Come scrivere un libro senza che il lettore si ritrovi a leggere una lista della spesa.

 

Non sono una professionista, lo premetto. Sono una scribacchina come tanti altri, annaspo tra le acque torbide dell’editoria, arranco lungo i gradini delle classifiche Amazon, per poi litigare con la pubblicità e infine sbattere la testa contro il muro del mercato, saturo di libri validi e non. Lotto come tutti per un po’ di visibilità, ma soprattutto mi impegno a offrire un prodotto valido al lettore: un libro degno di quelli editi dalle maggiori case editrici, curato nei dettagli, senza orrori grammaticali e lessicali. Un libro “VERO”, insomma. E vi assicuro che non è facile.

Ci sono voluti anni per acquisire le capacità necessarie a poterlo fare, e so bene che il capolinea è lontano, più mi ci avvicino e più si allontana.

Da quando sono entrata nel mondo del self publishing ho scoperto che le mie competenze facevano acqua da tutte le parti. Non sapevo nemmeno cosa fosse un EAP (Editore a Pagamento): qualcosa da evitare come la peste. Ho imparato tanto e, grazie all’aiuto di altri scrittori (self e non), ho affinato le mie capacità. Sono diventata un’editor, una di quelli del tipo “grammar nazi”, e mi sono capitati tra le mani diversi manoscritti. La prima cosa che ho notato, tra i “luoghi comuni” degli scrittori emergenti, è che non importa se sai davvero scrivere, finché hai le idee e la fantasia, scrivi, scrivi, scrivi.

 Sbagliato! Wrong! Bzzzt!

 Ma davvero credete che un lettore voglia spendere anche solo un euro per un testo pieno zeppo di refusi (sì, chiamiamoli refusi…), con un POV che slitta tra la prima persona, la terza e il narratore onnisciente nel giro di un unico periodo, la psicologia dei personaggi piatta come un foglio di carta, le virgole sparate a caso col mitragliatore, e perle come “d’orata” invece di “dorata”?

 «Hey! Ma io ho un sacco di idee! Ho la fantasia che mi esce dalle orecchie, DEVO scrivere!»

 Scrivi pure, ma prima di pubblicare il tuo romanzo, mettilo nel cassetto per un paio d’anni e studia almeno le basi della grammatica. Ma, soprattutto, abbi l’accortezza di prendere in mano qualcosa di più di Topolino o della Gazzetta dello sport. Non dico molto, ma almeno un libro al mese. E, per favore, non mandare il tuo manoscritto pieno zeppo di refusi a Mondadori tutto fiducioso, affermando che non possono non scegliere il tuo romanzo, anche se è scritto con una grammatica da quinta elementare, perché è “TROPPO, TROPPO BOH”. Non me ne volere, se ti apro gli occhi su questa dura realtà, ma possono rifiutarlo (e cestinarlo). Eccome.

Le righe qui sopra non erano rivolte a nessuno in particolare, era un “tu” generico, una risposta tipo a un’affermazione tipo. Ma i miei consigli sono adattabili a chiunque, anche a chi mastica una grammatica decente e sa mettere su carta le sue fantastiche, originalissime e fantasiose idee senza fare uno scempio. Leggete qualche classico, prima di tutto, poi passate a qualche romanzo moderno, del genere che più vi piace.

Magari evitate porcate letterarie, di quelle che hanno enorme successo (non facciamo cinquanta sfumature di nomi, non c’è bisogno di andare tre metri sopra le righe), dalle quali traggono film inguardabili che rovinano generazioni e generazioni di ragazzi. E non si tratta di gelosia, di un successo del genere faccio volentieri a meno.

Non dico che dobbiate imparare a impaginare un ebook, a mettere le shiftate dove ce n’è bisogno, che il sì affermazione si scrive con l’accento, il “po’ ” è un troncamento della parola “poco” e vuole l’apostrofo mentre qual è no… non dico che dobbiate imparare che il “se” richiede il congiuntivo, e non il condizionale… e che il congiuntivo non si usa con il che pronome relativo, né quando la frase non è affatto ipotetica… non dico che dobbiate imparare che “un” si apostrofa solo al femminile, o che in un libro non si usa il linguaggio sms… no, scusate, cancellate dalla mente tutto quello che ho appena scritto. Lo dico, eccome. Imparatelo, o non fate gli scrittori.

Per scrivere un libro senza fare la lista della spesa ci vogliono competenza poliedriche. (E non mi sono soffermata su questo, ma un minimo di attenzione alla psicologia, alla crescita interiore e ai sentimenti dei personaggi non guasta.)

Se poi proprio non ce la fate ad attendere – non volete chiudere quel manoscritto nel cassetto e aspettare di avere le competenze necessarie a riprenderlo in mano, epurarlo dalle scempiaggini e pubblicare un qualcosa che si possa definire in grazia di Dio -, affidatevi a un editor.

E voglio rivelarvi un segreto: persino io, scrittrice ed editor della qualità grammar nazi, che quando leggo un libro lo correggo a mente per abitudine, per i miei scritti ho bisogno di un editor che scovi i refusi.

Come dico sempre io: “I refusi sono come gli scarafaggi, nemmeno un’esplosione nucleare è capace di debellarli tutti”.

L’editing è un passaggio fondamentale, tra la stesura del manoscritto e la pubblicazione, che molti scrittori preferiscono saltare. Uno scrittore che si rispetti non può non farlo. È un must, sia che pubblichiate da soli, sia che lo facciate con una CE (e badate che molte CE non lo fanno, fanno solo la correzione di bozze, che è una cosa ben diversa).

Chiedo perdono per essermi lasciata trasportare, l’articolo non voleva essere offensivo per nessuno. Se vi sentite punti nell’orgoglio, è probabile che dobbiate seriamente prendere in considerazione uno dei punti sopra citati. Poco male, lo scopo dell’articolo era proprio questo. Prendete coscienza di voi stessi, miglioratevi e diventate scrittori degni di tale nome. Basta un pizzico di umiltà. “Io so di non sapere”, diceva un tale Socrate…

E ricordate: non si smette mai di migliorare.

 

  • Carlo Marchi

    Quante storie rovinate dall’ignoranza della grammatica, della sintassi, della punteggiatura. Quante storie rovinate dal NON sapere che i dialoghi devono essere sintetici e non lunghi monologhi. Quante storie rovinate dall’uso di aggettivi ridondanti o inappropriati. Peccato perché a volte – non sempre – la Storia ci sarebbe. L’Editor dovrebbe essere obbligatorio, dovrebbe suggerire (non imporre) e l’autore dovrebbe essere libero, a suo rischio e pericolo, di accettare o meno i suggerimenti. Sia chiaro: questa è solo la mia opinione che, come tutte le opinioni, è opinabile.