“La scoperta di un piatto nuovo è più preziosa per il genere umano che la scoperta di una nuova stella” affermava il gastronomo Anthelme Brillat-Savarin.È proprio vero, la cucina è diventata un bene universale.
Per certi versi democratico.

Un tesoro prezioso che appartiene a tutti e che come le sette note musicali può essere combinato in migliaia di modi, diventando personale e unico.

Siamo quello che mangiamo!

Lo afferma in una canzone anche il lucido e visionario Peter Gabriel già front man dei Genesis.

Quante volte, durante una cena, ci troviamo a guardare i commensali degli altri tavoli mentre mangiano, il modo in cui portano la forchetta alla bocca, la velocità con cui finiscono il piatto o la curiosità nell’approcciarsi al menu?

Quante volte sentiamo, sulla base dei comportamenti a tavola, un’istintiva empatia o una altrettanta istintiva antipatia verso i nostri compagni di tavola?

Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei è un modo di dire d’uso comune, una frase inventata da Savarin nel trattato Fisiologia del gusto, un testo all’avanguardia che ancora oggi accompagna la nostra cultura riguardo al cibo.

Quello che mangiamo è importante.

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Foto Luca Brunetti per Dimmi che cosa mangi e Ti dirò chi sei

Ma lo è ancora di più come lo si mangia, perché dal modo in cui affrontiamo quello che abbiamo nel piatto si può capire molto della nostra personalità.
Un morso alla volta, tutto in un boccone, tagliuzzare e scansare alcuni pezzetti, iniziare dal contorno per poi addentare l’interno?

Uno studio della Società di Los Angeles di ricerca di comportamenti alimentari sostiene che come ci avviciniamo e facciamo nostro il cibo rivela molto della nostra personalità, è espressione diretta del nostro modo di essere.

Generalizzando, l’amante della carne è più adatto a situazioni che richiedono pensiero logico e precisione, mentre l’entusiasta di cucine alternative è più portato per posizioni creative.

Ho provato a ripensare ad alcuni comportamenti molto usuali a tavola.

Penso ad esempio a quando gli altri sono ancora al primo, e noi stiamo pensando a cosa ordinare per dessert.

Se mangiamo frettolosamente siamo indubbiamente persone che non amano perdere tempo.

Lo studio citato afferma che in questo caso siamo particolarmente propensi a rispettare le scadenze sul lavoro e ad arrivare in orario agli appuntamenti.

Un comportamento che può portare talvolta a dimenticare di goderci fino in fondo le cose buone, senza troppa fretta.

Quando invece – spesso e volentieri irritando il resto della tavola – mangiamo ogni boccone con inalterabile, lentissima tranquillità, facendo aspettare gli altri prima di poter ordinare il resto, siamo certamente persone che non corrono il rischio di non godersi i bei momenti.

Sappiamo assaporare la vita fino in fondo anche se dimentichiamo di tener conto delle esigenze degli altri.

Anche nel momento dell’ordinazione si palesa il carattere del commensale.

Penso ad amici che ogni volta dimostrano di avere un vero animo di avventurieri ordinando sempre e comunque piatti particolari, originali e sconosciuti, rifuggendo la solita pasta al pomodoro o la noiosissima tagliata.

Chi ama osare a tavola ama prendere rischi anche nella vita, ben conscio che un rischio talvolta può valere la pena, per non perdersi nulla.

Ricordo un film di successo del 1989 – chi non ha mai visto almeno una volta Harry ti presento Sally di Rob Rainer alzi la mano – e in particolare la mitica scena del finto orgasmo al ristorante.

La cura nel separare i cibi sul piatto di Meg Ryan è assolutamente maniacale.

 

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Foto Luca Brunetti per Dimmi che cosa mangi e Ti dirò chi sei

Ci sono commensali che potremo definire organizzati.

Sugo pulito fino all’ultima goccia.
Menu costruiti in base alle esigenze nutrizionali, al bilanciamento e all’equilibrio.
Organizzazione a ogni costo, appunto e ossessione per l’ordine e la pulizia della tavola.

Lo studio californiano analizza anche altre interpretazioni – a dirla tutta abbastanza stravaganti – che correlano tratti di personalità al modo di mangiare ad esempio un biscotto.

Oppure al consumare un pan di zenzero.

E ancora addentare una pizza – se si inizia dalla crosta siamo persone fuori dagli schemi, se la prendiamo senza posate non abbiamo paura in generale a sporcarci le mani, la forchetta svela caratteri calmi e metodici.

Non guardare il menu prima di ordinare risulta invece essere collegato ad una certa testardaggine e rigidità ad affrontare i cambiamenti.

“Ho dei gusti semplicissimi; mi accontento sempre del meglio” scrive Oscar Wilde.

Siamo veramente consapevoli di quello che mangiamo e di come lo consumiamo?

Siamo nell’era dello slow food, del finger food, del brunch, dello snack, del precotto.
L’era dei programmi televisivi su come cucinare e preparare in cinque minuti un pranzo e del se lo faccio io potete farcela anche voi.

Ma quanti di noi sono veramente a conoscenza della provenienza e della qualità del cibo che mettiamo ogni giorno sulle nostre tavole?

Me lo sono chiesto spesso da quando, qualche anno fa, ho letto Pane e bugie, il bel libro di Dario Bressanini che di professione fa il chimico ma con la passione per il cibo e la cucina.

La scorsa settimana mi hanno regalato Cibo, un interessante libro del 2015 del prof. Andrea Segrè, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari dell’Università di Bologna.

In tutta questa confusione – tra affabulatori, blogger, chef, consulenti, dietisti, guru, nutrizionisti, presentatori – la nostra cultura alimentare sembra essere diventata estranea a se stessa.

Oggi forse non siamo più quello che mangiamo, semplicemente perché non sappiamo più che cosa mangiamo realmente e neppure perché.

Il libro è un dizionario davvero utile che attraverso 55 voci analizza e racconta la nostra relazione con il cibo, con l’obiettivo di dare valore al cibo, ritrovando uno spirito dell’educazione e della cultura alimentare.

Foto Luca Brunetti di Fiorella Mannoia
Foto Luca Brunetti di Fiorella Mannoia

Mentre cerco di comprendere meglio la mia relazione con il cibo, magari acquistando qualche interessante libro “ammazzo il tempo bevendo caffè nero bollente in questo nido scaldato ormai da un sole paziente che brucia dentro di me che è forte come il caffè” come canta Fiorella Mannoia.

noi siamo quello che mangiamo 3
Foto Luca Brunetti per Dimmi che cosa mangi e Ti dirò chi sei

Ho letto che gli alimenti molto scuri, come il caffè, il cioccolato, i tartufi, il caviale e i porcini vengono spesso associati a concetti come l’entusiasmo.

Chissà allora che dentro un tazza di caffè non trovi qualche ulteriore risposta.

Foto Luca Brunetti

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