Classico studente di filosofia dal futuro incerto, ma amante della materia e desideroso di scrivere e produrre materiale da autodidatta. Sono laureato in filosofia presso l'università di Torino, scrivo di filosofia sul suo personale blog: La filosofia dell'Uno e su altri siti e magazine on line come CaffèBook e Filosofia Blog. I miei interessi spaziano su varie ambiti: la filosofia in generale (continentale ed analitica), in particolare la filosofia post-strutturalista (Deleuze, Foucault, Derrida, Lyotard, Badiou),psicoanalisi, ontologia, fenomenologia, filosofia teoretica. Ho scritto tre contributi per la collana Frammenti di filosofia contemporanea di Limina Mentis: nel volume IX con un testo su Marcuse; nel volume X con un testo su Walter Benjamin; nel volume XI con un testo su Karl Marx. Inoltre ho scritto un altro contributo per la collana Prospettive storiografiche di teoria sociale nel volume II con un testo su Deleuze. Lavoro da tempo ad un progetto personale che è la costruzione di una filosofia dell'Uno, una specie di sistema completo, un pensiero completo che assuma la forma di un teoria del tutto. Questa ricerca involve campi disparati, non solo della filosofia, anche delle scienze. Diverso tempo fa avevo concluso un testo, ora pubblicato in pdf sulla mia pagina di Accademia.edu, dal titolo: La filosofia dell'Uno. Quello scritto appartiene al mio passato oramai, quello che faccio oggi è fare di meglio, meglio di quello che ho fatto allora, costruire del nuovo.

Normalmente si divide il capitalismo in tre fasi: la prima è quella liberale che appartiene all’800′, la quale, in particolare, diventa più marcata dal 1830; la seconda è la fase del capitalismo di Stato, le politiche economiche keynesiane, la fase dopo la crisi del 29′, quando si comincia a mettere in atto l’economia di piano (questo vale anche per il caso dell’U.R.S.S. che, secondo le analisi della scuola di Francoforte, sarebbe da annoverare tra le forme di capitalismo di Stato); la nostra forma di capitalismo è definita neoliberale e deve cominciare più o meno dall’89’, anche se queste date non possono essere completamente precise.

Le liberalizzazioni continue, l’alta concorrenza, soprattutto dall’estero, il fatto che i capitali possano muoversi ad una velocità di un click senza che esistano più frontiere, senza che gli stati-nazione possano contare qualcosa, sembrano evidenziare l’esistenza di questo capitalismo neoliberale, in un certo senso ne sarebbero quasi la prova.

Addirittura Slavoj Žižek parla di epoca post-politica, tenendo presente che la politica ha ben poca influenza oramai, perché tutto sembra determinato letteralmente dall’economia e da chi ne ha più il controllo, ovvero le banche e i banchieri.

Si potrebbe dire che alla fine chi controlla il mondo sono i soliti banchieri ebrei come i Rothschild, i Rockfeller e i Goldman Sachs. Però se la si pensa così si dimentica sempre un’altra parte del mondo: quella dei paesi emergenti.

Sarebbe forse ridicolo dire che l’economia dei paesi emergenti sia neoliberale, questo per una serie di motivi:

    il primo è che questi paesi adottano varie misure di protezionismo dell’economia (cosa che dovremmo fare anche noi, molto probabilmente), nel senso che per difendersi dai prodotti che vengono dall’estero mettono dei dazi alti rendendo questi prodotti non competitivi (così è successo in India, quando i cinesi vendevano prodotti là a prezzi stracciati battendo i concorrenti indiani e facendo fallire le aziende, il governo indiano ha aumentato i dazi sui prodotti cinesi importati e nessuno dopo voleva comprarli perché costavano troppo);

   il secondo è che lo Stato è sempre invischiato nell’economia, per esempio se io voglio aprire una joint venture in Cina, mettiamo che sono un’azienda europea, non basta che faccia un contratto con l’azienda cinese, ma devo sempre mettermi d’accordo con lo Stato cinese che c’è sempre di mezzo in queste cose;

   un terzo motivo è il fatto che lo Stato interviene sempre nell’economia, non lascia mai nulla alle leggi del mercato (ad esempio quando c’è stato il primo crollo della borsa di Shanghai in Cina, lo Stato cinese, preso dal panico, ha impedito ad ulteriori azionisti di vendere le proprie azioni, in pratica è intervenuto tempestivamente nell’economia usando una mossa per nulla neoliberale);

si può aggiungere come quarto punto il fatto che stiano nascendo nuovi ricchi, in particolare in Cina, ma non solo.

La domanda che sorge spontanea è se questi possano un giorno dare filo da torcere ai banchieri che ho citato sopra.

Sandra Heep, docente di economia politica e sistemi finanziari a Berlino, sostiene che l’economia cinese sia un modello di economia keynesiana in una forma estrema, ma sembra che questo modello con l’ultima bolla finanziaria non dia i suoi effetti.

In pratica non tutti i paesi della terra in realtà adottano delle politiche neoliberali, anzi, questi paesi stanno cercando e diciamo che in gran parte lo hanno fatto, di tenersi uniti per creare un gruppo economico separato tra di loro, quello che chiamano: B.R.I.C.S.

Ora se questi paesi hanno ben poco di neoliberale, che dire dei nostri?

Da un lato la crisi sembra mostrare il fallimento dell’economia neoliberale e il buon funzionamento di quello che potrebbe essere una forma di capitalismo di Stato dei mercati emergenti, dall’altro tutto quello che accade oggi a proposito del debito del paese della Grecia ha ben poco di neoliberale, anche perché ad essere neoliberali le banche sarebbero dovute fallire.

Il capitalismo dice che se tu impresti del denaro a qualcuno e questo non te lo restituisce perché non può o non lo possiede, tu fallisci, così come erano fallite le banche fiorentine per il mancato pagamento del re di Francia (parlo di Medioevo, non c’era ancora il capitalismo).

Così avrebbe dovuto finire tra Germania e Grecia se fossimo davvero in un capitalismo neoliberale, ma non è successo.

Scrivo questo testo perché leggendo alcuni libri per la mia tesi, che solo in piccola parte sfiora questi temi, ho trovato autori che discutevano l’argomento e in particolare è degna di nota l’affermazione di Deleuze secondo cui non sarebbe mai esistito nessun capitalismo liberale, ma ci sarebbe stato solo e sempre un capitalismo di Stato. È una tesi che dovrebbe far discutere ai giorni nostri, certamente gli stati-nazione non hanno più valore, oramai il potere è nelle mani di altri, ma è anche vero che ci sono organizzazioni più grandi come l’Europa, l’Onu, ecc…

Quello che dovrebbe interessarci in questo caso è quello che Deleuze chiama il ritornello, visto in ambito politico e questa soluzione che lui da all’economia attuale molto originale. Bisogna per prima cosa premettere che, secondo Deleuze e Guattari (suo amico e collaboratore), non esiste nessuna differenza tra economia finanziaria ed economia di mercato.

Questo lo vediamo in quella che definiamo come economia ombra, nel fatto che molto del denaro in circolo non è altro che dei numeri scritti su un computer e che questo denaro in realtà non esiste, è letteralmente una finzione.

Ci sono delle vie d’uscita dal finazcapitalismo?

Ci dovremmo chiedere le origini di questo finanzcapitalismo, perché, ad esempio, cosa assai curiosa, Walter Benjamin dichiara nei Passagenwerk che i santsimoniani non conoscevano la differenza tra il capitale finanziario e quello industriale.

Sempre Benjamin quando parla delle trasformazioni del capitalismo in atto nell’800′, riferendosi alla questione delle stazioni, dice che i capitalisti borghesi che possedevano queste stazioni non potevano controllare i capitali perché erano tanti e affidavano il controllo di questi ad altri (manager?), mentre loro intascavano solo i profitti.

Quando parla di questi profitti, si riferisce proprio ad una circolazione di fogli di carta, questi fogli di carta sono delle vere azioni di carta (denaro finto?). Ovviamente i Passagenwerk sono letteralmente costellati da pagine a proposito del mondo della borsa, di questo mondo folle paragonabile a quello del casinò (metafora usata anche da Keynes).

Radaelli in Legge, desiderio e capitalismo si spinge ancora più in là, afferma che una forma di finanzcapitalismo in parte si poteva vedere nel Medioevo quando cominciavano a circolare le lettere di cambio (lettere che venivano cedute per attestare versamenti di denaro e da usare per comprare all’estero o in luoghi lontani di modo da evitare di portarsi il denaro dietro).

Il fenomeno che sta dietro il finanzcapitalismo è quello che Deleuze chiama:”la decodificazione della moneta“, l’idea che i soldi possano generare altri soldi, l’idea che il debito possa essere infinito. Ovviamente il finanzcapitalismo può convivere con un’idea neoliberale del capitalismo, ma quello che sta succedendo in Europa ha poco di neoliberale.

Gilles Deleuze parla di capitalismo di Stato, l’affermazione che ho citato prima va riferita all’opera Mille piani scritta con Guattari, libro del 1980, quindi 9 anni prima del crollo del muro di Berlino, che più che segnare una svolta positiva, va ricordata come la vittoria mondiale del capitalismo neoliberale.

Forse il migliore economista che conosca, per quel che concerne l’economia del capitalismo di Stato, è Friedrich Pollock, l’economista della scuola di Francoforte. Friedrich Pollock quando parla di capitalismo di Stato parla di economia di piano, cioè di economia pianificata dall’alto, quindi di un piano economico che tiene conto della produzione, della vendita nel mercato interno, dell’esportazione, del livello dei prezzi che si cerca di pilotare e delle possibili crisi.

Nel capitalismo di Stato chiaramente lo Stato è predominante sull’economia, in pratica ogni evento economico è sempre considerato come politico nello stesso tempo, le banche erano come delle agenzie dello Stato, molta della disoccupazione veniva eliminata perché molti venivano occupati nel settore pubblico, nei grandi monopoli statali e la maggior parte delle persone lavorava come impiegati. Molte di queste cose non sono vere ai giorni nostri, le banche controllano la politica e non ne sono controllate, l’economia è al di là di ogni nazione, i capitali si spostano sempre più velocemente senza che nessuno Stato possa averne una reale controllo, la disoccupazione aumenta anche per via delle liberalizzazioni, dunque c’è un alto livello di concorrenza che in molti casi viene dall’esterno e che quindi non porta posti di lavoro qui nel paese in cui si vende, ma solo in quello in cui si produce (questo denota una mancanza di protezionismo).

A proposito degli aspetti neoliberistici, aggiungo, mi è capitato di leggere un articolo su die Zeit a proposito della Blackrock, che potremmo definire una società di investimento. Sembra che il valore di questa società Americana sia di più di 4 bilioni di dollari e che abbia investimenti in tantissime aziende del mondo come la Apple, McDonalds e tantissime altre aziende anche tedesche. In pratica i suoi guadagni comparati con il prodotto interno lordo dei vari paesi sembra che siano maggiori del PIL dell’intera Germania e del PIL del Giappone.

Chi controlla questa società è un certo Larry Fink. Dobbiamo aspettarci cose simili nel futuro molto spesso, sarà sempre più normale che qualche uomo come lui di fatto controlli quasi delle nazioni e che loro decidano ancora prima della politica, perché saranno loro che comandano, in quanto sono i primi a sapere sull’economia mondiale. Il bello è che la Blackrock è nata quasi dal nulla in un retro stanza nel 1988.

Quello che mi chiedo è: rispetto a quello che diceva Pollock sulla presenza di monopoli, come si configurano questi grandi uomini della finanza?

Sapere che in un certo senso il mondo è nelle loro mani, non convince sul neoliberismo economico, perché si sa che saranno loro a dettare le regole del gioco. Dopo tutto quello che non hanno capito forse i neoliberali è che, come spiegava Marx, è naturale la tendenza della concorrenza verso i monopoli, quindi il liberismo si nega quasi da solo e chiaramente chi ha così tanto potere economico non lo cede facilmente.

In effetti un elemento del capitalismo di Stato e non neoliberale c’è: il fatto che l’Europa abbia deciso di intervenire nell’economia per salvare le banche tedesche. Già Friedrich Pollock parlava di interventi statali per difendere le banche barcollanti.

Inoltre non è del tutto vero che non ci siano assolutamente, per esempio, degli aiuti da parte dello Stato sulle imprese (altra politica non neoliberale); esiste sempre, come già esisteva, quello che in marketing si chiama il market power, ovvero la capacità di avere una certa influenza sullo Stato di modo tale da poter chiedere in caso di perdita degli aiuti.

In pratica questa società che sta nascendo in Europa del predominio della Germania che chiede i soldi indietro alla Grecia dei prestiti da lei stessi effettuati, perché ricordiamo che si tratta delle banche tedesche, non sembra essere neoliberale.

Forse non abbiamo ancora un termine per definirla bene questa forma di economia, ma il neoliberismo e in questo caso mi riferisco ad Hayek, in realtà si fa sostenitore di una teoria dello Stato minimo, nel senso di uno Stato che interviene il meno possibile o per nulla nell’economia e ha come unico ruolo quello di garantire la massima concorrenza, impedendo l’instaurazione di monopoli e trust.

Pensate che sia un intervento minimo quello dell’Europa in economia?

Potrebbe l’austerity essere una politica di intervento economico?. L’austerity nasce come forma di intervento volta ha far calare il prezzo delle merci per l’esportazione con l’obbiettivo di far tornare a crescere i paesi, ma anche far calare il prezzo dei Bot per aumentare gli eventuali compratori e cercare di diminuire la spesa pubblica; per fare questo si dice che c’è bisogno di sacrifici, quindi riforme, salari più bassi e così via. L’austerity è un metodo screditato persino da Stiglitz e Krugman che sicuramente gli U.S.A. non adottano, un metodo che è fallito e che ha creato ancora più problemi.

In pratica mentre nell’Europa si fa l’austerity negli U.S.A. si usano politiche di aumento dell’offerta di moneta. Sembra che il piano di Obama abbia ottenuto anche qualche risultato e degli effetti sulla disoccupazione, ma questa politica dell’offerta di moneta, molto keynesiana, è davvero neoliberale?

In Europa invece le monete sono stampate per fare prestiti, prestiti a paesi come la Grecia. Questo meccanismo sta diventano folle perché la Grecia riceverà in futuro dei prestiti che dovrà restituire interamente per pagare i suoi debiti (insomma è come Paperone e Paperino, il secondo lavora per il primo, ma solo per accorciare la lista dei debiti e mai per guadagnare soldi).

Quello a cui stiamo assistendo nel caso della Grecia è un fenomeno che, nella terminologia deleuziana, si chiama ritornello. Nel ritornello ci sono tre fasi che sono rispettivamente: il territorio, la deterritorializzazione e la riterritorializzazione; Gilles Deleuze fa corrispondere a queste fasi delle operazioni: la produzione, la distribuzione e il consumo.

Nel caso della Grecia e della Germania il ritornello è questo: c’è una produzione di denaro da parte della BCE (monopolio del denaro, territorio), una deterritorializzazione, ovvero questo denaro fugge in Grecia come prestito e poi alla fine questo denaro viene riterritorializzato sempre di nuovo (denaro chiesto indietro). La fase di riterritorializzazione è una fase di prelievo e normalmente si preleva di più di quando si è dato, perché appunto si chiedono anche gli interessi.

Foucault diceva sempre che se si distribuiscono dei soldi tra i poveri, questo lo si è sempre fatto per prendersene molti di più indietro (mossa di Matteo Renzi degli 80 euro).

In questa situazione economica del capitalismo finanziario, di denaro del tutto inesistente che fa morire di fame molte persone esistenti, ci sono due soluzioni da quel che sembra, almeno la filosofia in economia ne ha prospettate due:

   la prima è quella di tornare indietro ad una moneta trascendentale (Kant), tornare ad un modello economico di scambio codificato, in un cui quando si impresta una data quantità X, si deve restituire sempre quell’X e non di più (questo per l’economia finanziaria, nel caso dell’economia di mercato si tratterebbe di tornare alla formula M-D-M);

   c’è un’altra soluzione, e qui sta la scommessa di Deleuze e Guattari, questa soluzione sta nella deterritorializzazione assoluta del denaro, il nomadismo del denaro. Secondo questa soluzione il denaro non dovrebbe più essere riterritorializzato, il denaro verrebbe stampato quasi all’infinito e lo si farebbe continuamente fuggire dallo Stato e dall’apparato di cattura, cercando di far fuggire denaro sulla superficie di tutto il globo.

Dal lavoro della mia tesi, parlando con il relatore e così via, è venuto fuori che ai giorni nostri una posizione del genere più che essere contro l’Europa, userebbe l’Europa solo come territorio da cui proviene il denaro e da cui fugge, quello che conta è continuare a farlo fuggire, avere un denaro talmente fuori controllo che non possa nemmeno più essere controllato dagli stessi banchieri e capitalisti.

In pratica, anziché, tornare indietro si cercherebbe di portare al limite questo flusso di capitali e di denaro rendendolo ancora più schizofrenico. Il capitalismo è malato o meglio ha un meccanismo molto malato, ce lo dicono anche le affermazioni di Krugman sulle bolle finanziarie, prima in America, poi nel caso europeo ed infine nella Cina.

Investitori vampiri succhiano denaro in un paese e quando le cose si mettono male fuggono verso un altro; Krugman descrive una storia di bolle finanziarie a partire da quello che accadeva nella Cina negli anni 90′, passando per l’America e quello che è accaduto in Europa, in particolare per quanto riguarda la Grecia, il Portogallo e la Spagna.

Secondo questa analisi Krugman deduce che il collasso della borsa di Shanghai evidenzia il fatto che il prossimo soggetto sarà di nuovo l’America, quindi gli investimenti torneranno in America nei prossimi anni. La scommessa di Deleuze e Guattari è che sia proprio questo meccanismo malato, se portato ai suoi estremi, a portare alla morte il capitalismo e il suo sistema.

Come ho già detto prima ci sono due strade, quello che dobbiamo chiederci, a proposito della prima è: possiamo davvero tornare indietro? È mai successo poi nella storia? Se invece scegliessimo la seconda strada:

come attuare una deterritorializzazione assoluta del denaro?