In Europa nel 1950 viene firmata la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo e con sede a Strasburgo, viene istituita nove anni più tardi la Corte Europea, con il compito di pronunciarsi sulle violazioni della stessa, che all’articolo 3 riporta: “No one shall be subject to torture or to inhuman or degrading treatment or punishment“.

Nessun individuo potrà esser sottoposto a tortura o a inumano o degradante trattamento o pena

E’ il 27 giugno del 1987 quando entra in vigore la Convenzione contro la tortura, approvata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite tre anni prima.
Nell’articolo 1 si legge che

il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche […] al fine di ottenere da questa informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella ha commesso o è sospettata di aver commesso“,

specificando inoltre che il reato è reso tale alla condizione che avvenga per mano di un pubblico ufficiale:

qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito.

L’Italia ratifica la convenzione, ma non introduce il reato di tortura nel proprio codice penale, come richiesto invece dall’ONU, affinché questo possa esser definito, identificato e quindi punito.

“Richiesta” che arriva anche da Strasburgo, quando la Corte Europea nel 2015 non solo condanna l’Italia per quanto avvenuto alla scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001, definendo l’operato delle forze dell’ordine come “tortura“, ma anche per la mancata introduzione della legge nel proprio ordinamento.

Tenuto conto della gravità dei fatti avvenuti alla Diaz la risposta delle autorità italiane è stata inadeguata. La polizia italiana ha potuto impunemente rifiutare alle autorità competenti la necessaria collaborazione per identificare gli agenti che potevano essere implicati negli atti di tortura

Ed ancora:

Questo risultato, secondo la Corte, non è imputabile agli indugi o alla negligenza della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri

Nell’estate 2016 l’allora ministro dell’Interno Alfano, si è dichiarato contrario all’introduzione di tale norma o quanto meno non con la formulazione dell’articolo 1, in quanto, secondo lui, impedirebbe agli agenti di svolgere il proprio lavoro con il corretto stato d’animo. Opinione coadiuvata da varie correnti politiche e la legge riproposta da Sinistra Italiana e M5S si blocca nuovamente.

La Corte Europea per i diritti dell’uomo, nella stessa sentenza, fa riferimento anche ad un altro particolare:

Chi ha torturato non è mai stato identificato, anche perché, entrando alla Diaz, aveva il viso coperto, e non indossava un numero di identificazione, come invece richiede la Corte

L’Italia infatti non ha ancora preso in considerazione neppure l’applicazione di questo codice alfanumerico, tramite il quale poter riconoscere gli agenti in caso di necessità.

Nel 2016 viene lanciata una petizione online, indirizzata al Presidente del Consiglio e al Ministro della Giustizia, per iniziativa di Ilaria Cucchi, sorella del più tristemente noto Stefano, perché venga introdotto il reato di tortura.

Il 15 ottobre del 2009 a seguito di una perquisizione, Stefano Cucchi viene trovato in possesso di stupefacenti.
Processato per direttissima il giorno seguente alla custodia cautelare, il ragazzo si presenta in aula già con numerose ecchimosi.

Viene fissata una nuova udienza e confermata la custodia presso Regina Coeli.
Nel frattempo, si verifica un significativo peggioramento dello stato di salute di Stefano Cucchi, che sottoposto ad una prima visita medica, secondo il referto, riporta ecchimosi, numerose fratture ed un’ emorragia.
Stefano Cucchi morirà il 22 ottobre, una settimana dopo il fermo.

Accanto al nome di Cucchi, ce ne sono altri più o meno noti come quelli di Federico Aldrovandi, Magherini, Giuseppe Uva, Rasman, Michele Ferrulli, Aldo Bianzino tutte storie simili, tutte persone la quale scomparsa è stata seguita da processi più o meno lunghi, nessuno dei quali è riuscito sciogliere perplessità ed interrogativi, nessuno dei quali ha lasciato svanire la delusione per un sopraggiunto e davvero appagato senso di giustizia.

La convinzione che le forze armate italiane siano composte per maggioranza da donne e uomini motivati da ideali indiscutibili rimane ferma, altresì il fatto che inadeguata sia la retribuzione come le condizioni nelle quali si trovano spesso a svolgere il proprio compito.

Alla luce di tutto, trovo corrette le motivazioni che l’Europa stessa da all’introduzione del reato di tortura:un duplice effetto trasparenza: verso l’opinione pubblica, che sa chi ha di fronte, e a garanzia di tutti i poliziotti che svolgono correttamente il loro servizio

Tutto il resto serve a creare dubbi, mancanza di credibilità se non violenza, e nuove vittime della stessa ingiustizia.