

L’ufficio a ridosso di Ferragosto era praticamente vuoto. Stranamente si avvicinò Antonio, il mio capo settore, con un caffè appena accompagnato da due diverse bustine di zucchero, una di canna e l’altra di semolato bianco fino.

Ringraziandolo scelsi quello di canna.

Mentre giravo il mio espresso prese una sedia e si mise vicino a me:

“Lucrezia devi andare in ferie” disse

“non ne ho bisogno, ho bisogno di quella promozione invece”

“non hai capito forse, sono ferie obbligatorie, hai tre settimane a partire da domani! niente discussioni, ci vediamo a Settembre”

Girò i tacchi e sparì nella sua stanza lasciandomi quasi strozzata da quel caffè.

Per tre giorni vagai tra la camera da letto e il divano, alla fine mi decisi di raggiungere degli amici in Grecia. Il giorno prima di Ferragosto i prezzi erano alle stelle e l’isola di Rodi improvvisamente sembrava troppo lontana.

Guardai delle offerte ma erano tutte al di sopra del mio budget tranne per un’isola, Tenerife.

Non ero mai stata alle Canarie e soprattutto non avevo mai fatto una vacanza da sola…

Presi coraggio e comprai un biglietto sola andata, se mi fosse piaciuta avrei trascorso li le mie tre settimane altrimenti sarei tornata e supplicato di tornare al lavoro.

Piccola borsa a mano e mi imbarcai. Scalo a Barcellona e dopo un totale di sette ore arrivai al monolocale che avevo affittato al sud dell’isola.

La stessa sera andai a prendermi qualcosa da bere in un locale sulla playa. Passarono i giorni e l’isola iniziava a piacermi, ero abituata a un ritmo sfrenato tipico da metropoli invece avevo piacevolmente scoperto che la parola d’ordine sull’isola era CALMA.

Ogni sera a fine giornata andavo in quel localino sulla spiaggia e feci amicizia con il proprietario. Alla fine delle mie tre settimane chiamai Antonio, il mio capo e mi licenziai.

Rimasi a fare la cameriera in quel locale sulla spiaggia in riva al mare e mi ripresi la mia vita.

 

 

Irene Marchi, racconto “La valigia” autrice del libro di Poesie “Fiori, mine e alcune domande”.

 

Anna non aveva mai ballato una Polka prima di allora: in quella notte di fine agosto, con tutto quel saltare e girare senza sosta, si era sentita per la prima volta libera, alleggerita per qualche istante della sua armatura di ragazza ‘irrimediabilmente timida’, come la etichettavano tutti. Ma più del ritmo trascinante della danza era stato lo sguardo di Jacek a trasformarla. Gli occhi sicuri del ragazzo polacco avevano guardato solo lei ̶ che di sicuro invece aveva solo l’insicurezza ̶ né si erano mai distratti mentre la musica li portava da un lato all’altro della pista da ballo di quella discoteca di paese.

Le era sembrato impossibile, ma il Polacco ̶ così lo chiamavano ̶ aveva invitato proprio lei a ballare e le era anche parso che non se ne fosse pentito.

Solo due ore prima erano tutti sotto il portico della vecchia azienda agricola del piccolo borgo arroccato tra le vigne, per festeggiare la fine di quella vendemmia anticipata a causa della siccità. “Una vacanza sicuramente diversa! ˮ l’avevano presa in giro le sue amiche quando lei aveva detto di voler passare buona parte dell’estate dopo la maturità a vendemmiare in un paese sperduto della Liguria.

Poi, la decisione di raggiungere tutti insieme la balera poco distante. E alla fine di quella serata Jacek le aveva addirittura chiesto di uscire insieme il giorno dopo. Sarebbe dovuta andare lei a prenderlo: lui lavorava e alloggiava temporaneamente alla villa e non aveva a disposizione alcuna automobile. Questo non era un problema per Anna: un andamento ‘normale’ degli eventi non le era mai capitato in sorte, tanto che si era quasi convinta che nemmeno le sarebbe piaciuto.

Il vero problema sarebbe stato invece gestire le emozioni e la conversazione con quel ragazzo, straniero e più vecchio di lei di otto anni.

Ma la conversazione del giorno seguente in realtà non si rivelò un disastro. Disastroso fu ripiombare con i piedi per terra alla fine di quell’incontro. Perché Jacek stava per partire: da quando a novembre era stato abbattuto il Muro, lui desiderava solo raggiungere Berlino. Ma aveva bisogno di una valigia nuova “che però non sapeva proprio dove comprare” le aveva detto, dato che in quel borgo di vigne non esistevano negozi.

Disastroso quindi, fu rendersi conto di essere stata soltanto la fortunata prescelta, casualmente automunita, che avrebbe avuto l’onore di accompagnarlo nella città più vicina per comprare la nuova valigia.

Anna non aveva mai ballato una Polka prima di allora né comprato valigie: del resto lei viaggiava sempre e soltanto con la fantasia.

 

 

Luca Macavero, poesia “Ode al ventilatore” dal suo blog Teoria del niente.

 

Ventilatore,

mio solo grande amore,

unico amico nella torrida estate,

sappi che t’amo e amo le tue ventate.

 

Salvezza,

Tu che mi togli la grande pezza,

Senza te sarei una sudata spugna,

dall’odor soave di una fogna.

 

Pale,

mie muse d’un coro notturno

che canta con le cicale:

 

“Forno,

ti chiamano estate,

sei solo la fonte di migliaia di pezzate!”

 

 

Maddalena Cioce, racconto “La Sirena” autrice del romanzo “Forgotten Times – La Redenzione dei Dannati”.

 

Federico era seduto su uno scoglio, quando dai flutti emerse una mano e lo tirò giù tra le onde.

Ebbe appena il tempo di notare la coda di brillanti scaglie al posto delle gambe, che il bisogno d’aria lo spinse ad annaspare e ribellarsi contro la sua stretta.

Gli occhi della sirena, illuminati da un bagliore etereo, si fissarono nei suoi, catturando il suo sguardo. Un susseguirsi di immagini gli invase la mente.

 

Un grande occhio oscurava il cielo e lunghi fili insanguinati partivano dalle sue ciglia. A essi era attaccato un bilancino di legno dalla forma a croce. La scena cambiò e vide una serie di marionette tirate dai filamenti cremisi: un uomo anziano in abiti e copricapo bianco che salutava una folla esultante di bambole di pezza da un balcone; un uomo in giacca e cravatta dietro un leggio, con in mano una fascetta di banconote; una donna in abiti succinti, impegnata in un balletto erotico davanti a un’altra moltitudine di bambole dallo sguardo stregato; un uomo con indosso una tuta mimetica, che sparava verso dei pupazzi vestiti di stracci, grandi quanto un bambino. Le immagini si susseguirono sempre più veloci, finché non divennero una macchia indistinta, e nella mente non gli rimasero solo i visi, pesantemente trasfigurati da ghigni malvagi. All’improvviso l’oscurità si dissolse in un’esplosione rosso vivo e vide un’altra scena simile, ma i burattini andavano a fuoco, accartocciandosi su se stessi, mentre i loro occhi disegnati piangevano lacrime di sangue.

La visione svanì e Federico si ritrovò nuovamente sott’acqua, con lo sguardo fisso negli occhi viola della creatura. Il bisogno d’aria tornò prepotente e ricominciò ad agitarsi, ma non aveva più ossigeno a disposizione e sentiva la coscienza abbandonarlo.

Ricorda. Una voce echeggiò nella sua mente, ma ormai non aveva più forze nemmeno per pensare.

 

 

Maddalena Tiblissi, poesia “Il viaggiatore” autrice del romanzo “Innamorarsi a Firenze”.

 

Nella tua valigia aperta

venti, tempeste e mari azzurri.

Cieli plumbei e giornate di sole.

Verdi catamarani e orizzonti infiniti.

Visi insoliti e profumi speziati.

Cibi colorati di curcuma e zafferano.

Nel fondo, la tua curiosità.

 

 

Roberto Tedesco, racconto biografico “Prima vacanza al mare” tratto dal libro: “Un cammino arduo, tra sogno e realtà”.

 

Quell’estate del 1963 c’erano tutte le condizioni per fare la prima vacanza al mare. Avevo vent’anni. Ne parlai con l’amico Luigi, che aveva la disponibilità dell’auto, e decidemmo di passarle assieme a Caorle. Il viaggio dell’andata durò quasi cinque ore, durante le quali il leitmotiv delle nostre conversazioni era sempre lo stesso: come conquistare le ragazze e stabilire con loro un feeling, tramite il quale arrivare a soddisfare i nostri desideri più reconditi. La preferenza andava alle ragazze straniere, per questo ci esercitavamo nelle lingue che avevamo studiato. Al nostro arrivo, ci sistemammo nella nostra stanza, che si trovava al piano terra di una palazzina a tre piani, dalla quale si udivano le onde del mare fluttuare nel silenzio della notte.

Il dancing “La Conchiglia” era affacciato sul mare. Tutte le sere offriva un parterre di belle ragazze. Una sera mi capitò d’invitare a ballare la più bella. Aveva i capelli biondi, vestiva un abito scollato, che lasciava intravedere parte del seno, e uno scialle color turchese le copriva le spalle. Ballammo tutta la sera aggrappati l’uno all’altra. A fine serata, ci avviammo verso il suo alloggio. Quando fummo davanti al palazzo, lei mi trascinò nella sua stanza quasi spoglia: un letto disfatto, un armadio, una sedia. In un baleno ci togliemmo i vestiti e da quel momento in poi, e per tutta la notte, il letto cigolò più volte in un crescendo di forti emozioni.

Con le prime luci dell’alba, mentre il paese ancora dormiva, decidemmo di andare a correre sulla spiaggia. Quando ci sentimmo stanchi, ci stendemmo in riva al mare e ci lasciammo lambire dalle onde fresche. A condividere con noi la gioia di quel piacevole momento, e il sorgere del sole, c’erano solo i gabbiani, che volteggiavano nel cielo e poi si tuffavano nel mare per cibarsi del pesce che i pescatori, rientrando dalla pesca notturna, gli gettavano dalle loro imbarcazioni. Fu la vacanza più bella della mia gioventù.

 

 

Silvia Scibilia, racconto “Sussurri al mare” autrice del libro: “L’ombra del peccato.”

 

Il mare è calmo. Il sole al tramonto crea riflessi argentei. Vuoi che ti narri la favola delle nostre principesse che hanno preso il volo? Ti somigliano, bionde e dagli occhi color del mare come i tuoi. È bello guardarle, è come vedere te un’altra volta ancora, vedere te in quella parte di me.

              Ho voglia di alzarmi dalla panchina e camminare seguendo la tua ombra allungata come se passeggiassimo ancora insieme. Ci terremmo per mano, ridicoli agli occhi della gioventù intorno a me. E noi invece ci guarderemo negli occhi complici della nostra passione e dell’amore interrotto.

              È bello il mare calmo, come quel giorno. Non un filo di vento, non una nuvola. Calmo e piatto fino al pomeriggio. Non so della tempesta estiva che ti ha portato via. Ero a casa con le bambine. Non ricordo nulla, se non un vuoto immenso che sembrava divorare me, la nostra casa, le nostre figlie. Era il vuoto di te.

              Sono rimasta a lungo su una poltrona, questo ricordo, per giorni e notti, tra il telefono e la porta, in attesa di te che entravi e mi salutavi con il solito sorriso. Ci saremmo seduti a tavola a pranzare, mano nella mano. E poi la nostra vita normale tra mare e terra. Non è più così, è tra cielo e mare la mia vita, un mare che odio e che una parte di me ama. È pazza quella piccola parte di me, pazza per te. Rimane lì sospesa tra cielo e mare.

              Sei la spuma delle onde e la brezza di sera, dalle quali vorrei farmi accarezzare il corpo, immaginando le tue mani nodose da troppe reti e ancore lanciate. Brezza, spuma, eteree immagini di vita inesistente, ricordi sfumati. Sei come i fiori che lancerò in acqua sognando che il profumo delicato possa giungere fino a te. Attraverserò sicura la banchina e andrò via, portandomi dietro i sogni, i ricordi e le immagini del mare calmo, del tramonto e dei fiori che si allontanano da me. Come te.