Classico studente di filosofia dal futuro incerto, ma amante della materia e desideroso di scrivere e produrre materiale da autodidatta. Sono laureato in filosofia presso l'università di Torino, scrivo di filosofia sul suo personale blog: La filosofia dell'Uno e su altri siti e magazine on line come CaffèBook e Filosofia Blog. I miei interessi spaziano su varie ambiti: la filosofia in generale (continentale ed analitica), in particolare la filosofia post-strutturalista (Deleuze, Foucault, Derrida, Lyotard, Badiou),psicoanalisi, ontologia, fenomenologia, filosofia teoretica. Ho scritto tre contributi per la collana Frammenti di filosofia contemporanea di Limina Mentis: nel volume IX con un testo su Marcuse; nel volume X con un testo su Walter Benjamin; nel volume XI con un testo su Karl Marx. Inoltre ho scritto un altro contributo per la collana Prospettive storiografiche di teoria sociale nel volume II con un testo su Deleuze. Lavoro da tempo ad un progetto personale che è la costruzione di una filosofia dell'Uno, una specie di sistema completo, un pensiero completo che assuma la forma di un teoria del tutto. Questa ricerca involve campi disparati, non solo della filosofia, anche delle scienze. Diverso tempo fa avevo concluso un testo, ora pubblicato in pdf sulla mia pagina di Accademia.edu, dal titolo: La filosofia dell'Uno. Quello scritto appartiene al mio passato oramai, quello che faccio oggi è fare di meglio, meglio di quello che ho fatto allora, costruire del nuovo.

Spesso quando si fa filosofia ci si chiede quale sia il metodo di questa materia.

In generale si potrebbe rispondere dicendo che la filosofia si basa su un’arte dell’argomentazione, della problematizzazione e dell’analisi concettuale.

Tuttavia, molto spesso, non appaiono ben definiti questi termini.

Solo i filosofi analitici, sicuramente, hanno definito in modo rigoroso l’argomentazione.

Questo non significa, come loro credono, che i continentali non argomentano, quanto piuttosto che gli analitici, basandosi su un certo tipo di logica, una logica-matematica come è stata sviluppata a partire da Frege, hanno i mezzi per poter studiare rigorosamente le strutture degli argomenti in modo formale e matematico.

Tuttavia gli analitici attuali sono molto distanti da quelli originari e stanno sempre più abbandonando il campo dello studio del linguaggio per adottare altri nuovi metodi che sono direttamente quelli delle scienze (ad esempio i filosofi della mente e i neurofilosofi usano la strumentazione e la metodologia dei neuroscienziati).

La filosofia continentale, d’altro canto, è rimasta fedele alla vecchia nozione di filosofia come scienza indipendente dalle scienze naturali.

I continentali oggi sono molto più vicini agli analitici sul piano dell’argomentazione e un certo modo di fare filosofia, tuttavia ancora credono che la filosofia non sia un sapere specialistico e che, invece, costruisca sistemi. È rimasta, tuttavia, ancora questa questione di fondo sul metodo filosofico.

Abbiamo una logica formale, che principalmente viene dall’analitica, che ci permette di studiare in modo soddisfacente l’argomentazione.

Ma che dire delle altre parti del metodo?

Non è forse vero che la filosofia consiste anche in una certa capacità di porre problemi e domande?

Queste erano le questioni che mi sono posto per anni, mentre pensavo alla costruzione di una scienza dei problemi.

Di questa scienza dei problemi pensavo di parlarne proprio in queste pagine.

Non ho trovato molto nei testi di filosofia sul tema delle domande e quello che ho trovato non mi soddisfaceva abbastanza.

Ad esempio:

nei dialoghi di Socrate il filosofo usa quest’arte che si chiama “maieutica“, la quale consisterebbe in un certo modo di interrogare un certo soggetto con lo scopo di far partorire delle verità o un certo sapere da parte di questo soggetto.

Quello che accade è che prima si pone la domanda, ma ecco che subito ci si getta sulla risposta, senza nemmeno aver studiato le domande.

Nei manuali di logica le domande non godono di buona fama: non sono considerate enunciati, perciò sono escluse.

Certo è logico: una domanda non può essere vera o falsa, dunque non ha dei valori come un enunciato.

Tuttavia perché l’argomento non potrebbe costituire una risposta ad una domanda?

E se è così, allora perché ignorare il problema della domanda?

Gilles Deleuze è un filosofo attento sul tema dei problemi, egli dice che la filosofia non consisterebbe in altro che nel costruire problemi.

Deleuze dice anche che i problemi possono essere costruiti bene o male, che il problema è come un lancio di dadi. Il concetto è il risultato del lancio, ma esso dipende sempre da come noi costruiamo i problemi.

Tuttavia nel testo di Deleuze non si trova un metodo definito per capire se un problema è costruito bene oppure no.

Certamente Deleuze compie dei passi avanti su questo campo, ma non fa il passo decisivo:

definire una scienza rigorosa delle domande.

La scienza delle domande la chiamo: problematica.

Prima di tutto andrebbe distinto il problema dalla domanda. La domanda è semplicemente un’espressione del problema, cioè formulazione linguistica del problema.

Più domande enunciano lo stesso problema:

come ti chiami? ; qual’è il tuo nome? ; che nome hai?

La domanda quindi si pone a livello della formulazione in parole, mentre il problema riguarda quell’identico significato di queste domande.

Oltretutto domande con contenuto diverso possono ruotare attorno allo stesso problema.

  • Qual è il rapporto tra eternità e divenire?;
  • Come può un oggetto mutare e rimanere sempre lo stesso oggetto?;
  • Come possono le leggi della fisica essere eterne e tuttavia regolare questo mondo che non è eterno?

Per questo dobbiamo chiederci: cos’è il problema?

Una volta pensavo il problema come una specie di vuoto di conoscenza.

Mi sembrava che il caso fosse che la risposta riempisse un vuoto e che questo vuoto fosse quello del problema.

Ovviamente in questo modo non si tiene conto della struttura del problema.

Tuttavia io pensavo di risolvere il problema dicendo che anche i buchi hanno una forma. A questo punto la risposta non sarebbe stato altro che quel pezzo che si incastonava bene nel buco.

La risposta sarebbe stata il corretto riempimento della domanda, tenendo presente che se rimaneva ancora qualcosa di scoperto, la risposta non poteva essere affatto adeguata.

Ho pensato, successivamente, che questo modo di concepire le cose fosse sbagliato per ragioni che hanno anche a che fare con la politica.

Ecco un problema: davvero le riposte sono lì per mettere a tacere le domande?

Meglio che urlino le domande! piuttosto che metterle a tacere una volta per tutte.

Oltretutto sembra che una soluzione come la precedente tenderebbe a risolvere il problema della verità della risposta, senza riferimento al mondo esterno, a fatti, ma solo nella relazione tra domanda e risposta: basta che la risposta riempia bene e adeguatamente quel vuoto della domanda.

Oggi io credo che una domanda deve essere una costruzione positiva, la formulazione positiva di un problema.

Il problema, però, come dice anche Deleuze, non è lì per scomparire con la comparsa della risposta.

Come formulare un problema?

Sarebbe una questione piuttosto complicata.

I primi filosofi, tra cui Aristotele, pensavano che la questione potesse risolversi in questo modo:

se dico che “i gatti sono dei felini” posso trasformare questa asserzione in una domanda in questo modo: “sono i gatti dei felini?”

Non tutti sono d’accordo che questa sia strada più corretta: Deleuze, ad esempio, crede che non abbia senso formulare i problemi sulla base di proposizioni.

Il problema per Deleuze è una questione di combinatoria e dialettica.

Deleuze, filosofia e problematica

Deleuze si richiama alla dialettica secondo Kant, forse ha in mente il problema delle antinomie. In ogni caso, anche se cito spesso Deleuze in questo testo, non sto scrivendo su Deleuze, ma su qualcosa di più personale.

Io qui non voglio seguire nessuna strada particolare, nel senso che non scrivo per difendere il pensiero di Deleuze o di qualcun altro, quanto piuttosto per enunciare il mio.

Il mio consiste nel dire che il problema certamente non si riduce alla proposizione, come spesso accade nella domanda, la quale sembra una proposizione rigirata al contrario, ma questo solo perché le domande non sono che tentativi di scrivere il problema, di enunciarlo.

La comprensione della costruzione di un problema passa attraverso la formulazione di domande, come tentativi di enunciare qualcosa che si pensa di aver afferrato.

Allora il problema potrebbe essere:

devo andare a Roma, ma non conosco la strada,

la domanda: quale strada devo percorrere per andare a Roma?

Difficile uscire dal problema della proposizione/domanda che pone Deleuze, ad ogni modo, credo che la difficoltà consista nel fatto che se si vuole uscire da questa forma di calco della domanda sulla proposizione, diventa difficile formulare i problemi.

Una domanda è composta essenzialmente di due parti: il domandante e il domandato.

Il domandato è ciò che è chiesto nella domanda, il domandante è tutto il resto. Per esempio:

Ci sono delle pentole in cucina? Il domandato è la presenza delle pentole, ma la domanda non è composta solo di questo, anche da una serie di parole come “Ci”, “sono”, “in cucina”, ecc.

Il fatto che la domanda, come sarà sempre più chiaro, non è composta solo di un domandato, è proprio ciò che rende possibile la scienza dei problemi.

Se ci fosse solo un domandato, non ci sarebbe nulla da analizzare nella domanda.

La scienza dei problemi non può che studiare domande, in quanto il problema non è facile da catturare separatamente dalla sua formulazione e ogni tentativo di cattura non sarebbe altro che una sua formulazione.

Ci sono delle operazioni standard che la scienza dei problemi individua come operazioni per analizzare una domanda.

In primo luogo troviamo un’operazione che io chiamo S.A.N.D. (separazione affermazione e negazione da domanda).

Esempio:

Come posso calcolare la velocità di un automobile?

L’operazione consiste nell’analizzare la domanda e scovare tutte le presupposizioni che sono insite in essa. In questa domanda, ad esempio, possono essere distinte le seguenti presupposizioni:

“che la velocità di una automobile è calcolabile”,

“che esiste un metodo per farlo”,

“che si può parlare di velocità di una automobile”.

Il procedimento è molto importante perché se una di queste affermazioni o negazioni contenute nelle domande risultasse falsa, allora tutta la domanda non sta più in piedi.

L’analisi di questi enunciati contenuti nella domanda non può che essere che un’analisi di essi tenendo conto che sono delle risposte ad altre domande:

“si può calcolare la velocità di una automobile?”,

“le automobile hanno una velocità?”, ecc.

Ovviamente il problema è che anche in questo caso queste altre domande avranno delle altre presupposizioni e così via.

L’operazione consiste nel controllare se le presupposizioni di una domanda sono vere oppure false, a questo serve il S.A.N.D.

Una seconda operazione che si può applicare è quella della chiarificazione o detta anche C.

Quando io considero il domandante di una domanda devo essere certo che siano chiari i concetti espressi dalle singole parole, devo cioè essere sicuro che non ci siano dubbi su cosa intendiamo con un certo concetto.

Ad esempio:

Quali aree del cervello si attivano quando un soggetto dorme?

Qui i concetti sono molti: “aree del cervello”, “attivazione”, “sonno”, “soggetto”.

Ognuno di questi concetti chiama spesso delle domande definitorie: Che cos’è un’area del cervello?, cosa significa attivazione?, ecc.

Dire il significato di questi termini vuol dire rispondere a queste altre domande. Queste altre domande sono sempre presupposte nel caso in cui un soggetto vuole comprendere il domandante di una domanda.

Ovviamente anche in queste domande definitorie ci sono altri elementi da chiarificare.

Anche il domandato in realtà richiede una qualche forma di indagine, ancora prima di rispondere. Questa indagine consiste nella Ricerca di Informazioni sul Dato (R.I.D.). In questo caso si ricerca tutto quello che so su ciò che viene chiesto dalla domanda. Per esempio:

Come smaltire la plastica?

Qui devo semplicemente chiedermi tutto quello che so sulla plastica.

Se io non comprendessi la parola “plastica” non potrei capire la domanda, ma dal momento che la comprendo, io associo “plastica” ad una serie di informazioni nella mia mente, questo è ciò che io so sulla plastica e da lì devo cominciare per rispondere alla domanda.

Grazie a questi tre passaggi posso compiere una prima analisi delle domande.

Il primo mi permette certamente di scovare dei problemi posti male, in quanto partono da considerazioni che sono completamente false.

Il secondo mi permette di fare chiarezza nei concetti impiegati nella domanda, di modo che non si creino problemi successivi con le risposte, i quali spesso dipendono dal non aver capito la domanda o da un diverso modo di intendere da parte dei soggetti determinati concetti.

Il terzo è la base per un metodo sicuro che mi permette di passare dalla domanda alla risposta senza dover fare dei salti e senza fare uso di oscure presupposizioni.

Se metto in chiaro cosa so su un certo domandato, allora posso farne oggetto di una critica oppure posso trovare in esso un solido punto di partenza.